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La Pac da coltivare a Cancun

di Secondo Tarditi 11.09.2003
Sotto accusa da sempre, i sussidi all'agricoltura europea resistono nel tempo grazie alle pressioni dei gruppi di interesse. Altissimi i costi per i cittadini europei che finanziano le agevolazioni come contribuenti e come consumatori. Ma anche per i Paesi emergenti che non possono accedere liberamente ai nostri mercati. Wto e Ue, seppure con accenti diversi, sembrano ora disposti a impegnarsi per una loro sostanziale riduzione. Sarà vero?

Fin dall'inizio, negli anni Sessanta, la politica agricola comunitaria (Pac) è stata aspramente criticata sulla base di uno stesso argomento: l'elevato sostegno dei prezzi agricoli con effetti devastanti sul mercato interno e su quello internazionale

Agricoltura "cara" per i cittadini

Sul mercato interno, gli sprechi di risorse economiche sono stati enormi, prima con la distruzione delle eccedenze (montagne di burro, laghi di latte), poi con l'imposizione di quote di produzione. Infine, con il "set-aside", la "messa a riposo" delle terre arabili: un eufemismo dietro il quale si nasconde il fatto che i cittadini dell'Unione, come contribuenti, pagano annualmente circa 1.700 milioni di euro agli agricoltori per indurli a non coltivare quasi il 10 per cento dei loro seminativi. In questo modo l'offerta di prodotti si riduce e i prezzi rimangono alti. Cosicché i cittadini, questa volta in veste di consumatori, pagano anche l'aumento della spesa alimentare.
Questo "capolavoro" di efficienza economica, è reso possibile dalla protezione delle frontiere, che evita l'importazione di prodotti a prezzo più basso (per zucchero, latte, carne bovina, per esempio): un sostegno ai prezzi di mercato stimato su dati Ocse in oltre 54 miliardi di euro nel 2002.

A questa cifra si aggiungono i sussidi alle esportazioni, per oltre 5 miliardi di euro a spese dei contribuenti.
Protezione del mercato interno e dumping dei nostri prodotti sul mercato internazionale sono sempre stati osteggiati in sede Gatt-Wto.

Agli inizi degli anni Novanta, l'Unione europea decise di abbassare sostanzialmente il sostegno dei prezzi di mercato dei cereali e dei semi oleaginosi. Per evitare una repentina riduzione dei redditi dei produttori agricoli, si concessero "pagamenti compensativi" che avrebbero dovuto favorire l'aggiustamento strutturale delle aziende agricole e la loro riconversione verso i nuovi, più bassi, prezzi di mercato. Non furono però fissati né il tasso annuo di riduzione né entro quanti anni i pagamenti "compensativi" avrebbero dovuto essere eliminati.

I gruppi di pressione agricoli sono perciò riusciti a mantenerli nel tempo, sotto nomi diversi: prima "aiuti al reddito" e, poi, con la più recente riforma della Pac, compensi per i benefici ambientali.
Complessivamente i pagamenti diretti agli agricoltori ammontano a 45 miliardi di euro. Con i trasferimenti impliciti nel sostegno dei prezzi di mercato, il sussidio alla produzione agricola arriva vicino ai 100 miliardi di euro, a cui bisogna aggiungere oltre 13 miliardi spesi per servizi generali all'agricoltura. In tutto, il trasferimento annuo al settore agricolo supera i 110 miliardi, più del bilancio dell'Unione europea (95,7 miliardi nel 2002) e molto superiore al valore aggiunto netto del settore agricolo. Equivale a oltre 1.000 euro all'anno in media da una famiglia di quattro persone, oppure a un trasferimento medio di 17 mila euro all'anno per unità di lavoro agricolo.

Il sostegno al settore agricolo è ancora più o meno direttamente legato alla quantità prodotta. Di conseguenza, distorce i prezzi di mercato che dovrebbero trasmettere ai produttori le preferenze dei consumatori. E diventa impossibile una efficiente politica di aggiustamento strutturale perché gli incentivi pubblici a migliorare la dimensione delle imprese e il capitale impiegato finiscono con l'aumentare le eccedenze invendute o col richiedere un più ampio ritiro dalla produzione di superficie coltivabile. In ambedue i casi si finisce con l'aumentare il già ingente spreco di risorse economiche. La riduzione del sostegno dei prezzi è quindi non solo utile, ma assolutamente necessaria.

La concorrenza sleale è degli europei

A livello internazionale, questo elevato sostegno alla nostra agricoltura riduce la possibilità di accesso ai nostri mercati per produttori e paesi che hanno costi di produzione molto minori. Spesso, si tratta di paesi meno sviluppati che hanno nell'agricoltura una delle principali fonti di vantaggi comparati a livello internazionale: con le esportazioni agricole potrebbero finanziare il loro sviluppo economico.
È una concorrenza decisamente sleale specialmente verso i paesi poveri che non possono chiedere ai loro consumatori e contribuenti di sussidiare i prezzi dei loro prodotti (1).
Alcuni paesi sono costretti a compensare la mancata esportazione dei prodotti agricoli con l'esportazione regolare o irregolare della forza lavoro.

Gli impegni del Doha Round

L'attuale Doha Round sulla liberalizzazione del commercio internazionale si è aperto con una dichiarazione che prevede una "sostanziale riduzione del sostegno agricolo che distorce il commercio internazionale". Questa affermazione è citata sia dal documento congiunto dell'Unione europea e degli Stati Uniti che dalla bozza della "Dichiarazione ministeriale di Cancun", diffusi rispettivamente il 13 e 31 agosto.
Ambedue i documenti prevedono una chiara definizione dei tempi e dei modi di riduzione del sostegno all'agricoltura. I "pagamenti compensativi" vengono ufficialmente riconosciuti, ma limitati al 5 per cento del valore della produzione entro la fine del periodo di applicazione degli accordi.

Secondo la bozza presentata dal segretariato del Wto i sussidi e i crediti alle esportazioni dovranno essere smantellati, e un trattamento di favore è concesso ai paesi meno sviluppati.

Il documento UE-Usa è molto meno aperto su questi due argomenti. La posizione conservatrice dell'Unione europea è nota, ma sembra che anche l'amministrazione Bush non abbia grossi problemi a rinnegare i principi del libero mercato di fronte alle pressioni dei gruppi di interesse agricoli, danneggiando anche gli interessi dei cittadini statunitensi.

Come accade sistematicamente in tema di politica agraria, il danno viene subito da un numero molto grande di cittadini, nella loro veste di contribuenti e di consumatori. Non sono però organizzati sul piano politico per contrastare efficacemente l'azione dei molto più piccoli gruppi di produttori, maestri nell'influenzare i mezzi di comunicazione e chiunque abbia una parte rilevante nel processo decisionale della politica agricola.
Le numerose riforme della Pac hanno sempre promesso molto, per poi ridursi a cambiamenti prevalentemente cosmetici della realtà economica. La riforma MacSharry del 1992, l'accordo agricolo dell'Uruguay Round del Gatt-Wto, le riforme di Agenda 2000, non sono riuscite a ridurre i trasferimenti generati dalla Pac per addetto agricolo, né hanno modificato la distorta struttura produttiva della nostra agricoltura.

Speriamo che il Doha Round del Wto si concluda con qualcosa di più concreto, sia per noi che per i paesi più poveri. Non si può però biasimare chi non ci crede più.

(1) Sugli effetti globali della Pac: J. Marsh, S.Tarditi Cultivating a Crisis, the global impact of the CAP, Consumers International, London. www.consumersinternational.org, oppure: Impact of the Common Agricultural Market Policy on Central and Eastern European Countries www.unisi.it/cpc