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Salendo sull'EUROstar

di Tommaso Monacelli 20.05.2003
L’apprezzamento dell’euro e la politica monetaria della Bce accendono il dibattito economico tra le due sponde dell’Atlantico. La Bce dovrebbe preoccuparsi esplicitamente del valore esterno dell’euro? La risposta è no.
È possibile e auspicabile la cooperazione tra banche centrali per pilotare i tassi di cambio? Molti i dubbi in merito.

Tra le due sponde dell'Atlantico, in questi mesi, si è acceso sempre di più il dibattito sull'economia europea. Non è una sorpresa, è uno dei prevedibili effetti mediatici della nascita dell'euro. Il gioco è diventato ancora più divertente per gli economisti. È infatti molto più facile parlare al pubblico in termini di grandi categorie polarizzate (e talvolta banalizzate): Stati Uniti contro Europa, dollaro contro euro, Federal Reserve contro Banca centrale europea, mercato del lavoro liberalizzato contro sistema di welfare (e si potrebbe continuare a lungo).

Tra le molte questioni del dibattito transatlantico, due sembrano le più "gettonate" in queste settimane: 1) quali sono le conseguenze del forte apprezzamento dell'euro? La Fed e la Bce dovrebbero in qualche modo cooperare per amministrare il tasso di cambio? 2) Di fronte al rallentare dell'economia europea la Bce dovrebbe utilizzare di più la leva della politica monetaria?

Tassi di cambio e banche centrali

Cominciamo dai tassi di cambio. Quando l'euro faticava nei suoi primi mesi di vita, si è parlato addirittura di fallimento della nuova divisa. Adesso che mostra i muscoli, tutti sembrano preoccuparsi esclusivamente degli effetti negativi sulle esportazioni. Il punto centrale è uno solo: una valuta non è mai "troppo forte" o "troppo debole". Quello che conta è se il suo andamento è compatibile con gli obiettivi inflazionistici della politica monetaria. Da cui la ovvia domanda: la Bce dovrebbe preoccuparsi esplicitamente del valore esterno dell'euro? La risposta è no.

Ogni collegamento tra la regola di condotta dell'autorità monetaria e i tassi di cambio sarebbe di difficile comunicazione al pubblico. Rischierebbe di alterare quel quadro di trasparenza che la ricerca economica recente ritiene condizione essenziale per un buon operare della politica monetaria. Si aggiunga che la Bce ha ancora molto lavoro da fare per rendere più intelligibili al pubblico e ai mercati le proprie scelte. Non è quindi il caso di complicare ulteriormente la questione.

Il coordinamento possibile

Ne deriva perciò che Federal Reserve e Bce non devono in nessun modo cooperare per pilotare il cambio euro-dollaro? Gli economisti dibattono da decenni sui potenziali vantaggi di un coordinamento internazionale delle politiche monetarie. La risposta unanime è che in teoria i benefici ci sono.

Bisogna però distinguere tra due tipi di cooperazione.

La cooperazione di primo tipo (definiamola ex-post) è quella in risposta a shock globali che colpiscono l'economia internazionale. L'esempio classico, in negativo, è la crisi petrolifera degli anni Settanta. In quell'occasione, la mancanza di coordinamento tra i paesi industrializzati ha portato a un eccesso di restrizione delle politiche monetarie (per combattere lo spettro di allora, l'inflazione a due cifre) e a una recessione economica mondiale. In casi come questo, il primo tipo di cooperazione è sicuramente benefico. È relativamente poco costoso e viene percepito chiaramente come temporaneo. Un altro esempio di sua applicazione, si è avuto nei primi mesi di vita dell'euro quando la Fed, la Bce e la Banca del Giappone intervennero in maniera concertata (ma una tantum) per arginare la caduta della moneta europea.

Il secondo tipo di cooperazione (definiamola ex-ante) richiederebbe invece di stabilire regole di condotta sistematiche: per esempio, la Fed e la Bce si impegnano a perseguire un obiettivo di inflazione relativa di x per cento nel medio periodo. Non solo. Richiederebbe anche di specificare ex-ante come le due banche centrali dovrebbero ogni volta coordinare i loro interventi in risposta all'evoluzione relativa delle due economie. Rendere operative e credibili regole simili è ovviamente molto costoso e difficile, prima di tutto sul piano politico. In più questo sistema può anche rivelarsi controproducente se la percezione è che non possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Cosa può fare la Bce

Quanto discusso finora ci collega alla seconda grande questione. Se la Bce non deve preoccuparsi dell'apprezzamento dell'euro, neanche quando rischia di far rallentare troppo l'economia, vuol dire che gli obiettivi di crescita non devono riguardare mai la condotta della politica monetaria? E inoltre: non è forse vero che in passato e in più di una occasione, la Fed ha dato l'impressione di intervenire avendo in mente le sorti dell'economia reale e non solo dell'inflazione? Il problema è ancora una volta quello della credibilità e della trasparenza. Il capitale di credibilità della Fed è così grande che la banca centrale americana può permettersi anche di suggerire interpretazioni ambivalenti sui propri obiettivi di fondo. Prima, l'enfasi era sulla stabilità dei prezzi; dopo il ridimensionamento delle Borse, si è spostata sulla stabilità finanziaria, ora sembra concentrarsi sulla crescita fiacca. In sostanza, per la Fed è possibile essere molto più flessibile della Bce, che, suo malgrado, sta ancora attraversando la fase infantile.

È sicuramente vero che all'economia europea gioverebbe, ai fini congiunturali, una condotta più espansiva della politica monetaria. Ma sarebbe molto rischioso dare l'impressione di farlo esplicitamente come misura reattiva alla debolezza dell'economia reale. La Bce dovrebbe invece allargare il dibattito di politica monetaria ai rischi di deflazione.  Sarebbe un buon modo per ottenere due obiettivi con una sola mossa: scongiurare una deriva giapponese in Germania e giustificare politiche espansive oramai difficilmente rinviabili.