
La risposta offertaci dal modello è no per quanto riguarda il primo quesito mentre è un sì sul secondo. Non è possibile con quota 96 raggiungere risparmi che si avvicinino neanche lontanamente allo 0,7% del Pil. E' invece possibile rispettare gli impegni presi partendo fin da subito e abbandonando il sistema delle quote in nome di un criterio molto più trasparente e coerente con il principio contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995, vale a dire imponendo requisiti anagrafici (non contributivi!) minimi per ricevere una pensione piena.
Tutti i risparmi di "quota 94" e "quota 96"
Il grafico qui sotto mostra i risparmi massimi conseguibili con le due quote di cui alle cronache di questi giorni: quota 94 e quota 96. I risparmi sono calcolati come riduzione della spesa pensionistica che si avrebbe rispetto allo status quo.
In assenza di interventi ipotizziamo che fino al 2015 il 60% dei lavoratori esca appena possibile e il 40% nell'anno successivo e che, dopo il 2015, le uscite si spalmino in maniera uniforme su tutte le età accessibili. Infatti, dopo il 2015 la parte della pensione calcolata con il metodo contributivo per tutti i soggetti a "sistema misto" aumenta in maniera significativa, facendo supporre una tendenza a posticipare l'età di uscita anche in assenza di ulteriori riforme. Quota 94 significa che potranno accedere alla pensione i lavoratori che abbiano almeno 57 anni di età e 35 anni di contributi, per i quali la somma di età anagrafica e contributiva sia pari almeno a 94. In pratica quota 94 corrisponde a ritardare il pensionamento al massimo di un anno rispetto allo status quo. Quota 96, invece, implica un rinvio massimo di due anni: ogni anno in più di lavoro infatti "vale il doppio", comporta un aumento sia dell'anzianità contributiva che di quella anagrafica.

Come si vede dal grafico, i risparmi aumentano inizialmente poi si riducono man mano che arrivano le generazioni per cui vale il sistema misto (che ritarderebbero il pensionamento comunque, secondo le nostre ipotesi). Quota 94 genera addirittura risparmi negativi (un aumento di spesa) in alcuni anni in cui l'aumento delle prestazioni più che compensa la riduzione delle uscite. Siamo, in ogni caso, molto lontani dal raggiungere l'obiettivo dello 0,7% di risparmi. Posticipare l'introduzione di "quota 96" al 2008, come richiesto dal Ministro Maroni, peggiora le cose perchè genera risparmi complessivamente più limitati che partendo subito. Si noti, inoltre, che questi sono i risparmi "massimi raggiungibili". Infatti il meccanismo delle quote prevede la possibilità di anticipare l'accesso alla pensione, ma con prestazioni più basse: se i lavoratori accettassero tali riduzioni per uscire anticipatamente, i risparmi sarebbero certamente inferiori.
Senza scaloni
Quindi il compromesso non è raggiungibile né con quota 94 né con quota 96 (e presumibilmente neanche quota 98 sarebbe adeguata). Il meccanismo delle quote è peraltro, complesso, poco trasparente e in contrasto col il principio contributivo (vedi Gronchi). Mentre è iniqua la proposta, di cui pure si parla in questi giorni, di ridurre le finestre di uscita. Meglio, invece, intervenire gradualmente sui requisiti anagrafici, imponendo un progressivo innalzamento dell'età di accesso fino a 65 anni di età, lasciando libertà su quando andare in pensione ma prevedendo riduzioni delle prestazioni per chi decide comunque di andare in pensione prima. E' un metodo più trasparente delle quote e che corrisponde a principi di equità. Le riduzioni servono infatti a compensare il fatto che chi va in pensione prima percepirà questo trattamento più a lungo di chi va in pensione più tardi.
Il grafico qui sotto mostra gli effetti simulati sulla spesa pensionistica di una ipotetica riforma che ponga quattro "traguardi" anagrafici: innalzi i requisiti anagrafici a 62 anni tra il 2004 e 2015, ponga il traguardo a 63 anni tra il 2016 e il 2025, a 64 dal 2025 al 2035 e a 65 di lì in poi, in concomitanza con il pensionamento delle prime generazioni interamente passate al metodo contributivo. Questo ricalca la progressione nelle anzianità già prevista dalla riforma Amato.
Tale riforma permetterebbe comunque a tutti coloro con più di 57 anni età e 35 di contributi di andare in pensione prima di aver raggiunto queste età, ma a costo di una riduzione degli importi commisurata agli anni di anticipo secondo principi di equità attuariale. Ad esempio chi volesse andare in pensione nel 2004 a 57 anni di età (con 35 anni di contributi) subirebbe una decurtazione delle prestazioni del 2,5% annuo per 5 anni, cioè una decurtazione pari al 12,5% della pensione.
Nel grafico consideriamo due scenari estremi circa gli effetti di questa riforma sulle scelte di pensionamento. I risparmi sono minimi (min) quando la riforma non cambia le scelte di pensionamento: tutti vanno in pensione come prima, anche se ricevono importi più bassi. I risparmi sono massimi (max) quando, invece, si continua a lavorare fino a raggiungere il traguardo, ottenendo prestazioni più elevate. E' probabile che i risparmi conseguibili con questa riforma si collochino al di sotto, ma non lontano dal caso max, dato che le scelte di pensionamento rispondono a cambiamenti nel profilo temporale delle prestazioni. Il grafico mostra, per un confronto, anche i risparmi ottenibili con la riforma Tremonti.

Si noti che la riforma nella versione "max" genera risparmi consistenti prima del 2008 e si attesta poi sul profilo della Tremonti, coinvolgendo quindi tutte le generazioni attive dal 2004 in poi. Nello scenario "min", in cui gli individui continuano ad andare in pensione molto presto, i risparmi sono chiaramente limitati ma più equamente distribuiti che nella Tremonti. Il picco dei risparmi che quest'ultima comporta nel 2013-4 implica che i tagli sono concentrati su di un numero ristretto di classi di età, tra cui alcune di quelle che hanno già pagato con la riforma Dini, mentre vengono esentate quasi tutte le generazioni che sono state sin qui risparmiate dalle riforme degli anni '90.
In conclusione
Le simulazioni mostrano che solo partendo subito e intervenendo gradualmente sui requisiti anagrafici si possono ottenere risparmi di una certa entità ed equamente ripartiti fra diverse generazioni. Il fatto di ottenere risparmi fin da subito permetterebbe, peraltro, di finanziare immediatamente quegli ammortizzatori sociali che permetterebbero al nostro paese di meglio affrontare fasi di stagnazione come quella attuale. Non c'è davvero ragione di aspettare fino al 2008 per introdurre sistemi efficaci di contrasto alla povertà, oggi sempre più concentrata sui giovani.