Logo stampa
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Finanziare lo sviluppo

di Alessandro Magnoli e Nicola Pontara 20.10.2005
Un miliardo di persone possiede l'80 per cento della ricchezza globale, mentre un miliardo e 200 milioni sopravvive con meno di un euro al giorno. Finora si è fatto poco e male per cambiare la situazione. In una visione lungimirante dei propri interessi nazionali o regionali, i paesi industrializzati devono aumentare gli aiuti finanziari ed eliminare le barriere protezioniste che pregiudicano il commercio dei paesi poveri. Questi, a loro volta, devono impegnarsi nelle riforme democratiche e nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. E servirebbe un monitoraggio indipendente dagli aiuti.

 

Dei sei miliardi di persone che popolano il nostro pianeta, un miliardo possiede l’80 per cento della ricchezza globale, mentre un miliardo e 200 milioni fatica a sopravvivere con meno di un euro al giorno. Più di un miliardo è analfabeta, per due miliardi non c’è acqua potabile. I bisogni sono enormi (l’equivalente di tre Tsunami al mese, tutti i mesi). Per correggere questa situazione si è speso poco e male. Politici, economisti e rock-star sono d’accordo: per ridurre il divario tra il nord e il sud del mondo va annullato il debito dei paesi poveri. Secondo loro, bisogna spendere di più. È vero: è necessario. Ma non è sufficiente a garantire risultati.

La sfida: più soldi, un piano chiaro e un impegno serio

È indubbio che gli aiuti debbano aumentare, ma è anche imprescindibile spendere meglio.
Negli ultimi decenni - a livello globale e in termini assoluti - la povertà si è ridotta, ma è stata l’Asia a fare passi da gigante, grazie a tassi di crescita record in Cina e India.
L’Africa, invece, nonostante negli ultimi quarant’anni abbia ricevuto 568 miliardi (in dollari 2003) in aiuti allo sviluppo, continua a preoccupare: tra il 1990 e il 2001 l’incidenza della povertà è aumentata e l’aspettative di vita è diminuita (a causa dell’Aids). Dunque sì, occorrono più soldi, ma occorre anche che i paesi poveri si dotino di un piano di sviluppo articolato e diano la certezza che i soldi si spendano secondo quel piano. In più, i paesi ricchi devono creare le condizioni perchè i paesi poveri ce la facciano con le proprie gambe (per esempio, rimuovere i sussidi che - distorcendo il commercio dei prodotti agricoli - riducono le esportazioni del Sud del mondo).

Finanziare lo sviluppo: cosa si sta facendo?

Nel 1996, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno lanciato la Highly Indebted Poor Countries Iniziative o Hipc, l’iniziativa per la cancellazione del debito dei paesi poveri ed più indebitati. (1)
Ad aprile 2004, trentotto paesi avevano titolo all’assistenza Hipc; di questi, ventisette paesi hanno ottenuto la riduzione irrevocabile del debito, che risparmierà loro circa 45 miliardi di dollari. Nel maggio del 2005, l’Unione Europea ha promesso di raddoppiare gli aiuti entro il 2010, portando i propri esborsi allo 0,51 per cento del prodotto nazionale lordo. Tra giugno e luglio 2005, il G-8 ha azzerato altri 40 miliardi di debito di diciotto paesi africani (ma le modalità di applicazione dell’iniziativa non sono chiare).
Nel 2000, al Millennium Summit di New York, i 189 membri delle Nazioni Unite si sono impegnati al raggiungimento, entro il 2015, di otto Millennium Development Goals. (2)
Nel 2002, a Monterrey, in Messico, la comunità internazionale si è impegnata a sostenere il raggiungimento degli Millennium Goals con maggiori aiuti allo sviluppo e riforme più incisive; ciascun paese sviluppato ha promesso di aumentare l’assistenza allo sviluppo allo 0,26 per cento del proprio prodotto nazionale lordo. In cambio del maggiore impegno finanziario, i paesi poveri hanno promesso di accelerare le riforme strutturali, soprattutto in termini di governance.
Nel novembre 2001, a Doha in Qatar, per la prima volta i paesi membri dell’Organizzazione mondiale per il commercio hanno concentrato l’attenzione sui bisogni dei paesi in via di sviluppo. Nel 2003, dopo le proteste dei paesi poveri a Cancùn, Messico, Unione Europea e Stati Uniti, coscienti che il protezionismo in agricoltura crea ulteriore povertà, hanno fatto un passo, insufficiente ma significativo, verso la revisione dei rispettivi sussidi e l’apertura dei propri mercati ai prodotti agricoli dei paesi poveri.

Più risorse, ma spese meglio

Sull’onda di queste iniziative, gli aiuti finanziari al mondo in via di sviluppo sono aumentati da circa 60 miliardi di dollari nel 2001 a quasi 80 miliardi di dollari nel 2004. Ma non bastano, perchè: i) la gran parte di questo aumento è avvenuto sotto forma di cancellazione del debito, e non di nuovi fondi (e la recente iniziativa del G-8 pecca di nuovo in questo senso); ii) il denaro speso per lo sviluppo continua ad essere poco se paragonato a quello assorbito annualmente da spese militari (circa 1.000 miliardi nel 2004) o destinato ai sussidi all’agricoltura di Europa e Stati Uniti (350 miliardi nel 2004); e (iii) se calcolato in termini di prodotto nazionale lordo, il volume di aiuti finanziari rimane basso (al 0,25 per cento nel 2003), appena tre-quarti di quanto stanziato negli anni Settanta, Ottanta e primi anni Novanta. Gli Usa (fermi al 0,16 per cento) e l’Italia (0,15 per cento) sono i paesi meno generosi, e dovranno fare sforzi straordinari per mantenere le promesse fatte a Monterrey.
Insomma, bisogna tornare ai livelli di spesa degli anni Settanta e Ottanta. Se è vero che gli aiuti possono creare dipendenza, rallentare le riforme e ridurre efficienza e trasparenza, è anche vero che senza di essi il mondo in via di sviluppo farebbe poca strada. Il Global Monitoring Report 2005 (3) avverte che, soprattutto in Africa, senza un aumento della spesa rimarrà una chimera raggiungiere gli Millennium Goals; e in Uganda basterebbero appena 47 dollari a testa all’anno; lo stesso dicasi per il Ghana (50 dollari) e la Tanzania (60 dollari). Tuttavia, "spendere di più" non deve essere considerato un obiettivo di per sé.
I soldi sono uno strumento necessario nel difficile puzzle dello sviluppo; ma il puzzle ha molti altri pezzi. È dunque doverosa un’azione più incisiva per raggiungere l’educazione universale, ridurre la mortalità infantile e materna e la piaga dell’Aids, e per aumentare l’accesso a servizi sanitari ed acqua potabile. Un esempio concreto: è vero che le medicine per ridurre la malaria costano solo 10 centesimi a persona, ed è vero che bisogna finanziarle. Ma bisogna anche garantire che poi le medicine siano comprate, distribuite e somministrate (mentre in alcuni paesi sub-Sahariani, tra il 30 ed il 70 per cento dei medicinali destinati a cliniche mediche nelle zone rurali non arriva a destinazione).

Cosa serve (oltre ai soldi)?

I problemi complessi non si risolvono (solo) con i soldi. Allora, cosa bisogna fare?

1. I paesi industrializzati devono dare e fare di più: con una visione lungimirante dei propri interessi nazionali o regionali, devono aumentare gli aiuti finanziari (e non solo perdonare il debito), appoggiare con più fermezza i paesi che stanno riformando con efficacia (sono in molti a far progressi), e abbattere le barriere protezioniste che pregiudicano il commercio dei paesi poveri; il che vuol dire eliminare – attraverso l’agenda di Doha – i propri sussidi (pro-ricchi) all’agricoltura. Tutto ciò stimolerebbe la crescita economica, che aumentando il reddito medio diminuisce il livello di povertà assoluta.
2. I paesi poveri devono impegnarsi in riforme democratiche vere, dimostrare un impegno più chiaro e concreto nel combattere la corruzione, proteggere i diritti dei cittadini attraverso riforme dei loro sistemi legali e finanziari, e concentrare le scarse risorse a disposizione sul miglioramento delle condizioni di vita dei gruppi più poveri della popolazione, e specialmente donne e bambini.
3. Bisogna fare attenzione a non esacerbare la tendenza dei paesi poveri a dipendere in maniera cronica dagli aiuti provenienti dall’estero e prevenire gli effetti che questi possono avere sull’equilibrio macroeconomico: per esempio, lo squilibrio delle partite correnti, un apprezzamento della moneta locale e la perdita di competitività dei settori manifatturieri – il cosiddetto Dutch disease.
4. Qualità ed efficienza degli aiuti devono aumentare. Causa sprechi, corruzione, scarsa attenzione alla capacità di assorbimento e pratiche di disborso non "cristalline" (molti aiuti sono ancora legati all’acquisto dai paesi donanti di beni e servizi sovrapprezzo) solo una minima parte delle risorse vengono impiegate in maniera produttiva nei paesi destinatari.
5. Viste le cifre spese, è d’uopo introdurre il monitoraggio indipendente degli aiuti e tenere in considerazione l’opinione dei poveri che dovrebbero beneficiarne. Se la valutazione degli esperti è negativa e i poveri non sono contenti, le agenzie di sviluppo devono risponderne.
Il fatto che tutto ciò non sia facile non deve scoraggiare; alternative non ce ne sono. 
 

Per saperne di più

Sulla Hipc vedi

http://www.worldbank.org/debt,
http://www.imf.org/external/np/exr/facts/hipc.htm

Sui Millennium Development Goals
http://www.developmentgoals.org/
http://www.un.org/millenniumgoals/
http://www.undp.org/mdg/
http://www.imf.org/external/np/sec/nb/2001/nb0190.htm

Per i dati

Oecd, 2004. Net Oda from Dac countries in recent years: http://www.oecd.org/dataoecd/43/26/1894401.xls

Oecd, 2004. Oecd Development Co-operation Directorate (Dac), Aid Statistics:
http://www.oecd.org/department/0,2688,en_2649_34447_1_1_1_1_1,00.html

(1) Condizioni per beneficiare dell’iniziativa sono: 1) la presentazione alla comunità internazionale di una strategia di lotta alla povertà (il Poverty Reduction Strategy Paper) preparata grazie a un’estesa partecipazione democratica; e 2) l’effettivo utilizzo in programmi anti-povertà delle risorse liberate dal servizio del debito.

(2) Ossia a: 1) dimezzare il numero di persone che vive con meno di un dollaro al giorno; 2) universalizzare la scuola primaria; 3) eliminare le disparità di sesso a ogni livello educativo; 4) ridurre di due terzi la mortalità infantile dei bambini sotto i cinque anni; 5) ridurre di tre quarti il tasso di mortalità materna; 6) contenere la diffusione dell’Hiv/Aids; 7) migliorare la sostenibilità ambientale; e infine 8) rafforzare la partnership globale per lo sviluppo.