Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

ASPETTANDO UN EURO PIU' DEBOLE *

di Charles Wyplosz 08.01.2008

Oggi l'euro è forte, ma tornerà a deprezzarsi. Quando? Probabilmente, abbastanza presto. L'amministrazione Bush sembra correre ai ripari sul disavanzo pubblico. E con la crisi del mercato immobiliare le famiglie americane riscoprono il risparmio. Per accelerare l'indebolimento dell'euro, la Bce potrebbe abbassare i tassi d'interesse. Ma la Banca teme a ragione l'impatto dell'aumento del prezzo del petrolio sull'inflazione. Se la recessione si espande, però, la quotazione del greggio si abbasserà. E il provvedimento sarà di nuovo all'ordine del giorno.

L’euro sale, sale. La soglia di un dollaro e mezzo per un euro è vicina e sarà probabilmente varcata quanto prima. Nell’ottobre 2000, durante un periodo di debolezza che aveva molto colpito l’opinione pubblica, l’euro valeva solo 0,85 dollari. Dall’inizio di quest’anno, per contro, si è rivalutato di quasi il 15 per cento rispetto al dollaro. Ecco, di colpo, aleggiare un’atmosfera di panico. Airbus ha persino affermato che è in gioco la sua stessa sopravvivenza. Sono giustificate queste reazioni? No, e per due motivi. Innanzitutto perché valutare l’euro sulla base del dollaro ha un che di fraudolento. Secondariamente perché tale situazione potrebbe non durare a lungo.

Il valore dell’euro

Cominciamo dal valore dell’euro. Se il dollaro è la moneta internazionale di riferimento, ciò non significa che l’euro e tutte le altre monete debbano essere commisurate sul suo valore. I nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti sono limitati. Certo, sono numerose le valute che seguono il valore del biglietto verde, ma esistono altre monete altrettanto importanti. Tenendo conto di tali aspetti, l’euro, nel paniere delle valute, si è in media rivalutato del 28 per cento dall’ottobre del 2000, data in cui aveva registrato la sua punta minima, e del 10 per cento dall’inizio di questo anno. Non è poco certo, ma non sufficiente a giustificare gli allarmismi, di cui si sente eco.
Ammettiamo pure che l’euro sia un po’ troppo forte. Prima di chiederci se il fatto è veramente così grave, bisogna cercar di capire il motivo della sua rivalutazione. Si dà il caso che la quasi totalità delle altre principali monete si siano rivalutate rispetto al dollaro. In altri termini, non è l’euro che si è rivalutato, è il dollaro che è crollato. Ed è crollato perché gli Stati Uniti da molti anni – press’a poco da quando George W. Bush è alla Casa Bianca – registrano un importante deficit esterno: spendono cioè più di quanto non guadagnino. Il deficit non deriva da una perdita di competitività delle aziende americane, anzi. Riflette due fenomeni. Il bilancio federale in rosso, e il governo che spende più di quanto non incameri. Partendo da un bilancio in attivo, ereditato da Bill Clinton, Bush ha ridotto le imposte e aumentato le spese militari.

Gli americani non risparmiano più

L’altro fenomeno, abbastanza strano, è l’azzeramento pressoché totale del risparmio nelle famiglie americane. Non si capisce ancora bene cosa abbia trasformato la formica d’oltre oceano in una cicala, ma vi sono due spiegazioni plausibili. La prima si rifà all’incredibile aumento della borsa. Molti americani, in possesso di azioni o di fondi di investimento, si sono sentiti più ricchi. E tale sensazione si è acuita grazie allo spettacolare rialzo dei prezzi degli immobili, dovuto al volo della borsa. Convinti che la cuccagna durasse in eterno, hanno messo molti meno soldi da parte.
L’altra spiegazione è collegata ai famosi subprime. Banche e istituti finanziari, fiduciosi anch’essi nella buona sorte, hanno offerto prestiti ipotecari, all’apparenza vantaggiosi, a un sempre maggior numero di persone, anche a chi in genere non otteneva con facilità prestiti dalle banche e che quindi poteva accedere alla proprietà di un’abitazione solo ricorrendo al risparmio. Di colpo, costoro hanno potuto comprarsi la casa dei loro sogni, grazie a un mutuo: invece di risparmiare, si sono indebitati a vita. Non è solo Bush che vive al di sopra dei suoi mezzi, ma tutta l’America, o quasi.

Piano A e piano B

Una delle soluzioni per riassorbire il deficit è quella di correggere gli errori: chiamiamola piano A. Il piano B consiste, invece, nell’abbassare il dollaro, rendendo più competitive le esportazioni e scoraggiando le importazioni, troppo onerose.
Il deficit esterno è divenuto così ampio che ha finito per suscitare preoccupazioni nei mercati finanziari. Poiché la Casa Bianca non ha saputo imporsi una disciplina di bilancio e le famiglie americane non sono ridiventate formichine, ha finito col prevalere il piano B. Ovviamente ciò avvantaggia i produttori americani a scapito dei loro concorrenti europei; ed ecco nascere le lamentazioni degli industriali, che hanno messo in allarme alcuni governi. Nicolas Sarkozy, in particolare, si è dato molto da fare, perché teme il rallentamento della crescita e l’aumento della disoccupazione, in un momento in cui ha bisogno della fiducia della sua opinione pubblica, per poter realizzare le riforme promesse.

Dobbiamo angustiarci? Le monete salgono e scendono. In questo momento l’euro è forte, un giorno si abbasserà. Quando succederà? Probabilmente, abbastanza presto. Il piano A si mette gradatamente a punto. L’amministrazione Bush sembra correre ai ripari, per quanto riguarda il disavanzo pubblico. Ma, soprattutto, l’attuale crisi immobiliare del paese sembra ricreare nelle famiglie il gusto per il risparmio. Certo, non è allegro constatare che gli Stati Unti sono in recessione, perché essa si ripercuoterà nel mondo intero. Ma, nello stesso tempo, ciò indicherà che i consumi delle famiglie americane stanno tornando a un livello normale, dopo essersi, per anni, finanziati col credito. Di conseguenza il deficit calerà. Resterà solo da capire quanto tempo impiegheranno i mercati finanziari per decidere che il dollaro può risalire.
In un primo tempo i mercati interpreteranno la recessione come un segnale di debolezza dell’economia americana. Si venderanno dollari e la moneta americana scenderà ancora. Ma, ai primi segni di ripresa degli Stati Uniti, i mercati si focalizzeranno sulla fine del deficit esterno e, proclamando risolto il problema, si precipiteranno di nuovo sul dollaro, giudicandolo sottovalutato. Tale rovesciamento di situazione non sarà proprio immediato, ma, per la prima volta dopo molti anni, si intravede la fine del tunnel.
Che fare nell’attesa? Bisognerà stringere i denti e avere pazienza. La recessione americana si estenderà all’Europa, in parte perché quell’enorme mercato è anche il nostro, in parte a causa del dollaro debole. L’Asia probabilmente terrà duro, il che dovrebbe attenuare l’impatto della recessione americana sull’Europa.

Le mosse della Bce

Cosa si può fare per accelerare l’indebolimento dell’euro? La Bce potrebbe abbassare i tassi d’interesse. Il provvedimento non è ancora all’ordine del giorno, perché la Banca teme, a ragione, l’impatto dell’aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione. Se la recessione si espande, però, il prezzo del petrolio si abbasserà e la Bce rivedrà il suo ordine di priorità e si preoccuperà, in primis, della crescita economica. A questo punto abbasserà i tassi di interesse.
Nell’attesa, si incominciano a udire voci che suggeriscono e auspicano l’intervento delle banche centrali sui mercati dei cambi. Propongono l’acquisto di dollari e la vendita di euro. Purtroppo interventi di questo tipo sono divenuti inutili, a causa dell’ampiezza dei mercati. Potrebbero essere vantaggiosi unicamente se la Bce fosse l’unica a effettuare una simile manovra. Alcuni sognano concertazioni, che coinvolgano Stati Uniti e Giappone. Ma si tratta solo di sogni. Anche se le autorità americane ripetono, sino alla nausea, che un dollaro forte è buona cosa per l’economia americana, non ci credono affatto. Quanto alle autorità giapponesi, hanno messo in opera tali e tanti interventi di questo tipo, che ne sembrano vaccinate. Se sale la pressione politica, la Bce farà forse un gesto simbolico, ma l’effetto - se ci sarà - durerà solo qualche ora o qualche giorno. In fin dei conti, coloro che piangono per l’euro troppo forte possono solo consolarsi con l’idea che tutto ciò che sale, prima o poi scende. L’unica cosa da fare, per il momento, è godersi un bel viaggetto a buon mercato negli Stati Uniti.

* Il testo in lingua originale è disponibile su www.telos-eu.com. Traduzione di Daniela Crocco