
Con la legge Finanziaria per il 2003, il governo si appresta a intervenire sulle finanze degli enti locali, regioni, comuni e province. Le addizionali regionali e comunali sull'Irpef saranno congelate e i trasferimenti ridotti. In compenso, si promette l'apertura di un tavolo di confronto con gli enti di governo sub centrale sul federalismo e dal 2004 l'abolizione di tutti i trasferimenti e la loro sostituzione con compartecipazioni al gettito per tutti gli enti coinvolti, così da iniziare il "vero federalismo fiscale", previsto dalla riforma costituzionale del 2001 (parola del prof. Mario Baldassarri, sottosegretario al Tesoro). Tagliare i trasferimenti in un anno di "sacrifici" si capisce, ma perché bloccare anche le addizionali locali sull'Irpef ? Perché, dice il Presidente del Consiglio, è "poco serio" che, mentre il governo si appresta a ridurre l'Iperf a livello centrale, i governi locali possano agire in contro tendenza, vanificando così la stessa riforma centrale. Regioni e comuni, privati di spazi di intervento sulla fiscalità autonoma proprio mentre i trasferimenti vengono tagliati, protestano e minacciano ricorsi alla Corte Costituzionale. Ma chi ha ragione, il governo o gli altri enti sub-centrali?
Il problema
Per rispondere alla domanda, è importante rendersi conto che la nuova Legge Finanziaria affronta due problematiche diverse. La prima, congiunturale, riguarda l'esigenza di porre sotto controllo la spesa degli enti locali nel 2003, dato che questa rientra comunque nel più generale aggregato di amministrazioni pubbliche che rileva per gli impegni europei. La seconda, strutturale, riguarda invece i rapporti finanziari tra i diversi livelli di governo in Italia, dopo un decennio di decentramento e la riforma costituzionale del 2001.
Quando questo governo è stato eletto, nel maggio del 2001, la sua piattaforma elettorale prevedeva una serie di riforme, soprattutto sul piano fiscale, che prescindevano interamente dall'esistenza di una finanza locale autonoma. Nell'ottobre del 2001, invece, è stata approvata via referendum una riforma Costituzionale che questa autonomia sanciva fortemente, rendendo perfino il coordinamento tra fiscalità locale e nazionale una competenza condivisa tra i diversi livelli di governo. Saggezza avrebbe voluto che di fronte a questa modifica costituzionale, l'esecutivo avesse onestamente riconosciuto che le regole del gioco erano mutate e che dunque il proprio programma elettorale dovesse essere rivisto alla luce del mutato equilibrio istituzionale. Invece, nulla di tutto questo è avvenuto. Come già notato (cfr. Bordignon) nel discutere della riforma costituzionale si è finora preferito parlare di tutto, tranne di ciò che era importante, cioè del nuovo sistema di finanziamento e degli spazi di autonomia da riconoscere agli enti decentrati. Ovvero, non si è voluto definire una volta per tutte gli ambiti di competenza dei diversi livelli di governo (cfr. Segnalazione Bordignon). La radice del conflitto sta in questo problema irrisolto: finché non verrà risolto, i conflitti intergovernativi continueranno con conseguenze potenzialmente dirompenti.
La Finanziaria
Se l'obiettivo è quello del controllo della spesa locale, interventi così intensi e così generalizzati rischiano semplicemente di non funzionare. Come è successo tante volte in passato, c'è il rischio che se gli enti locali si troveranno davvero nell'impossibilità di offrire servizi percepiti come essenziali dai cittadini, il governo sarà comunque costretto a riallargare i cordoni della borsa, aumentando i trasferimenti oppure garantendo il nuovo debito degli enti locali. Su questi aspetti lo stile degli interventi conta quanto la sostanza. Non c'è dubbio che un intervento così incisivo deciso unilateralmente dall'alto rappresenti una violazione dello spirito se non addirittura della sostanza della nuova Costituzione decentrata. Si osservi inoltre che questi interventi sono iniqui, il che darà ulteriori spinte a non rispettarli. Attraverso il congelamento delle addizionali infatti, a parità di condizioni, un comune o una regione che ha aumentato l'addizionale Irpef l'anno scorso si troverà in condizioni migliori di un comune o una regione che non lo ha fatto e che adesso non potrà più farlo.
Se, invece, l'obiettivo è quello di salvaguardare, tramite il blocco delle addizionali, la riforma del governo sull'Irpef, allora è lo strumento scelto, la Finanziaria, ad essere sbagliato. Personalmente, non trovo nulla di male nell'idea di Irpef differenziate sul territorio, con una base comune definita a livello nazionale e un'addizionale definita a livello regionale. Del resto, molti paesi decentrati funzionano esattamente in questo modo, proprio perché l'imposta sul reddito garantisce una base imponibile elastica al reddito, indicizzata all'inflazione e altamente visibile per il contribuente . Discorso diverso per i comuni, perché in questo caso la ridotta dimensione del territorio sconsiglia l'uso di imposte che potrebbero essere facilmente eluse modificando la residenza (si veda Atella-Scacciavillani). Tuttavia il Governo può avere opinioni diverse. In questo caso, proponga altri cespiti di imposte autonome per regioni e enti locali, apra un dibattito con questi, e trovi un accordo nel rispetto della nuova Costituzione. Il punto è che in un sistema decentrato è l'ente locale che decide autonomamente della propria fiscalità, non il governo centrale. E sono i cittadini che decidono se premiare o punire un governo locale se questo utilizza male le proprie imposte, non il governo centrale. Del resto non c'è evidenza che i governi locali abbiano finora usato alla leggera i propri spazi di autonomia fiscale, e chi lo ha fatto, ha pagato un prezzo politico elevato.