
Lavoce.info non si è occupata della vicenda irachena dati i suoi eminenti risvolti geopolitici e militari prima ancora che economici. Ma alla vigilia dell'incontro di Silvio Berlusconi con George W. Bush, tappa chiave nel nostro coinvolgimento nella guerra in Iraq, abbiamo voluto interpellare alcuni testimoni privilegiati e cercare di stabilire, a partire dalle loro risposte, quale sia il vero potere contrattuale del nostro premier al cospetto del presidente degli Stati Uniti.
Dalle loro risposte (che riproduciamo qui sotto) ci sembra di poter concludere che questo potere sia in realtà molto limitato. I sondaggisti Mannheimer e Piepoli sono concordi sul fatto che l'annuncio di un ritiro unilaterale delle truppe da parte italiana non danneggerebbe Berlusconi nelle prossime elezioni; chi ha già deciso di non votarlo, vi vedrebbe una resa, ma l'elettorato di centro-destra, in buona parte alieno al nostro intervento in Iraq, vi potrebbe viceversa vedere buone ragioni per confermare il proprio voto. Anche i partner di Governo, suggerisce il politologo Vassallo, ne sarebbero sollevati visto che la scelta iper-filoamericana del governo Berlusconi appartiene al premier soltanto. Dunque, sarebbe nell'interesse elettorale immediato di Berlusconi portare avanti una politica di ritiro delle truppe.
Tuttavia, i sondaggisti sono anche concordi sul fatto che un vero successo Berlusconi l'otterrebbe solo se questa minaccia convincesse il presidente Bush ad annunciare a sua volta un ritiro delle proprie truppe, oppure ottenesse almeno una modifica rilevante nell'atteggiamento statunitense in Iraq. Per esempio, il siluramento del principale responsabile (o percepito come tale da gran parte dell'opinione pubblica occidentale) di questa politica, il segretario della Difesa, Donald Rumsfeld. Ma Alex Stille, giornalista attento osservatore di politica statunitense, suggerisce che questo è impossibile.
Nonostante l'evidente perdita di consenso dell'amministrazione Bush sull'Iraq, licenziare Rumsfeld o cambiare politica in modo radicale, non aiuterebbe il presidente, ma verrebbe percepita sul piano interno come un'ammissione aperta che la politica estera dell'amministrazione è stata sbagliata fin dal principio. Un punto che Bush non può assolutamente concedere al proprio avversario elettorale di novembre, John Kerry. Per questo, anche un'eventuale minaccia di ritiro unilaterale da parte di Berlusconi, per quanto dannosa per il presidente americano, non riuscirebbe a spingerlo a cambiare politica.
Ma questo significa che il potere di contrattazione del premier italiano è in realtà molto limitato. Inoltre, se la minaccia di Berlusconi non è tale da indurre una modifica nell'atteggiamento americano, c'è da chiedersi se al premier italiano converrebbe portarla avanti. I benefici elettorali immediati dell'annuncio potrebbero essere soverchiati nel più lungo periodo dal raffreddamento nei rapporti con la superpotenza americana.
È dunque possibile che il viaggio del premier negli Usa si risolva in un nulla di fatto. Il problema, come ci ricorda Magdi Allam, è che nel frattempo la situazione in Iraq si sta ingarbugliando ulteriormente. La strategia terroristica è riuscita ormai a darsi una dimensione popolare sia sul piano insurrezionale sia su quello di guerra civile. Sarà difficile uscirne fuori.
Quali sarebbero gli effetti sul voto alle europee dell'annuncio da parte di Berlusconi di un ritiro unilaterale delle nostre truppe dall'Iraq?
Quali sarebbero gli effetti sulla tenuta della coalizione di Governo di un annuncio o di una minaccia da parte di Berlusconi di un ritiro unilaterale delle nostre truppe dall'Iraq?
Nell'eventualità decidesse di ritirare il contingente italiano e prendere così, repentinamente, anche se con i dovuti accorgimenti diplomatici, le distanze dall'amministrazione Bush, Berlusconi non troverebbe di certo resistenze all'interno della coalizione di Governo. I contraccolpi interni potrebbero essere solo positivi, dato che l'intervento in Iraq rispondeva al filoamericanismo assoluto di Berlusconi (e solo suo) e alla deliberata intenzione di rompere il tradizionale "europeismo" della politica estera italiana, su cui sia Fini sia anche Bossi (sia pure con motivazioni del tutto diverse), sia ovviamente Follini si sarebbero altrimenti adagiati senza indugio. Sia Fini sia Bossi (assai meno i post-democristiani) si sono poi adeguati alla svolta filoamericana di Berlusconi e l'hanno fatta propria, ma se quest'ultimo dovesse tornare sui suoi passi, tanto più in una fase difficile come quella attuale, tutti suoi alleati non potrebbero che esserne sollevati. Al massimo potrebbe emergere qualche malumore se la nuova svolta fosse messa in mostra come una decisione solitaria del primo ministro. Ma in questo caso con tutta probabilità anche Fini, il più suscettibile sotto questo profilo, preferirebbe forse far finta di essere stato consultato e di aver avuto un ruolo nella scelta.Quali sono stati i costi politici per Bush sul piano interno dell'annunciato ritiro della Spagna dall'Iraq? Quali sarebbero i contraccolpi elettorali di un eventuale licenziamento di Rumsfeld?
Alex Stille: La decisione della Spagna, a questo punto, è solo l'ultimo di una lunga serie di eventi che, goccia dopo goccia, sta erodendo la credibilità di questa missione. Certamente la decisione di Zapatero non aiuta Bush. Ma è solo una goccia rispetto alla valanga di rivelazioni attorno gli abusi nelle carceri americane in Iraq. Bush cercherà in tutti i modi di evitare le dimissioni di Rumsfeld perché è contrario all'atteggiamento che caratterizza questa amministrazione: tenere duro, non cedere terreno, non ammettere errori e non mostrare alcun segno di debolezza. Dato questo atteggiamento, le dimissioni di Rumsfeld sarebbero un colpo durissimo per Bush. Sarebbe come ammettere che la politica su cui questa amministrazione si è ingaggiata e ha rischiato tutto è stata viziata da errori gravissimi.
Posto che dietro agli attentati e agli scontri in Iraq ci sono una molteplicità di fattori, quale di queste definizioni le sembra maggiormente in grado di riassumere ciò che sta accadendo in questo paese:
1. Siamo di fronte ad una serie di (presumibilmente coordinati) atti terroristici;
2. E' in atto un'insurrezione popolare contro gli "invasori";
3. Si tratta di una guerra civile per il controllo del paese tra diverse etnie e formazioni religiose.