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DALL'EURO NON SI DIVORZIA*

di Barry Eichengreen 20.11.2007

La costante di un'economia mondiale in continuo cambiamento è l'insoddisfazione per l'euro, prima troppo debole e ora troppo forte. Se il dollaro continua a perdere valore e gli Stati Uniti entrano in una recessione piena, torneranno a farsi sentire le voci per un'uscita dalla moneta unica, soprattutto in paesi con problemi di crescita come l'Italia. Ma abbandonare l'euro è impossibile. E non tanto per i costi economici o politici. L'ostacolo insormontabile è la procedura che si dovrebbe seguire. E che finirebbe per avviare la madre di tutte le crisi finanziarie.

L’economia mondiale cambia in continuazione, costante resta, però, l’insoddisfazione per l’euro. Nei primi anni Duemila il principale motivo di malcontento era la sua debolezza, ritenuta eccessiva per economie in rapida crescita, come quella dell’Irlanda. Ora ci si lamenta perché la moneta unica è troppo forte per paesi con problemi di crescita come l’Italia.
A ben vedere, il problema di oggi ha una causa esterna: origina dalla caduta del dollaro, che a sua volta riflette la combinazione dei problemi economici e finanziari degli Stati Uniti con l’insistenza con cui le autorità cinesi fanno seguire al renminbi le sorti del biglietto verde. Ma tutto ciò non serve a diminuire l’insoddisfazione per l’euro.
Gli effetti negativi si sentono in tutti i paesi dell’area euro, ma quelli nei quali la crescita era già stagnante, come l’Italia, hanno più difficoltà a farvi fronte. Nel giugno 2005, dopo due anni di apprezzamento dell’euro, l’allora ministro del Welfare, Roberto Maroni, dichiarò che "l’euro doveva essere abbondato". Fu seguito a ruota dal suo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che definì l’euro "un disastro". Ma gli apprezzamenti di quel periodo sono niente in confronto a quello che è accaduto poi: se il dollaro continua a perdere valore e gli Stati Uniti entrano in una recessione piena, entrambe ipotesi più che probabili, richieste di quel tipo torneranno a farsi sentire.

Costi economici e costi politici

L’euro è dunque condannato? Dopo che i paesi dell’area euro sono passati dai dieci nel 1999 ai quindici all’inizio del 2008, assisteremo ora a un’inversione del processo? E se un paese abbandona l’euro per tornare alla moneta nazionale, gli altri lo seguiranno? Sarà il crollo di tutto il progetto?
La risposta è no. La decisione di aderire all’area euro è sostanzialmente irreversibile. Per quanto la retorica della defezione sia attraente per i politici populisti, l’uscita dall’euro è in realtà impossibile. Ma non per le ragioni generalmente addotte.
I costi economici sono indicati come la prima ragione dell’impossibilità di un’uscita dall’euro. Da un paese che abbandona l’area euro a causa di problemi di competitività, ci si dovrebbe aspettare infatti una svalutazione della sua appena reintrodotta moneta nazionale. Ma i lavoratori ne sarebbero a conoscenza, e la conseguente inflazione da salari neutralizzerebbe i benefici in termini di competitività esterna. Inoltre, il paese sarebbe costretto a pagare interessi più alti sul suo debito pubblico. Coloro che sono abbastanza anziani da ricordare gli alti costi del servizio del debito italiano negli anni Ottanta, sanno bene che può essere un problema serio.
Ma per ogni ragionamento sui costi economici, ne esiste uno di segno contrario. Se la reintroduzione della valuta nazionale è accompagnata da una riforma del mercato del lavoro, i salari reali finiranno con l’aggiustarsi. Se l’uscita dall’area euro va di pari passo con una riforma delle istituzioni che presiedono alla politica fiscale, cosicché gli investitori possano aspettarsi un minor deficit in futuro, non c’è motivo per cui i tassi di interesse debbano salire. Studi empirici dimostrano che l’adesione all’area euro ha portato a una modesta riduzione dei costi del servizio del debito. Per implicazione, l’abbandono comporterà una loro crescita. Ma l’aumento potrebbe essere compensato da piccole riforme istituzionali: ad esempio, portando i poteri fiscali del ministro delle Finanze da un livello portoghese a un livello austriaco. Anche i politici populisti sanno che l’abbandono dell’euro non risolverebbe tutti i problemi e vorranno perciò accompagnarlo con riforme strutturali.
I costi politici sono invece indicati come la seconda ragione per non abbandonare l’euro. Un paese che rinnega il suo impegno con la moneta europea, si mette in contrasto con gli altri partner e non sarà certo il benvenuto agli altri tavoli decisionali dell’Unione Europea: sarà trattato come un membro di serie B, sempre ammesso che rimanga un membro dell’Unione.
Ci saranno dunque costi, ma anche benefici per i politici che potranno affermare di aver messo davanti a tutto gli interessi degli elettori del proprio paese. Né i politici di Danimarca e Svezia, due stati che hanno fermamente rifiutato l’euro, hanno reso i loro paesi membri di serie B dell’Unione.

Il vero ostacolo

L’ostacolo insormontabile a un’uscita dall’euro non è né economico né politico, dunque, ma procedurale.
La reintroduzione della moneta nazionale necessita di una ridenominazione in quella valuta di tutti i contratti, compresi quelli che regolano i salari, i depositi bancari, i titoli, i mutui, le tasse e così via. Il Parlamento potrebbe varare una legge che impone la ridenominazione a banche, imprese, famiglie e governi, ma in una democrazia la decisione dovrebbe essere preceduta da una discussione molto ampia. E per essere messa in pratica in modo indolore dovrebbe essere pianificata in dettaglio: i computer dovrebbero essere riprogrammati, i distributori automatici modificati, le macchinette per il pagamento automatico sottoposte a manutenzione per evitare che gli automobilisti rimangano intrappolati nei parcheggi sotterranei, banconote e monete dovrebbero essere distribuite in tutto il paese. Basta solo ripensare all’accurata programmazione che precedette l’introduzione dell’euro. Tuttavia, allora non c’era motivo di aspettarsi cambiamenti nei tassi di cambio nel corso della fase di preparazione e quindi c’erano ben pochi incentivi alla speculazione sulle valute. Nel 1998, i membri fondatori dell’area euro concordarono di fissare i tassi di cambio ai livelli allora correnti. La decisione precluse la possibilità di deprezzamenti delle valute nazionali per ottenere un vantaggio competitivo nell’intervallo che precedeva il passaggio alla piena unione monetaria nel 1999. Viceversa, se uno Stato membro decidesse oggi di lasciare l’euro, un tale impegno non sarebbe possibile, proprio perché la ragione dell’uscita sarebbe il cambio della parità monetaria. E la pressione degli altri Stati membri sarebbe inefficace per definizione.
Gli attori del mercato ne sarebbero ben consapevoli: famiglie e imprese, anticipando che i depositi bancari sarebbero ridenominati in lire, con una lira che a quel punto avrebbe perso valore nei confronti dell’euro, trasferirebbero i loro conti correnti in altre banche dell’area euro. Ne deriverebbe una corsa al ritiro dei depositi bancari di livello sistemico. Gli investitori anticipando che i loro diritti verso la Stato italiano sarebbero ridenominati in lire, li sposterebbero su altri stati dell’area euro, provocando una crisi del mercato dei titoli. Se a far precipitare la crisi fosse un dibattito parlamentare sull’abbandono dell’euro, difficilmente la Banca centrale europea potrebbe correre in soccorso come prestatore di ultima istanza. E se il governo fosse già in una posizione finanziaria debole, non sarebbe in grado di contrarre prestiti per soccorrere le banche e riacquistare il proprio debito: sarebbe la madre di tutte le crisi finanziarie.
Quale governo con qualche speranza di sopravvivenza potrebbe prendere in considerazione una tale ipotesi? E ciò implica che non appena la discussione di un possibile abbandono dell’area euro si fa seria, a finire subito è quella discussione, non l’area euro.

* Il testo inglese dell’articolo è disponibile su www.voxeu.com.