Logo stampa
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

QUALI REDDITI SONO RIMASTI AL PALO

di Massimo Baldini 29.01.2008

I dati relativi al 2006 dell'indagine sui bilanci familiari della Banca d'Italia confermano quanto era prevedibile: gli indici di disuguaglianza e povertà per le famiglie italiane non hanno subito di recente modifiche di rilievo. Con un rischio di povertà molto superiore per i giovani rispetto agli anziani. Tuttavia, è in corso da tempo una ricomposizione interna ai redditi delle classi medie. Crescono i redditi degli indipendenti, mentre sono praticamente fermi quelli dei dipendenti, soprattutto nel settore privato. E l'euro non c'entra.

Ogni due anni l’indagine sui bilanci familiari condotta dalla Banca d’Italia fa il punto sulla distribuzione del reddito disponibile nel nostro paese. I dati relativi al 2006, resi noti ieri, confermano quanto era prevedibile, cioè che gli indici di disuguaglianza e povertà per le famiglie italiane non hanno subito recentemente modifiche di rilievo. L’indice di Gini, che misura il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile, è addirittura lievemente diminuito tra il 2004 e il 2006, passando da 0.331 a 0.323, una variazione che però non è statisticamente significativa. La quota di individui in povertà è stabile attorno al 13 per cento dall’inizio del decennio.

DATI CONFERMATI

Questi dati non giungono inattesi perché indicazioni molto simili sono emerse nei mesi scorsi sulla base delle altre due più importanti indagini che vengono svolte nel nostro paese su redditi e consumi delle famiglie: l’indagine Istat sui consumi, che costituisce la fonte storica per la rilevazione della povertà e, sempre a cura dell’Istat, una nuova rilevazione sui redditi, nota come Eu-Silc (survey on income and living conditions), svolta in modo coordinato con gli altri paesi europei. La prima tabella fornisce un utile riepilogo dei dati su disuguaglianza e povertà calcolati a partire da queste indagini.

Tab. 1 – Alcuni indici di disuguaglianza e povertà dal 2000

 2000200120022003200420052006
Diseguaglianza: indice di Gini del reddito familiare equivalente       
Banca d’Italia0.33 0.32 0.33 0.32
Istat - Eu Silc    0.300.30 
        
Povertà        

Banca d’Italia

(% individui poveri)

13.3% 13.2% 13.3% 13.2%
Istat – Consumi (%famiglie povere)12.3%12.0%11.0%10.8%11.7%11.1%11.1%

Nota: tutti gli indici sono tratti da pubblicazioni di Istat e Banca d’Italia.

L’indagine Banca d’Italia conferma poi un’altra caratteristica ben nota sulla povertà nel nostro paese: la quota di individui poveri di reddito decresce sistematicamente rispetto all’età. In altre parole, il rischio di povertà è molto superiore per i giovani rispetto agli anziani: tra i minorenni, nel 2006 il 19,3 per cento è povero, mentre tra gli ultrasessantacinquenni questa la scende all’8,6 per cento. Ciò non significa ovviamente che anche tra gli anziani non vi siano situazioni di grande disagio, ma invita a guardare al fenomeno della povertà senza facili generalizzazioni. Trent’anni fa la situazione era rovesciata, perché il rischio di povertà era, per gli anziani, superiore a quello medio dell’intera popolazione, mentre era più basso della media per i bambini. La causa di queste dinamiche così divergenti va cercata negli squilibri strutturali del nostro welfare state, che concentra buona parte delle sue risorse a favore della spesa pensionistica e dedica risorse assai modeste al sostegno delle famiglie. L’alto livello di povertà minorile, che ha pochi eguali in Europa, può anche contribuire a spiegare il basso tasso di fertilità italiano: molte famiglie non fanno il secondo o il terzo figlio semplicemente perché non se lo possono permettere.

COME SI SPIEGA IL DISAGIO

La conferma che per l’Italia gli indicatori di diseguaglianza e di disagio economico non sono significativamente peggiorati nel corso degli ultimi anni si scontra con l’esperienza quotidiana delle persone. Questo disagio può essere spiegato da due fenomeni.
Quello principale è la sostanziale stagnazione dei redditi: la serie storica delle indagini Banca d’Italia ci dice che la crescita praticamente zero dei redditi reali delle famiglie non è un episodio recente, ma dura ormai da almeno dieci anni. La tabella 2 mostra infatti i valori medi del reddito disponibile (in euro correnti) per le famiglie classificate sulla base dell’età e della condizione lavorativa del capofamiglia. Nel complesso, risulta che in undici anni i redditi di tutte le famiglie italiane sono cresciuti di circa l’8 per cento in termini reali, meno dell’1 per cento all’anno.
Se quindi non è corretto sostenere che la povertà sta aumentando, di certo si può dire che tutti noi siamo diventati più poveri rispetto agli altri paesi europei, dove i redditi reali delle famiglie sono cresciuti a tassi superiori in questi ultimi anni.
Il secondo fenomeno che può spiegare il disagio diffuso è di tipo distributivo: anche se la disuguaglianza non sta aumentando, è in corso una ricomposizione interna ai redditi delle classi medie. Sono infatti aumentati i redditi degli indipendenti, mentre sono praticamente fermi quelli dei dipendenti, soprattutto quelli nel settore privato.
Nei commenti che i media hanno dedicato ai dati pubblicati dalla Banca d’Italia, la responsabilità della redistribuzione a favore degli indipendenti è stata attribuita all’euro. Eppure, se prendiamo sul serio i dati della Banca d’Italia, e consideriamo anche il periodo 1995-2000, è evidente che anche ben prima dell’euro le cose sono andate decisamente meglio  per le famiglie degli indipendenti. Certo, l’indagine Banca d’Italia può avere problemi a cogliere con precisione i redditi di alcune categorie, però la tendenza di fondo sembra evidente: la redistribuzione è in corso da tempo, e può essere solo in parte attribuita all’introduzione dell’euro.
Sono probabilmente all’opera altre dinamiche, come la forte moderazione salariale che ha avuto inizio nei primi anni Novanta, la globalizzazione, che comprime la dinamica dei salari in tutti i paesi ricchi, e infine la presenza di molti settori non esposti alla concorrenza internazionale, soprattutto quelli che forniscono servizi alle famiglie, dove è più facile aumentare i margini.
La tabella 2 ci dice anche che dall’inizio del millennio i redditi delle famiglie giovani sono diminuiti in termini reali. Sarebbe interessante verificare in che misura ciò dipende dall’immigrazione o da altri fenomeni, come il basso premio tradizionalmente riconosciuto all’istruzione nel nostro paese o l’espandersi del lavoro precario, che ha favorito un aumento dell’occupazione, ma non dei livelli retributivi dei giovani.

Tab. 2 – Redditi disponibili medi delle famiglie per età e condizione professionale del capofamiglia.

 

Nota: il capofamiglia è definito come la persona con il più elevato reddito individuale in famiglia; la variazione reale dei redditi è ottenuta deflazionando i redditi nominali con il deflatore dei consumi delle famiglie (pari al 14.7% tra il 1995 e il 2000, e al 16,4% tra il 2000 ed il 2006).