
Il voto del Senato sulla Finanziaria sembra allontanare le elezioni. Pur di evitare il referendum, i partiti cercheranno ora di trovare un accordo sulla riforma della legge elettorale. La proposta Vassallo è un buon punto di partenza, ma fa uscire di scena il maggioritario. Si rischia di abbandonare il bipolarismo e di ricadere nell'instabilità. Difficile prevedere in che misura il sistema proporzionale con collegi uninominali potrà modificare la selezione della classe politica. Impossibile comunque far peggio del sistema attuale, in cui non si possono esprimere preferenze.
Il voto di ieri al Senato allontana le elezioni, ma paradossalmente rende più praticabile una riforma della legge elettorale in questa legislatura. Pur di evitare il referendum, i partiti cercheranno ora di trovare un accordo. C’è, dunque, una piccola opportunità da sfruttare per cambiare quelle regole, introdotte alla fine della scorsa legislatura, che impediscono agli italiani di selezionare e rinnovare la classe politica, che accentuano l’instabilità e inducono alla formazione degli “one-man party”, di cui abbiamo alcuni fulgidi esempi in questa legislatura. Liberarsi dal cosiddetto “porcellum” è un’opportunità che non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire. Ma perché rinunciare a priori alla possibilità di reintrodurre il sistema maggioritario?
La proposta Vassallo
La proposta elaborata da Salvatore Vassallo introduce un sistema a prevalenza proporzionale basato su collegi uninominali (dove vince chi prende più voti), raggruppati in circoscrizioni relativamente piccole, all’interno delle quali si applica il principio proporzionale. In sintesi, vengono eletti i candidati che nel loro collegio ottengono la maggioranza relativa e i restanti seggi vengono assegnati in base alla distribuzione dei voti ai partiti nell’intera circoscrizione, attribuendoli a quei candidati che, pur perdendo nel loro collegio, hanno ottenuto le percentuali più alte per quel partito nei vari collegi (i “migliori perdenti”). Se adottata, questa riforma comporterebbe un netto miglioramento rispetto allo status quo. Ne condividiamo tre obiettivi su quattro. Giusto, infatti, i. “consentire agli elettori di valutare la qualità degli eletti”, ii. “ridurre la frammentazione garantendo un moderato pluralismo” e iii. “preservare il bipolarismo”. Abbiamo qualche dubbio sul proposito di “evitare di incentivare troppo la formazione di coalizioni pre-elettorali” perché appare in contraddizione con il terzo obiettivo, quello di preservare il bipolarismo. Vediamo perché.
Regole o discrezionalità?
La proposta Vassallo non chiede ai partiti di dichiarare prima delle elezioni con chi saranno disposti a governare, né tantomeno li incentiva a farlo. Agli elettori viene chiesto un “mandato in bianco”, che permette ai partiti di avere le mani libere nello scegliere le alleanze governative. Questa discrezionalità consente a un partito di centro di avere un peso molto forte e di tornare a essere l’ago della bilancia. In virtù di questo ruolo, potrebbe acquisire un peso elettorale ben maggiore di quello stimato nelle simulazioni dei politologi, che applicano il nuovo sistema al risultato delle scorse elezioni. Ma come gli stessi politologi riconoscono, le nuove regole cambiano le aggregazioni politiche. Un grande centro potrebbe anche finire per tentare pezzi importanti di un partito giovane ed ancora eterogeneo, come il Partito Democratico.
Secondo Giovanni Sartori e Franco Bassanini, la riforma a regime dovrebbe portarci ad avere sei partiti, in grado di raggiungere il 5-6 per cento in almeno una circoscrizione. Meno partiti che oggi, ma ancora sufficienti per consentire diverse coalizioni post-elettorali. Vero che la possibilità di modificare le coalizioni governative senza ritornare alle urne può rappresentare in alcune circostanze uno strumento utile a risolvere l’impasse politico. Ma sulla base dell’esperienza politica italiana, che ci ha regalato, nel corso degli anni Ottanta, ben dodici governi, di cui uno durato solo undici giorni, c’è da chiedersi se non sia preferibile un maggior ricorso alle regole e una minor discrezionalità per aumentare la stabilità politica di un paese tristemente noto per la litigiosità e l’instabilità delle sue coalizioni di governo. Il maggioritario, pur diluito dalla quota proporzionale, ci ha regalato maggiore stabilità. E’ vero che non ci ha liberato dalla frammentazione. Ma non sarà proprio perché era diluito? Il maggioritario a doppi turno consentirebbe una drastica riduzione della frammentazione
L’accountability della classe politica
La proposta Vassallo prova a superare le liste bloccate (non si possono esprimere preferenze) che caratterizzano il sistema attuale e rimette la scelta dei candidati nelle mani degli elettori. Bene. Con l’introduzione dei collegi uninominali, il rapporto tra elettori ed eletto diventa molto stretto. Ad esempio, il politico che viene eletto, se vuole avere un secondo mandato dovrà presentarsi nuovamente al giudizio degli stessi elettori: l’accountability politica è, dunque, molto elevata. Anche se il sistema contempla una componente (fortemente) proporzionale, gli eletti attraverso la componente proporzionale saranno – nella quasi totalità dei casi – i “migliori perdenti” dei collegi uninominali. Se si vuole mantenere l’accountability bisogna però evitare in tutti i modi di dar maggior risalto alle liste bloccate. Se gli eletti attraverso il proporzionale fossero, ad esempio, selezionati prioritariamente dalla lista bloccata (attribuendo il primo seggio “proporzionale” al capolista, come suggerito da Franco Bassanini sul Sole24Ore del 13 novembre) si tornerebbe a restituire il potere di valutare e scegliere gli eletti alle segreterie di partito togliendo questo diritto agli elettori, soprattutto nei partiti più piccoli. Una tentazione cui resistere in tutti i modi.
Inoltre i collegi devono rimanere piccoli per assicurare il controllo degli elettori sugli eletti. La proposta Vassallo prevede che il numero dei collegi sia pari alla metà degli eletti. Bene chiedersi cosa accadrebbe se si riducesse il numero dei parlamentari, come deliberato dal Consiglio dei Ministri del 28 settembre scorso. Con un Senato di 200 eletti e una Camera di 450 seggi, un collegio uninominale al Senato avrebbe mediamente 450 mila votanti, alla Camera 220 mila, più del doppio che in Francia. Col maggioritario si ha un collegio per ogni eletto, dunque un più stretto legame col territorio.
La selezione della classe politica
Per ridurre davvero i costi della politica, il sistema elettorale deve garantire una selezione dei politici, che consenta di ringiovanire il Parlamento senza ricorrere a quote per i giovani o a pensionamenti forzati della gerontocrazia. Purtroppo, gli incentivi per la selezione dei candidati di partito introdotti dalla proposta Vassallo sono difficili da valutare, soprattutto nel caso dei partiti più piccoli. È forse il prezzo che si paga introducendo sistemi mai sperimentati prima. Non possiamo imparare né dalle esperienze altrui né dalla nostra storia recente. Soprattutto, non è facile prevedere in che misura la forte componente proporzionale modificherà gli incentivi alla competizione nella classe politica ottenuti attraverso l’uso dei collegi uninominali.
Sappiamo invece sin d’ora che il maggioritario permette una migliore selezione della classe politica del sistema proporzionale. Ce lo insegna l’esperienza XIII e XIV legislatura, durante la quale il Parlamento italiano era stato eletto con un sistema misto, con quota maggioritaria e proporzionale. Gli eletti nei collegi proporzionali hanno messo in mostra un maggior tasso d’assenteismo durante le votazioni in Parlamento dei deputati eletti nei collegi maggioritari. E questi ultimi erano più giovani degli eletti col proporzionale, avendo al contempo livelli di istruzione più elevati dei proporzionalisti ed esperienze amministrative a livello locale.
La domanda legittima da porsi alla luce di tutti questi rilevi è dunque: siamo davvero sicuri che gli italiani non vogliano un sistema maggioritario? Nel 1999 quasi il 50 per cento di loro ha espressamente richiesto l’abolizione della quota proporzionale. E il sacro terrore che la classe politica mostra oggi nei confronti di un referendum indetto in nome del maggioritario fa pensare che gli italiani vogliano avere quel maggiore controllo sulla classe politica che il sistema maggioritario consente. il sistema maggioritario. Dobbiamo davvero rassegnarci a farne a meno?