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Se il debito è odioso

di Giorgio Brosio 13.05.2003
Ripudiare i debiti contratti dai regimi totalitari: lo consente una dottrina rilanciata da più parti prima e dopo la guerra in Iraq. A pagare il costo di una sua applicazione nel caso iracheno sarebbero soprattutto i Paesi arabi. Meglio perciò ricorrere alla più tradizionale rinegoziazione. Senza però abbandonare una proposta che potrebbe creare notevoli difficoltà ai governi tirannici e ai loro finanziatori.

In un Working Paper del Fondo monetario internazionale pubblicato lo scorso anno, due economisti, Michael Kremer and Seema Jayachandran, hanno ripreso la teoria del debito odioso e hanno suggerito un modo per metterla in pratica.

La dottrina afferma che il debito sovrano acceso da governi ripugnanti, quindi senza il consenso della loro popolazione e utilizzato per scopi che non beneficiano quest'ultima, dovrebbe essere ripudiato e quindi considerato come non trasferibile ai governi, democratici, successivi.

La dottrina ha una storia abbastanza antica. Elaborata dopo la prima guerra mondiale da un giurista francese, Alexander Sack, è stata fatta propria dal governo bolscevico per ripudiare il debito dello zar. Dopo la fine dell'Apartheid in Sud Africa ha avuto una forte ripresa: si poteva facilmente sostenere che il regime razzista aveva preso a prestito il denaro per aumentare la repressione senza il consenso di una stragrande maggioranza della gente. Per la verità, a sentire gli storici dell'argomento, un'applicazione ante litteram è stata ad opera del governo americano dopo la guerra di Cuba del 1898. Mescolando i principi sani con l'opportunità finanziaria, gli americani si erano rifiutati di ripagare i prestiti accesi dal governo coloniale spagnolo.

Iraq e timori della comunità finanziaria

Poco prima della guerra con l'Iraq e dopo la sua conclusione, alcuni giornali e centri americani hanno ventilato l'opportunità di far ricorso alla dottrina. Prima della guerra, per indurre Francia e Russia a sostenere l'intervento; dopo, per punirle del mancato appoggio.

Questa proposta/minaccia ha allarmato, come comprensibile, la comunità finanziaria internazionale, che teme precipitosi ripudi del debito. Un articolo recente del Financial Times faceva stato di queste preoccupazioni, suggerendo per il caso iracheno la procedura tradizionale di rinegoziazione/remissione seguita dal Club di Parigi allargato questa volta a tutti i paesi creditori dell'Iraq.

In effetti, la soluzione proposta da Kremer and Jayachandran è anch'essa a lungo termine e consiste nella creazione di un'agenzia internazionale con il compito di identificare i regimi odiosi. Questo scoraggerebbe i prestatori potenziali e metterebbe in difficoltà i regimi stessi.

Una difficile applicazione della dottrina

Secondo le stime del prestigioso Center for Strategic and International Studies (Csis)di Washington i debiti finanziari complessivi dell'Iraq ammonterebbero a circa 380 miliardi di dollari, una cifra astronomica - circa 16 milioni per abitante - assolutamente al di sopra delle capacità di pagamento del Paese. Anche assumendo una forte ripresa delle esportazioni di petrolio e destinando al servizio del debito non più del 25 per cento dei proventi, come suggerito prudentemente dalle organizzazioni internazionali, si riuscirebbe a pagare gli interessi su non più di 80 miliardi di dollari, cioè su poco più di un quinto del totale.

Se non si vuole strangolare la ricostruzione del Paese e accrescere il risentimento della popolazione contro il mondo sviluppato per ripagare il debito, occorre fare scelte oltremodo difficili sul merito dei creditori.

Non vi è dubbio che il regime di Saddam fosse assolutamente odioso, ma l'applicazione della dottrina non sarà agevole. In ogni caso, buona parte del debito è dovuto a paesi diversi dalla Russia e soprattutto dalla Francia. Dei 380 miliardi di dollari, 199 - cioè più del 50 per cento - sono rappresentati da richieste di indennizzo connesse all'occupazione del Kuwait e presentate da imprese, governi e istituzioni varie. Vi è una commissione dell'Onu incaricata di vagliarle. La previsione, che si basa su quanto riconosciuto finora alle famiglie, è che non si andrà oltre al 20 per cento. Le richieste sono concentrate in Kuwait e nei Paesi arabi confinanti, come è ragionevole attendersi.

Rimangono il debito estero vero e proprio e i debiti dei contratti di fornitura. La dimensione del primo varia, secondo le stime e i criteri utilizzati (ad esempio, sulla contabilizzazione degli interessi maturati), fra i 62 1 i 130 miliardi. La Russia ha una quota di circa il 10 per cento, la Francia ne ha una assolutamente trascurabile, mentre il grosso è dovuto a Kuwait, Egitto e Stati del Golfo. Sarebbero quindi queste nazioni, e non le due che sono nel mirino degli americani, a sopportare il costo.

Diversa è la situazione dei debiti per contratti di fornitura, che ammontano a circa 57 miliardi. Più del 90 per cento di essi riguardano la Russia. In effetti, il regime sovietico ha finanziato le armi di Saddam e gli investimenti nell'industria petrolifera. La parte della Francia è nuovamente minimale.

In definitiva, a sopportare il costo dell'applicazione sarebbero la Russia e gli Stati arabi. La prima potrebbe fare ritorsione denunciando a sua volta il debito acceso dal regime sovietico, che gli americani potrebbero difficilmente qualificare come non odioso. Fra i secondi vi sono gli alleati più stretti degli Stati Uniti nella regione. È assai improbabile che si voglia procedere contro di loro.

Occorre comunque lavorare sulla proposta dei due economisti americani.