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Nanismo industriale e nuova economia

di Luigi Guiso 10.04.2003
Essenziale per la crescita economica, l’introduzione su vasta scala delle nuove tecnologie incontra nel nostro Paese numerosi ostacoli. Primi fra tutti la piccola dimensione media delle imprese e il basso livello medio di istruzione della manodopera. Ma anche efficienza del sistema giudiziario e disponibilità di finanziamento hanno la loro importanza.

L'economia italiana soffre di bassa crescita. Nell'ultimo decennio il nostro prodotto interno lordo è cresciuto a un tasso medio dell'1,4 per cento , contro il 2,6 del decennio precedente. A questi risultati insoddisfacenti, in parte condivisi con le principali economie europee, si è contrapposta la brillante performance dell'economia americana, tuttora migliore di quella media dell'area dell'euro.

Varie ricerche empiriche indicano che negli Stati Uniti l'accelerazione della produttività, alla base della crescita sostenuta, sia in buona parte dovuta all'introduzione su vasta scala delle nuove tecnologie digitali. Tuttavia, l'interesse per quanto queste ultime possano aver contribuito a spingere lo sviluppo dell'economia americana e la sua produttività sembra al momento offuscato. Il crollo dei corsi azionari, particolarmente dei tecnologici, ha cancellato dal dibattito di politica economica l'espressione new economy.

Il gap tecnologico dell'Italia

Sul tema della diffusione delle tecnologie digitali in Italia è uscito in questi giorni un interessante volume che raccoglie i risultati di un vasto progetto di ricerca condotto da un gruppo di economisti della Banca d'Italia La nuova economia: i fatti dietro il mito (Bologna, il Mulino, 2003) curato da Salvatore Rossi, il capo del Servizio studi della Banca centrale.

Il saggio offre l'occasione per meditare su due argomenti di rilievo per l'economia italiana e europea: a) il ruolo svolto da un comparto – quello delle nuove tecnologie – che aveva destato tanto entusiasmo e interesse solo pochi anni fa; b) gli ostacoli che si frappongono alla innovazione e alla adozione di nuove tecniche di produzione, che sono il principale veicolo della crescita di una economia.

In uno dei saggi del volume, con dati campionari relativi a circa 2.400 imprese italiane per il periodo 1995-1997, viene fatta una stima del capitale digitale della nostra industria manifatturiera, impresa per impresa. Da un confronto con analoghi dati americani emerge che nel 1997 l'accumulazione di capitale digitale nell'industria italiana era in ritardo di 7-8 anni rispetto all'industria americana.

E le sue cause

La semplice misurazione del gap indica l'esistenza di una impressionante incapacità dell'Italia di tenere il passo con l'innovazione tecnologica. Per capire quali possano essere le barriere e gli ostacoli alla adozione di nuove tecnologie tra le imprese italiane, nel volume si utilizza un'indagine ad hoc svolta dalla Banca d'Italia su un campione di circa 1.500 imprese manifatturiere con oltre 50 addetti, per misurare il grado di diffusione di alcune tecnologie digitali e i connessi mutamenti organizzativi. Due fattori emergono con chiarezza (si veda la tavola):

la dimensione dell'impresa è determinante sia per il "se" adottare, sia relativamente al "quanto e quando" immettere in azienda le nuove tecnologie. Più è grande l'impresa, più probabile è l'adozione e più intenso l'uso che si decide di farne.

il livello del capitale umano disponibile in azienda influenza notevolmente il grado di digitalizzazione prescelto. Imprese con una manodopera mediamente più istruita riescono a collocarsi vicine alla frontiera tecnologica.

Una terza caratteristica, la capacità dell'impresa di portare a compimento processi di riorganizzazione interni, facilita la adozione di nuove tecnologie.

Gli ostacoli alla crescita delle imprese

Su questi fronti l'Italia è a mal partito. La dimensione media di impresa è una delle più piccole tra i paesi industrializzati: 4.4 addetti in media in Italia, più o meno la metà che in Germania, Francia e Regno Unito e la più bassa in Europa assieme alla Spagna. Il livello medio di istruzione dei lavoratori italiani è notoriamente più basso che negli altri Paesi. Le possibilità di riorganizzazione interna – sebbene difficili da misurare – sono probabilmente anch'esse minori che altrove, visti gli ostacoli che il forte grado di sindacalizzazione può frapporre. La minor dimensione aziendale, sfuggendo in parte alla sindacalizzazione, offre una via di fuga, ma al prezzo di una inadeguata dimensione per l'innovazione e le attività di ricerca e sviluppo.

Degli ostacoli indicati, la piccola dimensione dell'impresa è probabilmente quella determinante. Imprese di maggiori dimensioni non solo riescono a innovare maggiormente e più celermente, ma hanno anche la possibilità di assorbire manodopera con livelli di istruzione più elevati.

Vi è perciò da chiedersi cosa ostacola la crescita dimensionale. Non è facile dare una risposta, ma vi sono nella letteratura economica indicazioni sufficienti dei fattori – alcuni rimovibili da appropriate decisioni di policy - che ostacolano la crescita dimensionale. Tra questi in particolare:

La disponibilità di manodopera con livello di istruzione elevato incoraggia la costituzione di imprese di maggiori dimensioni perché facilita l'adozione di tecnologie più sofisticate ad alta intensità di lavoro qualificato. D'altra parte, queste tecnologie comportano a loro volta elevati costi fissi, giustificati solo da una dimensione elevata.

L'efficienza del sistema giudiziario, sia direttamente sia indirettamente, attraverso l'effetto sul grado di sviluppo finanziario, incoraggia la crescita dimensionale. Assieme alla disponibilità di adeguata protezione degli azionisti di minoranza, favorisce l'abbandono del sistema di "capitalismo famigliare".

La disponibilità di fonti di finanziamento variegate e diversificate nella fase di start up dell'impresa, ma soprattutto in quella successiva, quando tende ad accrescere le sue dimensioni, è un fattore critico per la crescita dimensionale. L'Italia e i Paesi europei lamentano un forte gap nel grado di sviluppo finanziario rispetto agli Stati Uniti e su questo fronte parecchio può essere fatto dalla politica economica.

In conclusione, vi sono condizioni "ambientali", esterne all'impresa, che ostacolano l'affermarsi di quella trasformazione profonda del sistema produttivo chiamata Nuova Economia: vanno dall'assetto istituzionale, all'ordinamento giuridico, al funzionamento dei mercati finanziari. Questi sono fronti in cui l'azione di riforma e di policy può esplicare tutti i suoi effetti.

Adozione di tecnologie dell'informazione e della comunicazione
tra le imprese manifatturiere italiane
(valori medi)

Fonte: La Nuova Economia: i fatti dietro il mito, Bologna, il Mulino, 2003 (a cura di S. Rossi)

 

Per saperne di più

Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales, "Does Local Financial Development Matter?" (http://papers.ssrn.com/abstract=308569)

Krishna Kumar, Raghuram Rajan e Luigi Zingales, "Whate Determines Firm Size?" (http://gsbwww.uchicago.edu/fac/luigi.zingales/research/Pspapers)

Luigi Guiso, " Small Business Finance in Italy"

Mike Burkart, Fausto Panunzi e Andrei Shleifer, "Family Firms", (http://post.economics.harvard.edu/faculty/shleifer/papers/)