Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

DISCRIMINAZIONE E CULTURA DEL MERITO

di Nicola Persico 28.07.2008

La Corte di Giustizia Europea definisce discriminatorio il comportamento di un'impresa belga che dichiara di non voler assumere extracomunitari. Sentenza ineccepibile sia sul piano del diritto sia su quello dell'efficienza economica. Talvolta, tuttavia, le politiche anti-discriminazione vanno in rotta di collisione con la cultura del merito. Il caso delle quote rosa.

L’11 luglio scorso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha dichiarato discriminatorie le politiche di assunzione di una ditta belga. Un dirigente dell’impresa, che installa saracinesche, ha dichiarato che la sua ditta non assume extra-comunitari perchè i suoi clienti non vorrebbero dar loro accesso ad abitazioni e locali.
La sentenza è stata controversa perchè un tribunale belga aveva originariamente dato ragione all’impresa, e i governi inglese e irlandese avevano sostenuto la posizione del tribunale belga. L’argomento della difesa era che non vi è parte lesa perchè non c’era alcun extra-comunitario che avesse chiesto un lavoro alla ditta e non lo avesse ricevuto. Senza parte lesa, non c’è danno. Le dichiarazioni del direttore sarebbero dunque un legittimo esercizio della libertà di parola.
Superficialmente, l’argomento della difesa appare sensato. Ma, come correttamente osserva la Corte di Giustizia, la parte lesa c’è. Sono parti lese tutti i lavoratori extracomunitari che non hanno fatto domanda di lavoro alla ditta. Una volta individuata la parte lesa, le dichiarazioni del direttore della ditta provano un intento discriminatorio. A quel punto, secondo il principio legislativo, l’onere di provare che non ci fu discriminazione viene traslato sulla ditta.
Il principio generale sancito in questa sentenza è ammirevole: chi è in posizioni di autorità non deve rilasciare dichiarazioni che pregiudichino l’esercizio dell’autorità a favore di una classe di individui. Tali dichiarazioni scoraggiano chi, per quanto meritevole, appartiene alla classe “sbagliata” di individui. Questo è iniquo. Inoltre, è potenzialmente inefficiente, poichè una cultura in cui queste attitudini sono diffuse può ridurre gli incentivi di tale classe a investire in capitale umano (1). In terzo luogo, dichiarazioni di questo tipo contribuiscono a erodere la fede nel principio meritocratico in tutti gli ambiti, non solo nel settore delle saracinesche.

NESSUNO È PERFETTO

Questa sentenza suggerisce delle riflessioni di più ampio respiro, ricordando una dichiarazione un po’ diversa. Quando John Roberts, l’attuale presidente della Suprema Corte degli Stati Uniti, fu nominato dal Presidente Bush, la sua futura collega giudice Sandra Day O’Connor commentò "He's good in every way, except he’s not a woman." (“È ottimo sotto tutti gli aspetti eccetto che non è una donna”). Questa dichiarazione non è esattamente uguale a quella del dirigente belga, in particolare perchè esprime un rimpianto invece che un piano per il futuro. Nondimeno, essa ha un effetto simile. L’intenzione, lodevole, è di incoraggiare gruppi che appaiono insufficientemente rappresentati in qualche ambito. Il risultato, però, è quello di suggerire (nemmeno tanto velatamente) che il dichiarante userà il suo potere a vantaggio del particolare gruppo in questione, e quindi che l’appartenenza a un gruppo conta.

QUOTE ROSA SÌ O NO?

Purtroppo dichiarazioni di questo tipo non sono inusuali nella società americana, che infatti è percorsa da faglie che separano gruppi di influenza e di pressione. Queste faglie sono rinforzate da dichiarazioni come quella del giudice O’Connor. Cosa dire della situazione italiana?
In Italia questa retorica soft-militante è meno diffusa, per fortuna. Un buon esempio è fornito dal dibattito sulle “quote rosa.” Trovo lodevole la posizione di Emma Bonino, che in merito alle quote rosa dichiarò: “Guardi, sono accettabili in Afghanistan, in Marocco. Non in Italia […] A me sembra che noi donne dovremmo ritenere e cercare di valere ben oltre la semplice appartenenza a un genere.”(2). L’attuale ministro delle pari opportunità, Mara Carfagna, è sulla stessa linea (3). Brave Bonino e Carfagna, per avere difeso il criterio del merito contro quello dell’appartenenza a un gruppo. Essendo già un paese generalmente meno meritocratico degli Stati Uniti, e patria della lottizzazione, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di ulteriori quote. Fa piacere che, almeno in questo ambito verbale, la nostra società e il nostro sistema politico si dimostrino più sensibili al merito rispetto ad altri paesi.


(1) Si veda l’articolo di Steven Coate e Glenn Loury, “Will affirmative action policies eliminate negative stereotypes?” American Economic Review 1993,  83 pp. 1220--1240.
(2) Antonella Rampino, “BONINO: QUOTE ROSA? RIDICOLE” La Stampa, 15 Ottobre 2005.
(3) Fabrizio Roncone, “Quote rosa, lite Carfagna-Prestigiacomo.” Corriere della Sera, 31 Maggio 2006.