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Previdenza integrativa: un successo. Ma le piccole imprese?

di Bruno Mangiatordi 31.07.2007
La campagna di adesioni alla previdenza complementare registra un eccellente risultato nel comparto delle imprese medio grandi, i cui lavoratori hanno dato prova di nutrire la massima fiducia nel sistema. Al contempo si registra una preoccupante arretratezza nelle piccole imprese nelle quali è peraltro impiegata la maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani. Nei prossimi mesi i policy makers dovranno elaborare proposte che consentano alla previdenza privata di allargare la propria offerta, attraverso strumenti e soluzioni innovative che ne accrescano visibilità e affidabilità.

Per poter svolgere un primo (e parziale) ragionamento sull’evoluzione del sistema della previdenza complementare al 30 giugno 2007, termine del semestre durante il quale era possibile esercitare la scelta di aderire ai fondi pensione o di conservare il tfr, conviene concentrare l’attenzione sull’andamento delle adesioni ai c.d. fondi negoziali promossi dalla contrattazione collettiva. Sia per salvaguardare una continuità con le analisi svolte in passato, sia perché è lecito ipotizzare che i potenziali aderenti a tali fondi, promossi dalle organizzazioni rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro, siano stati destinatari di una campagna promozionale più efficace ed aggressiva, essendo intervenuta negli stessi luoghi di lavoro, sia, infine, perché nell’ambito di tale segmento disponiamo di dati disaggregati che possono consentire un’analisi più articolata.

Buone adesioni nelle grandi imprese

Si tratta di una platea che conta circa 9 milioni 300 mila potenziali aderenti che si riduce a 7 milioni 300.000 se si escludono quattro fondi (PREV.I.LOG, Artifond, Marco Polo e Previ.Prof) per i quali l’autorizzazione ad operare è intervenuta soltanto nel corso del semestre. Nell’ambito di tale aggregato, il tasso di adesione complessivo è passato dal 14,9 per cento del dicembre 2006 al 19,8 per cento del giugno 2007.
Operando una prima scomposizione, è possibile identificare, all’interno del bacino di potenziali aderenti che stiamo esaminando, un sotto insieme di fondi pensioni negoziali, riconducibili grosso modo al settore delle imprese medio-grandi, nel cui ambito sono stati raggiunti tassi di adesione superiori al 51 per cento dei potenziali aderenti (con punte oltre l’80 per cento), con una crescita di quasi undici punti percentuali rispetto al dicembre 2006. Si tratta di un bacino di circa due milioni di potenziali aderenti che comprende, oltre a una iniziativa territoriale (il fondo Laborfonds del Trentino Alto Adige), i fondi negoziali di categorie quali i chimici, i metalmeccanici, i lavoratori delle telecomunicazioni, dell’energia, ma anche i lavoratori delle poste, delle ferrovie, della gomma e della plastica e altre ancora. Si noti che quanto al profilo dimensionale i fondi in esame presentano generalmente un bacino di potenziali aderenti relativamente esiguo, al di sotto delle 250.000 unità; soltanto il Fondo Cometa (metalmeccanici) supera ampiamente tale soglia (contando circa un milione di aderenti potenziali).
Si può rilevare a margine che la percentuale di adesioni alla categoria di fondi sopra descritta crescerebbe ulteriormente se si prendesse in considerazione la realtà, per molti versi analoga, dei fondi c.d. preesistenti, operanti a livello aziendale prevalentemente nei settori bancario e assicurativo, i quali, a fronte di un bacino di potenziali iscritti di circa 700.000 unità, contano 550.000 aderenti (quasi l’80 per cento dei dipendenti dei settori di riferimento).
Tassi di adesione mediamente poco superiori al 16 per cento dei potenziali aderenti (in crescita di circa 4 punti percentuali rispetto al dicembre 2006) si registrano invece nell’ambito di un secondo sotto insieme di fondi negoziali (cui è riconducibile una platea di un milione e mezzo di potenziali aderenti) attivi in settori industriali dove prevalgono le imprese medio-piccole (tessile/calzature,carta, alimentare, legno/cemento/arredamento), oltre che nel settore cooperativo, in quello dei servizi aeroportuali e nell’ambito di due iniziative territoriali (Veneto e Val d’Aosta). Dei nove fondi che fanno parte dell’aggregato in esame, quattro hanno un bacino che supera i 250.000 aderenti potenziali; tra questi ultimi, uno (il fondo Previmoda) supera quota 400.000.
Per completare questo rapido excursus, occorre infine menzionare un terzo sotto insieme di fondi negoziali che registra (escludendo da questo computo i quattro fondi neo autorizzati cui già si è fatto cenno) tassi di adesione in media pari al 3,4 per cento dei potenziali aderenti (1,2 per cento di crescita rispetto al giugno 2006) e che, per converso, ha di gran lunga il bacino numericamente più rilevante (5 milioni 700.000 potenziali aderenti che si riducono a 3 milioni 700.000 al netto dei quattro fondi più volte citati). Si tratta di fondi pensione destinati a lavoratori appartenenti al settore del commercio e a realtà imprenditoriali di tipo artigianale o di dimensioni ridotte (edilizia, agricoltura). Una realtà produttiva polverizzata fatta di micro imprese con pochissimi dipendenti. In questo ultimo raggruppamento di fondi è ancor più rilevante registrare il dato dimensionale: soltanto due dei nove fondi che ne fanno parte si rivolge a una platea inferiore alle 250.000 unità e ben cinque superano quota 750.000 aderenti potenziali. Caso limite è quello delle condizioni di operatività del fondo pensione "FON.TE", attivo nel settore del commercio che vanta 2 milioni di potenziali aderenti.

Alcune valutazioni

I dati fin qui riassunti andranno certamente arricchiti e rivisitati alla luce dell’andamento delle adesioni dei "silenti" e di ulteriori indagini aventi ad oggetto la ripartizione del complesso degli aderenti alla previdenza complementare in chiave anagrafica e geografica, nonché altri aspetti attinenti a specifiche caratteristiche degli iscritti quali il sesso, le categorie professionali e di reddito, ecc. Appare possibile, tuttavia, prospettare alcune riflessioni utili.

1) La presunta ritrosia dei lavoratori italiani ad utilizzare il tfr per finanziare piani previdenziali integrativi sembra trovare una smentita nell’andamento delle adesioni nel settore delle imprese medio-grandi. L’ampiezza dei risultati raggiunti in un bacino di circa due milioni di persone (più i 700.000 aderenti ai fondi "preesistenti") dimostra che i lavoratori, trovandosi di fronte ad un’offerta di previdenza complementare chiaramente riconoscibile, optano – volontariamente e in massa - per l’adesione;

2) I tassi di adesione alla previdenza complementare raggiunti in Italia nel settore delle imprese medio grandi si collocano in un ordine di grandezza del tutto comparabile (in taluni casi addirittura superiore, ove si consideri la natura interaziendale di molti fondi pensione italiani, tutti peraltro a contribuzione definita) a quella che si registra nei paesi leader della previdenza complementare;

3) Al termine del semestre, e considerando soltanto le adesioni esplicite, si è decisamente incrementato il gap tra i tassi di adesione dei fondi operanti nel comparto delle grandi imprese e quelli che si registrano negli altri comparti;

4) Sembra esistere, peraltro non sorprendentemente, una relazione positiva tra la dimensione delle aziende e il successo nella raccolta delle adesioni del fondo negoziale ai cui dipendenti si rivolge; d’altro canto, sembra esistere invece, con l’eccezione del fondo dei metalmeccanici, una relazione negativa tra l’ampiezza del bacino dei potenziali aderenti dei fondi e la loro capacità di raccolta delle adesioni;

5) E’ legittimo ipotizzare che i fondi pensione operanti esclusivamente nel settore delle piccole e piccolissime imprese stentino a decollare a causa per un verso della difficoltà per i lavoratori a identificarli e riconoscerli e per l’altro verso della difficoltà di tali fondi a raggiungere platee che nella quasi generalità dei casi sono di dimensioni pletoriche. Partendo dal presupposto secondo cui il successo della riforma corrispondeva al raggiungimento di una percentuale pari al 40 per cento dei potenziali aderenti, l’obiettivo implicito di FON.TE avrebbe dovuto essere quello di toccare nel semestre quota 800.000 iscritti (partendo dai circa 25.000 che contava a gennaio e che, peraltro, a giugno ha raddoppiato). Un obiettivo smisurato tenuto conto della difficoltà di sollecitare l’adesione di un esercito di lavoratori dispersi in una miriade di esercizi commerciali.

 

Una revisione urgente

Non si è ritenuto far cenno ad altri possibili elementi di interpretazione dei dati quali la decisione politica di istituire il fondo di tesoreria presso l’INPS, il ruolo giocato dai datori di lavoro nelle piccole imprese, l’efficacia della campagna informativa, il relativo successo delle forme individuali, ed altri che si omette per brevità di citare, non perché siano irrilevanti (tutt’altro) ma perché in questa sede si è preferito richiamare l’attenzione su quello che si ritiene un limite di impostazione della previdenza complementare: è evidente che fondi pensione negoziali con amplissimi bacini di adesione, ricomprendenti milioni di lavoratori occupati in milioni di unità produttive disperse nel territorio non potevano d’un colpo, nel corso di sei mesi, colmare l’enorme squilibrio tra il numero delle adesioni raccolte e quello dei potenziali aderenti. Ed è altrettanto plausibile ipotizzare che essi incontreranno le stesse difficoltà anche in futuro.
Se si aggiunge che una buona percentuale dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato (pari a 12 milioni 200 mila persone) rimane sprovvisto di incentivi contrattuali alla previdenza complementare e di fondi negoziali cui iscriversi, non pare dubbio che si debba rapidamente porre mano a una radicale revisione della struttura dell’offerta previdenziale che capitalizzi il successo indiscusso registratosi nelle grandi imprese (da cui può evincersi che in Italia non c’è un pregiudizio negativo verso i fondi pensione). Occorrerebbe, in particolare, promuovere ulteriori e più efficaci iniziative volte a creare condizioni di fiducia nella previdenza complementare anche tra i lavoratori delle piccole imprese. E’ il tema di fondo che dovrebbe essere sul tavolo dei policy makers nei prossimi mesi.