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L’euro, l’inflazione e il Comitato

di Vito Tanzi 18.03.2004
In una economia di mercato l’eccessivo aumento dei prezzi è impedito dalla libera concorrenza, unita a una politica monetaria adeguata. E infatti tra le competenze del Comitato euro non c’era nessun riferimento al controllo dei prezzi, né avrebbe potuto essere diversamente. Più che continuare a discutere degli effetti dell’euro sull’inflazione, dovremmo preoccuparci di eliminare gli ostacoli alla concorrenza e aiutare così l’economia italiana a diventare più efficiente e competitiva.

Il primo gennaio 1999 il valore della lira fu fissato definitivamente rispetto alle monete degli altri paesi membri dell'Unione monetaria europea (Ume). Il primo gennaio 2002 l'euro fece la sua comparsa mandando in pensione la lira e le altre monete dei paesi dell'Ume. La nuova moneta sostituì la lira a un tasso di cambio di un euro contro 1936,27 lire. Da quel momento i prezzi dovevano essere espressi in euro.
In questa nota vorrei discutere brevemente due questioni. La prima se l'introduzione dell'euro può aver causato un aumento importante, e non solo marginale, dei prezzi.
La seconda, se il Comitato euro, istituito nel 1996 per coordinare "le problematiche e le azioni correlate con l'introduzione dell'euro nel sistema economico e nell'ordinamento giuridico italiano (...)", fece qualcosa per impedirlo.

Prezzi e funzioni del Comitato

Sono stato presidente del Comitato dal settembre 2001 fino al suo scioglimento (sei mesi dopo la cessazione del corso legale della lira, come fissato dall'articolo 2, comma 10, del Dpr n. 268 dell'8 luglio 1998).
Durante questo periodo, il Comitato, che aveva ampia rappresentanza di istituzioni pubbliche e private, si riunì spesso per affrontare problemi logistici o giuridici connessi con l'introduzione della moneta unica europea e contribuì alla soluzione di molti.
Due ipotesi sono state avanzate per spiegare perché l'introduzione dell'euro avrebbe portato a una accelerazione del tasso di inflazione.
La prima è che nel 1999 l'Italia accettò un tasso di cambio contro le monete degli altri paesi Ume troppo sottovalutato. Per i sostenitori di questa ipotesi, l'Italia avrebbe dovuto insistere su un cambio più alto: per esempio 1.800 lire rispetto all'euro, invece di 1.936.27 lire. Se ciò fosse avvenuto, i prodotti importati sarebbero stati meno cari, riducendo l'inflazione
Questa è una strana ipotesi perché, come si sa e come indicano le discussioni odierne sul valore dell'euro (troppo alto) rispetto al dollaro o al yuan cinese, i governi generalmente preferiscono avere monete sottovalutate (perché aiutano le esportazioni) piuttosto che sopravalutate.
Nel 1999, tutti i paesi dell'Ume volevano entrare nell'euro con valute sottovalutate e non sopravalutate. Gli altri Stati sarebbero stati felici se l'Italia avesse proposto un valore più alto per la lira.

A ogni modo, l'effetto di questa decisione sull'andamento dei prezzi avrebbe dovuto verificarsi nel 1999 e specialmente nella prima metà di quell'anno. Al contrario, in quel periodo l'inflazione rimase bassa.
Quindi possiamo scartare questa prima ipotesi.
La seconda ipotesi ha due componenti. La prima sostiene che, a differenza dei cittadini di altri paesi dell'Ume, gli italiani non sanno fare i conti e, per esempio, confondono un euro con mille lire. È difficile per me considerare seriamente questa idea.
La seconda ritiene che i commercianti abbiano bisogno di un pretesto per aumentare i prezzi di ciò che vendono.

Questa affermazione ignora il fatto che l'Italia ha una economia di mercato e in tale economia, tariffe controllate escluse, un venditore (di scarpe, di cipolle, di triglie) può stabilire qualunque prezzo per ciò che vende. Se fissa un prezzo più alto degli altri, perderà clienti e sarà costretto ad abbassare il prezzo.
Quindi, si può assumere che in ogni momento il venditore chiederà il prezzo più alto che può ottenere senza aspettare l'introduzione dell'euro o qualche altra scusa.
In una economia di mercato non è la presenza della Guardia di finanza che impedisce l'aumento dei prezzi, ma la libera concorrenza insieme a una politica monetaria adeguata. Naturalmente, più prezzi politici (come le tariffe), prezzi amministrati (come quelli dei taxi) o di monopolio ci sono, minore è l'effetto della concorrenza nel contenere l'aumento dei prezzi.
Sfortunatamente, in Italia il libero mercato è ancora oggi meno libero di quanto dovrebbe essere.

Una discussione sterile

Date queste premesse, è ovvio che il Comitato euro non aveva, né poteva avere, nessuna responsabilità rispetto al controllo dei prezzi. Il decreto del Presidente della Repubblica, n. 268 dell'8 luglio 1998, che ne specificava le competenze, non faceva nessun riferimento al controllo dei prezzi. E infatti, nessuno ha precisato cosa si dovesse controllare in un sistema di libertà dei prezzi.
Durante le numerose riunioni del Comitato si era spesso discussa la possibilità che l'introduzione dell'euro potesse avere qualche effetto sui prezzi. Le preoccupazioni erano due. In primo luogo, c'era il probabile effetto dovuto agli inevitabili costi di conversione: nuovi registratori, costi di addestramento, adeguamento di bancomat, eccetera. richiedevano alcune spese. Era stato anticipato che potessero portare a un aumento dei prezzi di circa lo 0,5 per cento all'entrata in vigore dell'euro.
Stranamente, uno studio recente del Fmi ha stimato che l'introduzione dell'euro in Italia può aver contribuito a circa un quarto dell'inflazione del 2002. Un quarto di quella inflazione è molto vicino allo 0,5 per cento.
In secondo luogo, c'era la preoccupazione che l'introduzione dell'euro potesse portare ad aumenti ingiustificati nelle tariffe e nei prezzi regolamentati. Il Cipe, nella seduta del 15 novembre 2001, aveva emanato una delibera che forniva alcuni indirizzi operativi per scongiurare questa possibilità.
Ad ogni modo, secondo le stime ufficiali dell'Istat, l'introduzione dell'euro non portò a un aumento dell'inflazione nei primi mesi del 2002, il periodo nel quale quell'aumento sarebbe stato più probabile.

Nei primi sette mesi del 2002 l'aumento dei prezzi fu inferiore all'anno precedente e solo negli ultimi mesi del 2002 si registrò una crescita. Ma troppo tempo era passato per attribuire questo aumento all'introduzione dell'euro, altri fattori erano entrati in gioco.
Si dovrebbe abbandonare questa sterile discussione sull'effetto dell'euro sui prezzi e cominciare seriamente ad attenuare i numerosi e diffusi ostacoli alla concorrenza che continuano a esistere in Italia e che contribuiscono a mantenere i prezzi più alti di quanto dovrebbero essere.

Se questi ostacoli riducono anche la crescita della produttività, l'inflazione italiana potrebbe diventare cronicamente superiore a quella di altri paesi creando crescenti problemi di concorrenza a livello internazionale.
Meno discussioni e più riforme vere aiuterebbero l'economia a diventare più efficiente e competitiva