
A poco più di due settimane dal ballottaggio per le elezione presidenziali in Brasile, si può fare una prima valutazione della presidenza Lula. Il bilancio ha aspetti positivi, ma bisogna capire se i risultati raggiunti sono dovuti a semplici misure di accompagnamento, che hanno assecondato tendenze precedenti, o se si può parlare di riforme strutturali.
I risultati positivi
Il tasso di crescita del Brasile è certamente più modesto di quello di altri paesi emergenti, ma il 3,5 per cento in media nel periodo 2004-06 è un buon risultato in rapporto ai periodi precedenti. L’inflazione si è stabilizzata a un livello accettabile (tra il 3 e il 3,5 per cento) e la stabilizzazione verso il basso dei prezzi dei prodotti di prima necessità ha avvantaggiato le classi meno abbienti, quelle che più avevano sofferto l’alta inflazione degli anni Novanta. Bisogna segnalare anche la ritrovata fiducia dei mercati finanziari internazionali, un solido attivo nella bilancia dei pagamenti, la diminuzione del debito con il rimborso simbolico al Fondo monetario internazionale e al Club di Parigi, il miglioramento del profilo del debito pubblico interno, che resta uno dei punti deboli della politica brasiliana. (…) Il tasso di povertà si è sensibilmente ridotto nei tre anni 2003-05. Nel 2005, i redditi da lavoro sono tornati ad aumentare per la prima volta dopo otto anni, avvantaggiando i bassi salari.
Su un piano macro-economico, il governo ha proseguito la politica di bilancio e finanziaria dei suoi predecessori. I tre elementi principali sono:
- la fissazione di un obiettivo d’inflazione che la Banca centrale, dotata di grande autonomia, è incaricata di raggiungere attraverso la variazione del tasso di riferimento. Arrivato al 26,50 per cento nel 2003, oggi è del 14,25 per cento;
- una politica di bilancio rigorosa, con un’eccedenza primaria (ossia fuori servizio del debito) del 4,25 per cento del Pil (0,5 per cento in più rispetto a quanto richiesto dall’Fmi);
- il mantenimento del tasso di cambio variabile adottato dal governo Cardoso nel 1999 in seguito alla crisi monetaria mondiale.
Questa politica è stata aspramente criticata sia all’interno della maggioranza di governo sia negli ambienti padronali. Lula, appoggiato dal suo ministro delle Finanze e dal presidente della Banca centrale, ha avuto il coraggio di andare avanti contro tutto e tutti. Ma per conservare l’avanzo di bilancio, pur concedendosi nel 2006 qualche spesa di carattere elettorale, il governo ha dovuto operare tagli severi negli investimenti in infrastrutture e aumentare il costo dei prelievi obbligatori che oggi superano il 37 per cento del Pil, che è considerevole per un paese emergente.
Le riforme mancate
Le riforme strutturali, indispensabili per garantire la crescita economica, sono state solo molto timidamente avviate. Così è successo per la riforma fiscale: destinata a modernizzare un sistema di imposte arcaico, sfavorevole all’attività economica e ai meno abbienti, ha dovuto essere svuotata dei suoi elementi più innovativi per essere accettata dal Congresso. Così per le riforme delle leggi sindacali e del lavoro ereditate dal governo di Getulio Vargas: l’approfondita discussione con le parti sociali è finita su un binario morto. Tra i successi si possono invece menzionare la riforma del regime di fallimenti e la legge sul partenariato pubblico-privato, destinato a supplire le insufficienze degli investimenti pubblici. (…)
Prima della sua elezione, Lula aveva fatto del programma "Fame Zero" il suo cavallo di battaglia, ma quando si è trattato di realizzarlo, ha cambiato direzione. Il programma "Borsa Famiglia" che ne è derivato si basa su un bricolage istituzionale che comprende gli aiuti alle famiglie varati dal governo precedente, ma senza alcuna coerenza con altre le politiche sociali. Nel 2006 hanno beneficiato del programma undici milioni di famiglie. Paradossalmente, per il gioco dell’aumento del salario minimo e del nuovo status di persona anziana, questi hanno ricevuto molti più benefici di quanti ne abbiano avuti le famiglie con bambini attraverso la politica di lotta contro la povertà. Una politica di trasferimento dei redditi equa e ben distribuita non è stata dunque ancora concepita. Deve passare, infatti, da una riforma del sistema previdenziale e in particolare di quello pensionistico, che soffre di un deficit crescente. Il governo Lula ha fatto votare, nel 2003, una riforma delle pensioni pubbliche, che ha comportato numerosi tagli e un costo politico non indifferente. È dubbio
*La versione francese dell'articolo è disponibile sul sito http://www.telos-eu.com/ Traduzione a cura di Laura Danieli