
Le indiscrezioni apparse solo sulla stampa nelle ultime settimane, secondo cui il Ministero dell'Economia ha intenzione di inserire nella Finanziaria una norma per un'operazione di concambio di titoli del debito pubblico nel portafoglio della Banca d'Italia, hanno trovato conferma ufficiale in un parere di venerdì 6 dicembre del Consiglio direttivo della BCE (di cui è membro il Governatore della Banca d'Italia) (si veda il
documento della BCE) e in valutazioni espresse da fonti della stessa Banca d'Italia, riprese sulla stampa di domenica 8 dicembre.Dal parere della BCE si apprende che, per avere un effetto nullo sul bilancio di una società per azioni come la Banca d'Italia, sarebbe previsto:
1. il concambio di titoli immobilizzati, pari a 39,4 miliardi euro e con scadenza fino al 2044, emessi a seguito della riforma nel 1993 del conto di Tesoreria dello Stato (legge 483/93), con un tasso di rendimento dell'1%, con titoli di analogo valore di mercato. Poiché il tasso di rendimento verrebbe elevato a quelli correnti di mercato, il valore dei nuovi titoli sarebbe ridotto, creando una minusvalenza. Ciò essenzialmente perché, a parità di valore attuale, l'originario flusso di interessi e di rimborso del capitale verrebbe generato, dato il tasso di rendimento più alto, da un apitale inferiore;
2. l'utilizzo, per compensare la minusvalenza, delle plusvalenze sulle riserve auree alla data del 1/1/1999, ovvero prima dell'inizio dell'UME. A tale fine verrebbe abrogata la norma del Testo Unico delle Imposte sui Redditi che le esclude dal reddito imponibile della Banca d'Italia.
A seguito dell'operazione, lo stock di debito pubblico alla fine del 2002 si ridurrebbe fino a un massimo di 12,4 miliardi di euro, valore questo pari ai conti di rivalutazione per l'oro all'1/1/1999 nel bilancio della Banca d'Italia. La riduzione sarebbe pari a circa l'1 % del PIL del 2002, significativamente inferiore a quella, dell'1,7-2%, di cui si legge sulla stampa. Anche ammettendo una forzatura del testo letterale del parere della BCE, fino a voler includere anche le plusvalenze successive all'1/1/1999 e includendovi quelle presumibili a fine 2002, si sfiorerebbe l'1.5%.
Allo stato delle informazioni disponibili alla stessa BCE, il provvedimento non è ancora definito nei suoi dettagli. Dovrebbe essere stipulata una convenzione tra il Ministero e la Banca d'Italia, e in ogni caso occorre che quest'ultima, in base al Trattato istitutivo dell'UME, dia il suo consenso.
Diversi articoli sui maggiori quotidiani hanno sottolineato che secondo la BCE l'operazione non violerebbe i regolamenti comunitari, purché la scadenza dei titoli sia non superiore a quella dei vecchi titoli, e che avrebbe il merito di trasformare in attività di mercato titoli che, se immobilizzati, non consentirebbero un'adeguata flessibilità alla politica monetaria. Per esemplificare, la Banca d'Italia potrebbe usare i nuovi titoli di mercato per operazioni da prestatore di ultima istanza atte a creare liquidità a favore di banche italiane.
Si tratta dunque di una brillante operazione finanziaria, che testimonia il costante interesse del Governo italiano a favorire l'attuazione dello spirito e della lettera dei trattati istitutivi dell'UME?
Le azioni e le opinioni sia della Banca d'Italia sia della BCE suggeriscono diversi motivi per dubitarne.
1. L'iniziativa parte dal Ministero dell'Economia e non dalla Banca d'Italia, che in quanto componente dell'Eurosistema avrebbe avuto uno specifico interesse a proporre una soluzione tecnica per trasformare in attività di mercato una parte, immobilizzata, del suo attivo.
2. La BCE, citando dal suo parere, "osserva con preoccupazione il contesto attuale in cui si colloca la conversione del debito pubblico," che " […]comporterebbe una (sua) significativa riduzione in un momento in cui il debito in Italia è, per contro, in aumento, in parte a causa di un insufficiente risanamento strutturale della finanza pubblica. Di conseguenza, ciò che dovrebbe essere l'obiettivo primario della conversione, in altre parole il rimborso del debito non negoziabile, potrebbe essere inteso quale obiettivo meramente secondario a quello principale consistente in una riduzione una tantum del debito pubblico". Ancora, "la BCE è dell'opinione che debba essere attentamente ponderato se la riduzione del debito in concomitanza con gli attesi sviluppi fiscali sia compatibile con gli scopi di cui all'articolo 104.2(b) del Trattato, che richiede che il rapporto tra debito pubblico e PIL si stia ‘…riducendo in misura sufficiente e […] si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato' "(corsivo aggiunto da chi scrive).
3. La BCE ritiene inoltre necessario che siano esaminate attentamente le possibili conseguenze dell'operazione proposta sul deficit pubblico(1). Un primo aspetto del problema potrebbero essere le conseguenze sul deficit della maggiore spesa per interessi imputabile all'anticipo della restituzione del capitale. Un secondo aspetto potrebbe essere che l'inclusione delle plusvalenze sulle riserve auree nel reddito imponibile della Banca d'Italia renderebbe le imposte pagate da questa dipendenti dall'andamento delle quotazioni dell'oro.
Le argomentazioni appena esposte suggeriscono che l'obiettivo primario dell'operazione di concambio sia quello, di window dressing, di evitare di interrompere per la prima volta in un decennio la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL.
La comunicazione finanziaria che si realizza tramite la redazione dei bilanci in modo da sfruttare, nell'ambito del lecito, le opportunità di minori oneri fiscali o di maggiori benefici per gli azionisti o i manager, è cosa ben nota nel mondo delle imprese. La domanda interessante da porsi è, nel caso di questa operazione di concambio, a quale tipo di operatori sia rivolto il messaggio e quali benefici ci si possa attendere. La lettura, del tutto intuitiva, delle motivazioni primarie dell'operazione, così come individuate anche nel parere della BCE, esclude che una flessione del rapporto debito pubblico/PIL alla fine del 2002 così ottenuta si traduca in minori rendimenti richiesti dagli investitori sui titoli del debito pubblico italiano. Potrebbero anzi generarsi effetti perversi sul premio al rischio paese, ove si leggesse l'operazione come il ricorso a misure da "raschiatura del barile".
Verrebbe da domandarsi se non sarebbe questa un'occasione per la Banca d'Italia, indipendente per statuto dal potere esecutivo, di sostanziare con i fatti le ripetute valutazioni critiche sui ritardi nel risanamento strutturale del bilancio pubblico, rifiutando il suo consenso a un'operazione che, collocata in un altro contesto temporale, manterrebbe invece la sua positiva valenza tecnica.
(1) E' da rilevare che il termine "government deficit" nel parere steso in lingua inglese è tradotto, erroneamente, con "debito pubblico" nella versione italiana.