
Habemus pactum. Non è certo l'inizio di un nuovo patto intergenerazionale. È un tampone che serve a guadagnare tempo in attesa di nuovi correttivi. Ma tutti i problemi di fondo rimangono irrisolti, sia di forma che di sostanza. La "concertazione" non c'è stata. Ora bisognerà decidere cosa fare del metodo contributivo dato che questo accordo continua l'opera di demolizione della riforma varata nel 1996. E bisogna assicurare vere coperture. Quelle sui parasubordinati non lo sono. Perché si scambia il vincolo di bilancio annuale dell'Inps con il vero vincolo di bilancio di un sistema previdenziale: quello che guarda al futuro.
Chi deve fare il passo indietro
L’accordo è stato salutato come una vittoria della concertazione. Ma dopo sette mesi di trattativa da carbonari senza alcun coinvolgimento dell'opinione pubblica, giungiamo a un patto che impegna tutti, soprattutto i più giovani, ma che è stato concordato solo da Cgil, Cisl e Uil. Legittimo chiedersi: chi rappresentano Angeletti, Bonanni ed Epifani, firmatari dell'accordo? E, come può un Raffaele Bonanni spingersi fino a chiedere "ai politici di fare un passo indietro"? Il passo indietro lo dovrebbe fare il sindacato, accettando di rivedere le regole della concertazione, lasciando un posto a tavola anche agli altri, a partire dai rappresentanti dei giovani.
Un giudizio: rispetto a cosa?
Molti commentatori hanno valutato l'accordo sulla base delle aspettative della vigilia, quando si rischiava un'abolizione dello scalone tout-court. Avrebbe voluto dire 35 miliardi in più di spesa previdenziale in dieci anni presumibilmente a carico della fiscalità generale. Il tutto per proteggere 129.500 pensionandi d'anzianità, molti dei quali provenienti dal pubblico impiego, ben pochi (attorno a 15mila) da lavori considerati usuranti. Rispetto a questo scenario è davvero difficile fare peggio. Richiamarlo è solo utile per capire cosa voleva la cosiddetta "sinistra massimalista". Forse bisognerebbe ribattezzarla "vecchia sinistra". In tutti i sensi.
È giusto invece valutare l'accordo rispetto alla legislazione vigente, e cosa sarebbe accaduto senza l'accordo. Due i cambiamenti più importanti.
Primo è stata approvata la tabella con i nuovi coefficienti di trasformazione, proposta dal nucleo di valutazione della spesa previdenziale, prevedendone un aggiornamento d'ora in poi ogni tre anni. Bene anche se rischia di essere un'approvazione pro forma perché è prevista una commissione col "compito di verificare e proporre modifiche" agli stessi (si noti che è stato cancellato dal testo un "eventualmente" che andava prima del "proporre modifiche").
Secondo, l’accordo comporta un aumento di spesa previdenziale di circa 10 miliardi di euro in dieci anni. Male, anche se questa spesa sarà interamente finanziata all'interno del sistema pensionistico. Soprattutto perché il finanziamento avverrà aumentando i contributi dei parasubordinati (fino a 3 punti di aliquota, per raccogliere 4,4 miliardi) e da tutti i contribuenti (3,5 miliardi) nel caso assai probabile in cui non ci fossero risparmi dal riordino degli enti previdenziali . In un paese in cui già oggi la spesa previdenziale assorbe due terzi della spesa sociale, impedendo il finanziamento di programmi di base di lotta alla povertà, bisognava finanziare l'ammorbidimento dello scalone con tagli ad altri capitoli di spesa previdenziale (l'unico taglio nell'accordo è il tetto all'indicizzazione delle pensioni più alte). Ma c'è anche un altro problema: siamo sicuri che quelle trovate siano vere coperture?
Sono coperture vere?
Non sappiamo quanto le stime delle entrate da incremento delle aliquote contributive dai parasubordinati tengano conto degli inevitabili effetti negativi che l’incremento avrà sull'occupazione: in quattro anni l’aliquota è aumentata di 9 punti. Ma c'è anche un ulteriore problema. Quando si parla di previdenza la contabilità deve essere fatta su più generazioni, non sul bilancio dell'Inps anno per anno. Se aumentano i contributi oggi, domani aumenteranno anche le prestazioni. Soprattutto se siamo in un sistema contributivo. Delle due l'una: o l'accordo vuole sopprimere il legame fra contributi e prestazioni oppure, quelle trovate, sono coperture "da ragioniere": fanno quadrare i conti oggi, facendo aumentare il debito pensionistico che graverà sui futuri lavoratori.
Addio al metodo contributivo?
Come lo scalone di Maroni e Tremonti, l’accordo scardina l’impianto del metodo contributivo, introdotto con la riforma varata nel 1996. Non si responsabilizzano i lavoratori, abituandoli a ricevere in base a quanto versato durante l’intero arco della vita lavorativa, e lasciandoli liberi di scegliere quando andare in pensione, sulla base di regole che impediscono che sia conveniente andare in pensione appena possibile. L'accordo, invece, introduce una giungla di scalini arbitrari, differenziati per genere, condizione lavorativa (gli autonomi potranno andare in pensione dopo i lavoratori dipendenti, le donne prima degli uomini) esattamente come la riforma targata Maroni-Tremonti. È il trionfo della discrezionalità della politica. C'è da scommettere che un governo più vicino ai lavoratori autonomi domani cercherà di ripristinare la parità di trattamento.
C'è poi anche l'istituzione di una commissione (come al solito composta solo da governo e "organizzazioni sindacali più rappresentative") che dovrà cercare di trovare un modo di garantire "un tasso di sostituzione al netto della fiscalità a livelli non inferiori al 60 per cento?" Oltre all'ambiguità della formula (vuol dire che garantiamo a chi va in pensione con un salario di 200mila euro 120mila euro di pensione all'anno?), come è possibile fare promesse di questo tipo in un sistema previdenziale? Ai lavoratori più giovani si aggiunge, oltre al danno, la beffa di una promessa da marinaio.
Non sarà l'ultima riforma
Speravamo in una riforma definitiva. Ma i protagonisti di questo accordo sono, una volta di più, afflitti dalla malattia dell'ultima sigaretta: la fumano voluttuosamente dicendo che sarà l'ultima, ben sapendo che non è così. Questa non sarà l'ultima, né presumibilmente la penultima riforma. Chi ci dice che fra un anno non ci sarà una nuova estenuante trattativa per cambiare i nuovi scalini? Una verifica, per la verità è già prevista nel 2011. E poi bisognerà capire cosa accadrà ai lavoratori del sistema contributivo puro (quelli che hanno iniziato a lavorare nel 1996). Infatti, le regole vigenti della Maroni hanno eliminato anche per questi lavoratori la finestra anagrafica 57-65 per la vecchiaia con un requisito anagrafico stringente di 65 anni di età (60 per le donne). Inoltre prevedono un trattamento di anzianità con 35 anni di contributi e 62 anni di età (a meno di aver cumulato 40 anni di contributi). Non è chiaro se le regole dell’accordo si applicheranno anche a questi lavoratori (ad esempio con 36 contributi+61 età a quota 97). Evidentemente il raccordo fra i due sistemi è da rifare se si vuole evitare una giungla di regole. Anche per questo ci vorranno nuovi interventi.