
Nuove convergenze
Uno degli elementi "inconsueti" del summit di Johannesburg è stato il delinearsi di accordi, o partnership, tra agenzie multilaterali, organizzazioni non governative (ONG) e società multinazionali. I media hanno dato notevole rilevanza alla presenza al summit di colossi come la De Beers o la BMW, che si sono impegnate ad erogare cospicui finanziamenti per progetti di sviluppo nel campo della sanità e dell'ambiente, facendo proprie istanze che tradizionalmente sono state appannaggio dei governi nazionali o del mondo della cooperazione non governativa. Esemplare in tal senso la convergenza tra le richieste di Greenpeace e del World Business Council for Sustainable Development (LINK), una lobby di 160 multinazionali tra cui Coca Cola (storicamente non proprio "amica" di Greenpeace!), che insieme hanno formalmente invocato un mutamento di rotta sul protocollo di Kyoto da parte del presidente degli Stati Uniti.
Le reazioni a questa tendenza sono state duplici. Da un lato gli ecologisti e gli esponenti più agguerriti delle ONG hanno accusato il mondo delle grandi corporation di aver sfruttato il summit per mettersi in vetrina e rilanciare il proprio business: insomma, l'ennesima trovata pubblicitaria. Dall'altro lato, molti tra gli scettici sulla capacità e/o volontà dei governi di impegnarsi su obiettivi concreti in tema di sviluppo e ambiente hanno salutato con favore le nuove coalizioni, suggerendo che non è poi così importante se i grandi del mondo non si mettono d'accordo sui famosi target, meglio se "chi lavora davvero sul campo" sappia cosa deve fare. Entrambi gli approcci sembrano fuori strada: le partnership non sono né un malanno né una panacea. Soprattutto, non sollevano affatto i governi dalla necessità di sottoscrivere accordi per uno sviluppo sostenibile come proposti dal summit di Johannesburg.
Esempi di alleanze pubblico-privato
Nel mondo dello sviluppo le partnership pubblico-privato non sono un fenomeno nuovo. Da circa vent'anni molti paesi asiatici e latino americani hanno sperimentato una varietà di programmi pilota per coinvolgere il settore privato nella gestione e nella fornitura di servizi pubblici di base. Per esempio, in uno di questi programmi il governo boliviano ha delegato la gestione delle scuole pubbliche a un'organizzazione religiosa che mantiene il diritto di scegliere il personale. In El Salvador la stessa cosa è successa nel campo della salute con delle organizzazioni non profit, e in India nel campo del credito e della formazione agricola. In tutti questi casi il motivo per cui i governi hanno deciso di delegare la gestione ai privati è stato il vantaggio informativo che questi ultimi possedevano grazie alla propria esperienza sul campo: un vantaggio che derivava dall'aver operato a stretto contatto con la gente cui si doveva fornire il servizio e che consentiva di limitare l'inefficienza precedentemente legata alla fornitura pubblica centralizzata
.Alcune difficoltà
Ma allora possiamo confidare che se non venisse raggiunto un accordo sull'acqua, il miliardo di persone che non hanno accesso a fonti pulite sarebbe dissetato da una miriade di accordi tra le San Pellegrino locali e qualche volenterosa ONG? E così pure per l'AIDS, le emissioni di CO2, i sussidi agricoli? Ci sono almeno tre motivi per rispondere di no.
Primo: la storia di alcuni tentativi meno fortunati di quelli sopra descritti insegna che dove i governi non avallano i progetti di sviluppo dei privati questi hanno ben poche possibilità di riuscita. Nel 1985 una delle ONG che lavorava per promuovere l'occupazione femminile nelle aree rurali dello Zimbabwe vide espropriato il proprio capitale sotto la falsa accusa di "gestione finanziaria poco pulita". Questo tipo di rischi assume connotati estremi in Africa, ma è rilevante per molte delle aree più povere nel resto del mondo.
Secondo: l'entità di alcuni investimenti (tipo infrastrutture di trasporto, idriche e, perché no, riconversione delle fonti di energia) supera di gran lunga il budget che Greenpeace e la più illuminata delle multinazionali possono mettere assieme. E' un grande passo avanti che la progettazione e la gestione degli interventi sia fatta a livello locale e con "tecnici" del settore privato, ma il finanziamento di programmi su vasta scala sembra destinato a passare attraverso i governi ancora per un po'.
Terzo: uno dei vantaggi che i governi, o meglio ancora gli accordi tra più governi, possono avere rispetto a una lotta alla povertà totalmente decentralizzata è quello di mantenere un'ottica di insieme che tenga conto delle interdipendenza tra i settori di intervento. Per esempio, si è calcolato che un mancato contenimento delle emissioni in linea col protocollo di Kyoto porterebbe a un aumento della temperatura di 3 gradi entro il 2100, e che questo implicherebbe ogni anno 80 milioni di casi di malaria. E' difficile che questo tipo di "effetti esterni" venga incorporato nelle valutazioni dei singoli operatori privati.
Insomma, è positivo che questo summit abbia dato visibilità e rilievo a delle partnership che sono destinate a svolgere un ruolo crescente per lo sviluppo sostenibile, ma è auspicabile che tali partnership avvengano all'interno di una cornice di linee guida fissate a livello internazionale. Anche se tante negoziazioni e tanti voltafaccia su accordi passati fanno sembrare poco credibili gli eventuali accordi intergovernativi, l'esistenza di tali accordi potrebbe agevolare, e non ostacolare, le partnership coordinandone l'operato. E poi, anche quando non sono vincolanti, gli accordi impongono un visibile "costo politico" a chi decide di romperli.
Tra i siti che rendono conto dei documenti discussi ed elaborati a Johannesburg si possono consultare: www.earthsummit2002.org, www.worldsummit2002.org, www.worldwatch.org/rio10/
La Legambiente ha un sito dedicato al summit: 128.121.114207/index.shtml
Inoltre sulle tamatiche ambientali si possono consultare i siti: www.vita.it, www.e-gazette.it
Il sito di Naomi Klein è www.nologo.org mentre il sito della Banca mondiale è www.worldbank.org