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Anvur, Agenzia per il reclutamento dei ricercatori

di Francesco Lissoni 23.04.2007
L'Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca prima ancora di nascere, è già un giocattolo in mano al potere. Le si demanda un compito nella sostanza impossibile: valutare i singoli ricercatori. Ne ha anche un altro, improprio ma preciso: coprire, tramite l'effetto annuncio l'ennesima infornata di dipendenti pubblici. Perché l'Anvur di oggi è molto diversa dall'idea originaria. E il cambiamento di missione si accompagna al piano di assumere 10mila docenti di terza fascia in tre anni, di cui 4mila subito.

È ormai imminente la creazione dell’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca. Il 12 marzo scorso il ministro Mussi ha presentato la prima bozza sulla sua missione e sulla composizione del suo consiglio direttivo (documento 1, in allegato). Al documento ha fatto seguito, il 22 marzo, una serie di "linee-guida" per il reclutamento dei ricercatori universitari, nel quale l’Anvur gioca un ruolo inaspettato (documento 2, in allegato). E da queste linee-guida è finalmente scaturita, il 4 aprile, la prima bozza di regolamento sui concorsi per ricercatori prossimi venturi, a maggio e novembre (documento 3, in allegato).

I compiti dell’Anvur

L’Agenzia delineata da tutti questi documenti appare cosa assai diversa da quella prefigurata dal suo primo promotore, il sottosegretario Modica. Altrettanto diverso appare il contesto in cui si andrà ad inserire.
Nel progetto di legge presentato dal senatore Modica, quando ancora sedeva sui banchi dell’opposizione (documento 4, in allegato), l’Anvur avrebbe dovuto valutare ex post la produzione scientifica dei dipartimenti e influenzare direttamente, seppure per una percentuale assai limitata, l’assegnazione dei fondi di ricerca. L’Agenzia non sarebbe scesa nel dettaglio dell’attività dei singoli ricercatori, per consentire alle strutture dipartimentali di gestirsi autonomamente. Infine, avrebbe dovuto essere in qualche modo indipendente dal ministero.
L’Anvur del ministro Mussi, prima ancora di nascere, ha già cambiato fisionomia.
Il consiglio direttivo che la presiederà sarà interamente di nomina ministeriale, seppure entro liste predisposte da vari organizzazioni italiane ed europee. Poiché i membri restano in carica cinque anni, e verranno nominati entro breve, è immediato desumere che ogni cambio di legislatura (e di ministro) sarà seguito, dopo massimo due anni, da un cambio di consiglio. La dipendenza dall’esecutivo in carica è rafforzata dalla norma che prevede che i membri del consiglio nominati per rimpiazzare eventuali membri uscenti prima della fine del mandato decadranno non dopo cinque anni, ma insieme al resto del consiglio.
I compiti di valutazione delle strutture di ricerca e di influenza sulla assegnazione dei fondi restano inalterati, ma scompare ogni cenno al ruolo dell’Anvur nell’assegnazione dei fondi di ricerca.
Soprattutto viene affidato all’Anvur un ruolo rilevante nel determinare le carriere dei singoli ricercatori, mai menzionato prima né dal sottosegretario Modica né da altro esponente della maggioranza. Nei documenti 2 e 3 sul reclutamento dei ricercatori universitari, l’Anvur fa capolino come terzo attore di una struttura tricefala, composta da:

- una commissione nazionale che giudicherà l’idoneità dei candidati a ricoprire il ruolo di docente di terza fascia;
- una commissione locale (presieduta nientemeno che dal rettore) per la selezione di una rosa ristretta di candidati già giudicati idonei e quindi del vincitore;
- l’Anvur, appunto, che dopo tre anni andrà a valutare, caso per caso, la produttività scientifica di ogni vincitore per confermarlo in ruolo oppure no.

In questo schema sarebbe sottratto agli atenei quello che ora è un puro rito formale (la "conferma" del ricercatore dopo i primi tre anni di attività, che non si nega a nessuno) per affidarlo all’Anvur, nella speranza che questa lo renda sostanziale (cioè non confermi almeno qualche ricercatore).

Un piano per diecimila assunzioni

Il cambiamento di missione si accompagna al piano di assumere 10mila docenti di terza fascia in tre anni, di cui 4mila subito. (1) Intenzione apparentemente lodevole, ma c’è un dettaglio: in pochissimo tempo l’Anvur si ritroverebbe a dover emanare regolamenti attuativi (quali pubblicazioni accettare per la valutazione? Come valutarle? E i brevetti? E le conferenze? E la didattica?), raccogliere informazioni su migliaia di persone (quante esattamente? Con che modalità? E quali scadenze?) e quindi deciderne il destino.
E non si tratterebbe solo dei ricercatori. Dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro, emerge che questo barocco schema di reclutamento e valutazione andrà in futuro applicato anche ai professori associati e ordinari. Anche di quelli, uno per uno, l’Anvur dovrebbe andare a valutare l’operato.
Dove resterebbe il tempo di fare l’altra valutazione, quella delle strutture? E perché impegnare l’Anvur in un compito di micro-management delle carriere (per cui la bozza del ministro prevede già un livello di ricorso per ogni valutazione negativa, e per cui non è difficile anticipare chissà quanti ricorsi al Tar subito dopo), quando dalla valutazione delle strutture dovrebbero discendere naturalmente gli incentivi per queste ultime a non reclutare persone inadeguate? E in base a quale esperienza l’Anvur dovrebbe agire, visto che il Civr ha fatto tutt’altro mestiere? Perché mai non dovremmo credere che, soffocata da carte e ricorsi, l’Agenzia non finirebbe anche lei per cedere e, come oggi fanno gli atenei, confermare tutti i ricercatori?
Cercare una risposta a queste domande in una visione strategica dell’università italiana è impossibile, perché quella visione non sembra esserci. I toni catastrofici sullo stato dei ricercatori precari e l’assoluta urgenza di una immediata risoluzione dei loro problemi sono quelli tipici di ogni politico che prepari un provvedimento straordinario, sia esso un indulto, una sanatoria o un reclutamento en masse di impiegati pubblici (4mila subito, 10mila al più presto).
Ed è proprio questo il senso dei documenti appena approvati. A leggerli, non si riesce a non pensare che siamo di fronte a una costituency elettorale cospicua, quella dei ricercatori precari, e a un politico che sta annunciando, in questi stessi giorni, la nascita di un nuovo partito.
L’Anvur, prima ancora di nascere, è già un giocattolo in mano al potere, una foglia di fico a cui si demanda un compito nella sostanza impossibile (valutare i singoli ricercatori) e uno improprio ma preciso, quello di coprire, tramite l’effetto annuncio ("non temete: assumerò 10mila persone, ma l’Anvur farà buona guardia su di loro") l’ennesima infornata di dipendenti pubblici.
I 10mila precari di oggi diventeranno domani 10mila docenti per tutta la vita e chi oggi precario ancora non è, ma solo studente o dottorando, persa questa occasione, vedrà di nuovo chiudersi le porte della Torre d’Avorio. Sarà allora costretto, come chi l’ha preceduto, ad accamparsi sulla soglia, in attesa di una nuova sanatoria, o di una nuova Anvur.
O forse se ne andrà all’estero, a cercare la fama che si merita e aspettare il nuovo piano, naturalmente straordinario, per il rientro dei cervelli in fuga.

(1) Intervista del ministro al Messaggero del 4 aprile 2007.