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Da Enron in poi: il pericolo di un'epidemia

di Luigi Guiso 27.08.2002
Che cosa ha provocato i casi Enron e Worldcom? Nonostante i numerosi articoli apparsi sulla stampa la questione fondamentale, cioè a cosa sono ..........

Che cosa ha provocato i casi Enron e Worldcom? Nonostante i numerosi articoli apparsi sulla stampa la questione fondamentale, cioè a cosa sono imputabili le irregolarità contabili riscontrate nel caso Enron e Worldcom, non ha trovato risposta soddisfacente. Francesco Alberoni sul Corriere del 12 agosto e Sergio Romano sul Corriere del 17 agosto sostengono che tali irregolarità riflettono un deterioramento nella cultura di impresa e nel complesso di norme informali che regolano i comportamenti delle persone all'interno di un'organizzazione. Se così fosse, da che cosa è prodotto un tale mutamento?

Manager contro azionisti

Non sorprende che in una impresa in cui proprietà e controllo sono separati - come nelle grandi corporations americane - vi siano degli incentivi da parte del manager a prendere iniziative non necessariamente in linea con gli interessi degli azionisti. Da questo punto di vista eventi come quello del caso Enron e Worldcom andavano, in linea di principio, messi in conto e di fatto lo erano. Ma venivano considerati altamente improbabili e il loro avverarsi è stato inatteso e particolarmente sorprendente. Perché?

In parte per l'idea che quegli incentivi del management a distrarre risorse venissero stemperati da un forte senso etico della business community, sorretto a sua volta dalla tradizione protestante americana, che rendeva molto oneroso per un manager adottare comportamenti percepiti come scorretti dalla comunità di riferimento. Contrariamente a quanto avveniva fino ai primi anni '90, il turn over dei manager è oggi notevolmente aumentato rendendo le relazioni con l'impresa di appartenenza molto temporanee. La minaccia continua del licenziamento del manager esercita una forte pressione a massimizzare il valore dell'impresa nel breve periodo, ma non dà il tempo al manager di formare quella "cultura d'impresa" foriera di comportamenti virtuosi e onesti all'interno dell'organizzazione. Inoltre, la minaccia pendente di licenziamento accresce l'incentivo a celare le perdite proprio per evitare l'esercizio della minaccia.

Il conflitto d'interesse delle società di revisione

Ma pur riconoscendo un ruolo importante a questi fattori, essi non sono la determinante principale delle false contabilità. In una economia di mercato in cui le società attingono al risparmio di milioni di risparmiatori per finanziare il loro sviluppo, la veridicità dei bilanci gioca un ruolo essenziale.. Il ruolo delle società di certificazione è precisamente quello di fornire il necessario "timbro" di qualità che invogli i risparmiatori ad acquistare quel particolare prodotto che consiste nelle azioni emesse da una società. Oggi la certificazione è svolta da società private (spesso esse stesse delle public companies) in regime di concorrenza. Come è stato notato da molti le norme sulle società di revisione erano (e sono ancora in Europa) caratterizzate da una intrinseca debolezza in quanto hanno operato finora in conflitto di interesse, potendo offrire servizi di consulenza alle stesse società di cui certificavano i bilanci: la tentazione di chiudere un occhio (o anche due) a fronte di irregolarità contabili era quindi insito nel disegno normativo delle società di revisione.

L'assenza di supervisione: il caso Arthur Andersen

Un secondo, meno enfatizzato, fattore di debolezza è l'assenza di supervisione su queste stesse società: implicitamente l'idea è che il mercato e il regime di concorrenza in cui queste società operano siano sufficienti a punire gli abusi e a prevenire certificazioni irregolari. In effetti la certificazione di un bilancio falso ha un costo enorme: la perdita immediata della reputazione e la chiusura dei battenti- come è accaduto per la Arthur Andersen che alla fine del mese cesserà di operare

Tuttavia rimangono ancora alcune questioni da chiarire. Finora l'unica società di revisione coinvolta è la Arthur Andersen. E' chiaro che se il caso Arthur Andersen (più che quello Enron o Worldcom) non fosse isolato ma riguardasse anche le altre società di revisione, il problema dei falsi bilanci assumerebbe contorni ben più preoccupanti. Una ipotesi - da verificare - è che l'organizzazione interna di Arthur Andersen fosse più permeabile di quella di altre società di revisione alla possibilità che un suo funzionario potesse colludere con un cliente. Un'altra, non necessariamente alternativa, è che Arthur Andersen godesse di così elevata reputazione da sentirsi di fatto al riparo da ricadute derivanti dalla scoperta di irregolarità contabili. Fino ad oggi non risulta che siano stati mossi dei passi per dare una risposta a questi quesiti. Eppure distinguere tra queste diverse possibilità è di notevole importanza: se la Arthur Andersen fosse la sola società coinvolta saremmo in presenza di un grave malattia, causa magari di alcuni defunti, ma in tempo per evitare una epidemia. Inoltre, se le irregolarità contabili non evidenziate dalla Andersen fossero dovute a responsabilità di alcuni dipendenti, saremmo in presenza di una grave carenza organizzativa interna a questa società che suona un campanello d'allarme circa l'organizzazione delle altre società di revisione.

I provvedimenti del Congresso americano

Rispondere ai quesiti sollevati è fondamentale per giudicare l'adeguatezza delle misure contenute nella nuova normativa approvata ai primi del mese dal Congresso americano. Ad esempio, le nuove norme, tra le altre cose, eliminano il conflitto di interesse in cui incorrono le società di revisione abolendo di fatto l'esercizio di servizi di consulenza. Ma se le malversazioni riscontrate sono dovute a collusione tra i funzionari delle società di revisione e i manager, queste norme hanno scarsa efficacia: sarebbe meglio un sistema di rotazione delle società di revisione, per cui ogni 2-3 anni l'impresa deve rivolgersi ad una società diversa. E' questo un sistema ben noto alle banche italiane le quali ruotano sistematicamente i loro direttori di filiali proprio per evitare che essi colludano con la clientela locale all'insaputa delle loro amministrazioni centrali.