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I danni del teurorismo

di Guglielmo Weber 10.02.2004
Non l’euro in quanto tale, ma l’incertezza e di conseguenza la maggiore attenzione prestata ai prezzi al dettaglio con l’introduzione della moneta unica. Sarebbe questa la spiegazione del fenomeno italiano di un’inflazione percepita così distante da quella reale, ma anche del ristagno dei consumi nell’intera Eurolandia. Perché uno studio recente suggerisce che più i consumatori sono attenti a quanto spendono, meno spendono. E i dati aggregati, gli unici finora disponibili, sono coerenti con questa lettura.

Mai, nella storia dell'umanità, tanta attenzione è stata prestata al prezzo di un così modesto ortaggio: le zucchine. La verace casalinga di Voghera, l'attempato e stralunato accademico bolognese, l'implacabile segugio della carta stampata della Capitale si aggirano fra i banchi dei rispettivi mercati ortofrutticoli, pronti a gridare la propria indignazione se il prezzo delle zucchine sale oltre il tasso d'inflazione programmata.

Prezzi degni di nota

Finché la debole liretta riempiva le tasche dei consumatori italiani, il raccolto di zucchine poteva essere bruciato dalle peggiori gelate, divorato dalle più temibili locuste, e nessuno se ne curava, tranne ovviamente i produttori e quei rari gourmet che alla zucchine non potevano rinunciare a nessun costo. Oggi, con le tasche piene di monetine tintinnanti e di grande valore, i consumatori italiani sono facile preda di angoscia e turbamento quando il prezzo in euro delle zucchine sale.

Dobbiamo rallegrarci di tanta attenzione ai prezzi al dettaglio? Dobbiamo lodare il ritorno alle antiche virtù del buon padre di famiglia, che facevano sì che il primo Presidente della Repubblica italiana annotasse minuziosamente tutte le spese del ménage familiare su appositi quadernetti? Dobbiamo biasimare quei distratti (magari anziani confusi, o giovani incoscienti) che si sono lasciati talvolta ingannare, e hanno pagato con un euro ciò che costava un tempo mille lire?

La sorprendente risposta che la scienza economica ci fornisce è: no. Non tutta la scienza economica, naturalmente. Ma un interessante lavoro di tre economisti americani suggerisce un'inattesa relazione: tanto più i consumatori sono attenti a quanto spendono, tanto meno spendono.(1)

E se non spendono, l'economia ristagna.

Più attenzione, meno spese

È chiaro quindi quel che potrebbe essere successo nell'intera Eurolandia se i nostri colleghi d'oltre oceano hanno visto giusto. Con l'arrivo della nuova moneta tutti, dalla massaia ellenica al coscienzioso maritino olandese, hanno prestato maggiore attenzione ai prezzi della merce offerta nei mercati, supermercati, negozi e shopping center. E questa maggiore attenzione ha prodotto l'effetto di un calo generalizzato negli acquisti.

Non di eguale misura per tutti, però. Se la teoria è vera, il calo deve essere stato tanto più marcato quanto minore era l'abitudine a vedere prezzi espressi in valute diverse. Quindi, le classi colte abituate a viaggiare avranno quasi mantenuto le proprie abitudini di spesa, i clienti abituali dei mercati rionali, poco avvezzi a pensare in dollari, sterline e corone, avranno tagliato drasticamente le compere.
Se la domanda in Eurolandia ristagna, la colpa potrebbe essere davvero dell'euro, che ha trasformato tanti popoli di cicale (in marchi, franchi e lire) in un unico popolo di euro–formiche. Inutile cercare la differenza fra inflazione effettiva e inflazione percepita scandagliando i prezzi delle singole merci o dei singoli dettaglianti: la percezione è dovuta soltanto alla maggiore attenzione oggi prestata a quello che tutti noi compriamo (quando compriamo!) nei negozi.

In un linguaggio più tecnico

Fin qui il tono dell'articolo è volutamente scherzoso, dato che sono stanco di pensare all'economia come alla "dismal science", la scienza triste. Per chiarezza, esprimo rapidamente i concetti chiave in un linguaggio più consono all'argomento.

1) L'euro non ha generato inflazione (anzi: si veda su questo l'articolo di Ignazio Angeloni sul Sole 24 Ore del 5 febbraio 2004 dal titolo "L'Inflazione? L'euro non ha colpe")

2) L'euro ha però generato incertezza sui prezzi (che ha dato luogo alla discrepanza fra inflazione effettiva e, in gergo politico-giornalistico, "inflazione percepita")

3) A fronte dell'aumentata incertezza, i consumatori hanno ridotto la spesa

4) Le autorità di politica monetaria e fiscale non hanno considerato questo effetto del passaggio all'euro, e non lo hanno adeguatamente contrastato

5) Il modo migliore per far ripartire l'economia è di smetterla di parlare di prezzi e di euro (e pensare invece a spingere la domanda aggregata nei vari modi di cui si discute da tempo: investimenti in ricerca e infrastrutture, tassi d'interesse a breve più bassi, e così via).

La rilevanza empirica dell'effetto della moneta unica sui consumi delle famiglie non è stata ancora studiata.
L'ideale sarebbe avere dati sull'incertezza percepita dalle famiglie in relazione all'introduzione dell'euro e sulla spese da queste effettivamente sostenute. Anche i dati dell'indagine Istat sui bilanci delle famiglie potrebbero essere usati, per controllare se i gruppi della popolazione che hanno maggiormente ridotto il consumo sono effettivamente quelli che hanno minor istruzione e abitudine ai viaggi.

In attesa di condurre un'analisi di questo tipo, è possibile utilizzare dati aggregati, confrontando consumi e redditi di Eurolandia e dell'intera Unione europea (che ha attualmente quindici paesi membri. Tre di questi, Danimarca, Svezia e Regno Unito, non hanno adottato l'euro. Negli altri l'euro è utilizzato come mezzo di pagamento dal 1 gennaio 2002.).
Dati Ocse sui consumi delle famiglie europee (in termini reali) indicano che la crescita si è ridotta nel 2002, l'anno dell'introduzione dell'euro.
Questa riduzione è stata più marcata in Eurolandia. La crescita del consumo è stata inferiore dello 0,5per cento nel 2002 nei dodici paesi euro rispetto ai quindici dell'Unione europea. Negli anni precedenti la differenza oscillava fra lo 0,1 per cento e lo 0,2 per cento. Un aumento nella differenza si registra anche per il reddito aggregato reale, il Pil, ma molto meno marcata (circa lo 0,1 per cento).

Questo semplice esercizio non fornisce informazioni sulla precisione degli effetti stimati, e non consente di escludere che la diversa dinamica del consumo nelle due aree sia da attribuire ad altri fattori intervenuti nel periodo. Tuttavia, quanto trovato è coerente con la tesi esposta sopra.

 

(1) "The absent-minded consumer" di John Ameriks, Andrew Caplin and John Lehay, Nber WP 10216, gennaio 2004 (http://www.nberg.org).
Questo lavoro non si occupa direttamente dell'introduzione dell'euro, ma presenta un'analisi teorica ed empirica secondo la quale i consumatori che meglio conoscono quanto spendono finiscono con lo spendere meno.