
«In data 5 dicembre 2003, mi è stata inviata
per la promulgazione la legge "Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della Rai-Radiotelevisione italiana Spa, nonché delega al Governo per l'emanazione del testo unico della radiotelevisione", approvata dalla Camera dei Deputati il 2 ottobre 2003 e approvata in via definitiva dal Senato il 2 dicembre 2003.Il
Disegno di Legge del Ministro Gasparri sul riassetto del settore delle comunicazioni modifica significativamente i vincoli alla concentrazione nel settore dei media. Le nuove misure, tuttavia, non incidono laddove il problema del pluralismo si pone maggiormente, perché non limitano l'eccessiva concentrazione dei canali televisivi generalisti.Il DdL del 6 settembre si presta a molti commenti, ma qui mi soffermerò sui modi con cui la concentrazione di mezzi in capo ad uno stesso operatore è stata trattata, tema cruciale per la garanzia del pluralismo. Le norme vigenti pongono un limite al numero di licenze nazionali in capo ad uno stesso operatore televisivo e severe restrizioni alla partecipazione contemporanea a più mercati dei media.
I tetti antitrust nel Disegno di Legge Gasparri
Il disegno di legge si muove su due fronti.
1.Esso definisce (art.12) una soglia del 20% delle autorizzazioni per la diffusione di programmi televisivi, soglia da applicare nell'attuazione del piano di assegnazione delle frequenze televisive e radiofoniche in tecnica digitale. Il piano frequenze rispetto a cui applicare queste soglie è quindi quello che consentirà la trasmissione di alcune decine di canali, con il passaggio dalla tecnica analogica a quella digitale.
2. Il DdL Gasparri prevede inoltre (art.13) un ulteriore sbarramento del 20%, non più legato alla percentuale di autorizzazioni ma alla massima quota di mercato in termini di fatturato che un singolo operatore può raccogliere nel sistema integrato delle comunicazioni: un'aggregazione dei mercati televisivo, radiofonico, editoriale, di Internet, di produzione cinematografica e fonografica e della pubblicità che vuole richiamare le dinamiche di convergenza e integrazione che sempre più si manifesteranno tra questi segmenti.
I due termini che abbiamo evidenziato in corsivo, tecnica digitale e sistema integrato delle comunicazioni, rappresentano i termini chiave per capire se effettivamente i vincoli posti dal DdL Gasparri consentano di incidere sugli assetti strutturali molto concentrati del sistema italiano, riequilibrando le attuali distorsioni in tema di pluralismo richiamate anche dal Presidente Ciampi.
I vincoli sul numero di canali televisivi
Con la moltiplicazione del numero di canali consentito con il passaggio alla tecnica digitale, oltre ai tradizionali canali generalisti finanziati con pubblicità, vi sarà spazio anche per molti canali che, guardando all'esperienza degli altri paesi, si specializzeranno in determinati generi di programmi, quali sport, film, programmi per ragazzi, ecc. finanziandosi con gli abbonamenti. Le dinamiche concorrenziali dei grandi canali generalisti finanziati con pubblicità, caratterizzate da un forte investimento nel palinsesto e da una forte concentrazione dei ricavi pubblicitari tra i pochi canali vincenti di questa gara, sono tuttavia molto diverse da quelle che si osservano nei canali tematici, caratterizzate dalla specializzazione in piccole nicchie di mercato e dal finanziamento attraverso gli abbonamenti dei telespettatori. Ne deriva una struttura degli ascolti molto diversa, come già si osserva in molti paesi: pochi canali generalisti continueranno a raccogliere la maggioranza della audience, mentre i canali tematici si divideranno piccole quote di telespettatori.
È evidente che, dal punto di vista del pluralismo, quello che preoccupa è la concentrazione eccessiva nel segmento delle televisioni generaliste: detenere due o tre licenze in questo caso può consentire di raggiungere una quota del 30-40% dei telespettatori, mentre tre canali tematici potrebbero raggiungere una audience del 3-4%. Il DdL Gasparri, tuttavia, non fa distinzioni all'interno degli operatori televisivi, ad esempio tra canali finanziati con pubblicità o con abbonamento, e di conseguenza pone apparentemente dei vincoli che tuttavia non sono mai di fatto operativi: con un numero iniziale plausibile di 50 autorizzazioni di canali digitali, nessun operatore televisivo potrà detenere più di 10 autorizzazioni!
I vincoli sul fatturato
Passiamo alla nozione di sistema integrato delle comunicazioni, rispetto a cui sono definite le soglie in termini di fatturato. L'argomento apparentemente è sensato e "moderno": siamo nell'era della convergenza tra comunicazione, telecomunicazioni e Internet, non possiamo continuare a pensare in termini separati a questi mercati e a porre paletti allo sviluppo di operatori integrati e multimediali, come nella legislazione corrente.
Anche in questo caso, tuttavia, vale la considerazione che abbiamo svolto più sopra: le caratteristiche della concorrenza, e il conseguente emergere di operatori dominanti, sono estremamente diverse per la televisione (generalista) rispetto alla radio e soprattutto alla stampa quotidiana: in questi ultimi due comparti il mercato appare più frammentato, l'importanza della dimensione locale permette a molti piccoli operatori di rimanere attivi frenando la crescita di operatori nazionali.
Per comprendere questo punto, basti un dato: i primi due operatori televisivi, Rai e Mediaset, hanno raccolto nel 2001 il 90,7% degli ascolti, mentre i primi due gruppi editoriali, Rcs-Corriere della Sera e L'Espresso-Repubblica hanno, sempre nel 2001, coperto il 31.5% dei lettori di quotidiani (Autorità di Garanzia delle Comunicazioni, Relazione Annuale 2002, p. 102 e 125).
Di conseguenza, se il pluralismo è seriamente posto in discussione dalla concentrazione nel settore televisivo mentre appare sostanzialmente preservato nella struttura frammentata della stampa quotidiana, vorremmo soglie mirate laddove il problema si pone, ad esempio ponendo una soglia di due licenze per le reti generaliste, e non un vincolo che si riferisca ad un insieme composito ed ampio di mercati, accomunati dalla prospettiva della convergenza multimediale ma assai diversi dal punto di vista delle tendenze alla concentrazione.
Definendo invece un aggregato così ampio, qualunque concentrazione, anche pericolosa, in un comparto si diluisce nell'aggregato e una quota del 20% del fatturato può risultare compatibile con il persistere di situazioni di forte concentrazione in alcuni segmenti cruciali del mercato.
In conclusione, le preoccupazioni per gli assetti concentrati del settore delle comunicazioni non sembrano trovare una risposta adeguata nel Disegno di Legge Gasparri: dietro un linguaggio moderno troviamo molti cancelli, ma tutti rigorosamente aperti.
La
legge Gasparri, in approvazione al Senato, affida un ruolo importante alla diffusione della televisione digitale, con l'idea di allargare il numero di operatori televisivi e ridurre quindi il grado di concentrazione di questo mercato.Per realizzare in tempi brevi questo obiettivo, prevede un passaggio obbligatorio alla tv digitale nel 2006 (switch over) e ipotizza di sovvenzionare in parte i consumatori per l'acquisto dei set top box (i decodificatori necessari per ricevere il segnale digitale e i servizi interattivi). In questo modo, si vorrebbe favorire l'accesso ai servizi interattivi di quella quota di popolazione che non utilizza Internet.
Un traguardo difficile da raggiungere
Si tratta purtroppo di idee sbagliate e di un traguardo difficilmente realizzabile. Infatti, non è la scarsità delle frequenze la ragione di concentrazione del settore televisivo, che è invece dovuta essenzialmente alle
economie di scala nelle spese per i programmi. Né sembrano esserci le condizioni economiche per creare molti nuovi canali televisivi, mentre i servizi interattivi possono appoggiarsi solo ai palinsesti già esistenti e quindi rafforzare ulteriormente la posizione degli operatori già esistenti.Con pochi servizi aggiuntivi, la domanda dei consumatori per i set top box o i televisori digitali non sarà spumeggiante.
La televisione digitale terrestre costituisce un'innovazione di sistema importante per la filiera televisiva: con la codifica digitale è possibile infatti trasmettere più canali nelle stesse frequenze attribuite al servizio televisivo, aumentando il numero di canali rispetto al segnale analogico oggi utilizzato. Inoltre è possibile attivare nuovi servizi anche interattivi se il televisore è collegato a un canale telefonico di ritorno.
Per fare questo, tuttavia, è necessario utilizzare televisori digitali e decodificatori, con un investimento rilevante da parte del telespettatore. Gli operatori televisivi, a loro volta, devono rinnovare le tecnologie di trasmissione.
Consumatori da conquistare
Pur in presenza di vantaggi e di una qualità migliore del segnale, non è quindi scontato che i telespettatori scelgano di sostituire le proprie apparecchiature di ricezione entro pochi anni. Molto dipenderà dai nuovi programmi che verranno offerti nei canali digitali, la cui disponibilità è legata alle condizioni di concorrenza del settore televisivo. Ad esempio, un ampio bouquet di canali e servizi interattivi sono generalmente disponibili nei sistemi via cavo e via satellite. Per raggiungere una massa critica difficile da ottenere con le sole scelte dei consumatori, in molti Paesi è stato perciò imposto alle stazioni televisive un passaggio obbligatorio al nuovo standard. Ma dopo i vistosi insuccessi del digitale terrestre in Gran Bretagna e in Spagna, i tempi dello switch over sono stati opportunamente spostati in avanti, al 2010-2012, ipotizzando un periodo lungo di transizione.
In Italia vi sono 38 milioni di televisori, cui vanno aggiunti 20 milioni di videoregistratori. Ogni anno si vendono circa tre milioni di televisori, con un rinnovo naturale del parco che avviene in 12-13 anni. Ad oggi manca ancora un accordo definitivo sulle caratteristiche del set top box che, comunque, non sarà compatibile con quello della televisione digitale satellitare e quindi non fruirà di quelle esternalità. L'ipotesi di vendere in due anni almeno un set top box per famiglia partendo da zero, appare francamente ottimistica. Tanto per fare un confronto, il lettore dvd, uno dei prodotti di maggior successo degli ultimi tempi, ha impiegato sei anni per arrivare nel 2003 a vendite annue di 1,5 milioni di pezzi e a un tasso di penetrazione sulle famiglie del 15 per cento. Per raggiungere almeno una penetrazione totale sulle famiglie (ma non sui televisori) occorreranno 8-9 anni, nell'ipotesi più ottimista.
Transizione lunga, rischi elevati
Nonostante nei convegni pubblici si continui a considerare la data del 2006 come riferimento, gli operatori si stanno preparando a un lungo periodo di transizione. In queste condizioni, i nuovi operatori che volessero produrre palinsesti per la tv digitale affronterebbero rischi elevati e ricavi incerti.
L'ipotesi di vendere canali ai consumatori sul modello pay tv si scontra con l'ampia offerta della televisione via satellite e con l'impossibilità tecnica di offrire bouquet di 30-40 canali. Per contro, vendere canali tematici (con palinsesti cioè da 10-20 milioni di euro) in piccoli bundle (3-4 canali) appare molto difficile e sconta le forti diseconomie di scala nella fase commerciale di gestione delle relazioni con la clientela.
Se un operatore puntasse invece a fare una tv generalista sul digitale terrestre con un palinsesto attrattivo, si sconterebbe col fatto che, per anni, i suoi costi devono essere funzione del mercato complessivo, perché compete con le grandi televisioni generaliste analogiche, mentre i suoi ricavi sono relativi a quella porzione di mercato in grado di ricevere i suoi programmi in digitale. Ad esempio, ipotizzando che un palinsesto da 150 milioni di euro consenta di raggiungere una share di ascolto media del 6 per cento e che questo ascolto si traduca in una quota del 6 per cento degli investimenti pubblicitari in televisione (tutte ipotesi ottimistiche), il nuovo entrante arriverebbe al break even nel 2012, ma in quell'anno avrebbe accumulato perdite per 1,3 miliardi di euro.
Anche l'ipotesi di coprire con la pubblicità i costi di un piccolo canale tematico appare improbabile. A oggi i quaranta maggiori canali tematici disponibili in Italia raccolgono mediamente 650 mila euro di pubblicità annua ciascuno e, a causa dei bassi ascolti, anche le tariffe unitarie (costi contatto) sono più basse di quelle della tv generalista. Anche presupponendo una capacità di raccolta ampiamente superiore, un operatore che puntasse su questo modello sarebbe in perdita per molti anni.
I servizi interattivi semplici - partecipazione a programmi o televoto tra diversi concorrenti - sono probabilmente l'area di cui è possibile intravedere uno sviluppo significativo, ma devono necessariamente appoggiarsi a palinsesti già finanziati dalla televisione analogica poiché altrimenti hanno attrattività irrilevante o costi insostenibili. Dunque sono realizzabili sostanzialmente dagli operatori già esistenti che cercano in questo modo di appropriarsi di un mercato attualmente in mano ai gestori della telefonia cellulare.
In conclusione, nel lungo periodo la televisione terrestre diventerà digitale, ma il percorso appare poco lineare e gli effetti sulla concorrenza nel mercato televisivo meno dirompenti di quanto sia dato per scontato in molti interventi politici, non solo del Governo.
Il principale obiettivo della
Legge Gasparri per il riassetto del sistema radio-televisivo è rispondere alla fondamentale esigenza di pluralismo e di imparzialità dell'informazione. Come il ministro ricorda in ogni dibattito pubblico, la legge è saldamente fondata su una rivoluzione tecnologica: la transizione dalla tecnologia analogica a quella digitale nelle trasmissioni televisive terrestri.I fatti
L'attuale uso dell'etere televisivo è caotico e squilibrato a favore dei duopolisti. Delle circa 23 mila frequenze utilizzate per le trasmissioni analogiche, Rai e Mediaset ne utilizzano circa 10 mila, con una media di 1.500 trasmettitori per rete. La 7, che è la più estesa delle altre reti nazionali, ne utilizza meno della metà (647).Tutte le altre reti "nazionali" meno di duecento ciascuna. L'alto numero di frequenze consente ai duopolisti di migliorare la qualità e l'estensione del servizio, di rendere le reti più "robuste" ai guasti e di rendere più difficile per i concorrenti il raggiungimento degli stessi standard di qualità.Il
piano analogico del 1998 garantisce che una rete nazionale può essere costituita da meno di 500 trasmettitori (frequenze) e, di conseguenza, certifica che le frequenze sono utilizzate in modo inefficiente e sono distribuite in modo fortemente asimmetrico e discriminatorio tra gli operatori. Il piano analogico consente la convivenza di diciassette reti a copertura nazionale, ma richiede una razionalizzazione delle reti analogiche e un conseguente ridimensionamento del numero delle frequenze a disposizione di Rai e Mediaset. Nel 1999 il Ministero delle Comunicazioni rilascia undici concessioni nazionali in base alle quali ogni concessionario ha diritto ad operare solo dai siti indicati dal Piano e solo con 476 frequenze per rete.Nel 2001 si prende atto dell'inevitabilità del passaggio al digitale nonché delle difficoltà e dei costi di realizzare la razionalizzazione analogica e la transizione analogico-digitale. La Legge 66/2001 sostituisce al piano analogico il piano digitale e alla razionalizzazione analogica
la transizione analogico-digitale.Nel 2003
l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni mette a punto il piano digitale televisivo. Prevede la realizzazione di diciotto "multiplex" in grado di servire più del 90 per cento della popolazione. Ciascuno di questi "multiplex" può trasportare fino a cinque programmi del tipo di quelli attualmente irradiati dalle reti analogiche e può essere realizzato utilizzando meno di trecento trasmettitori. Con meno di 6mila frequenze, si può raggiungere più del 90 per cento della popolazione con novanta programmi (sessanta nazionali e trenta regionali) di qualità paragonabile a quella delle trasmissioni satellitari.La Legge Gasparri (articolo 15.1) prevede una convergenza al piano digitale e stabilisce che il limite anti-trust del 20 per cento sia riferito al numero di reti digitali e programmi previsti dal piano. Il ministro, quindi, fa riferimento alla situazione prevista dal piano, quando descrive la moltiplicazione delle risorse che il digitale promette. La transizione analogico-digitale e la convergenza al piano divengono l'indispensabile passaggio per la realizzazione degli obiettivi (pluralismo e innovazione) della Legge Gasparri. Per questo, contro tutti i pareri tecnici, la data del 2006 per il termine forzato delle trasmissioni analogiche indicata dalla Legge 66/2001 non è stata modificata dalla Legge Gasparri.
La rivoluzione a metà
Esiste però uno scenario molto diverso da quello descritto dal ministro Gasparri: la transizione a metà.
Il digitale terrestre non si sostituisce all'analogico nel breve medio periodo, ma si somma e convive con quest'ultimo, fino alla "morte naturale" dell'analogico.
In questo caso, le reti analogiche Rai e Mediaset restano al loro posto, e vengono "aggiunti" pochi "multiplex" digitali, diciamo due Rai e due Mediaset, con aree di servizio limitate alle grandi città, quindi, a bassa copertura territoriale e alta copertura di popolazione.
Le frequenze necessarie per realizzare i "multiplex" vengono da un "mix" intelligente di frequenze proprie ridondanti e di frequenze acquisite o messe a disposizione da piccole emittenti coinvolte in "joint venture". Solo
Rai e MediasetHYPERLINK "http://www.dis.uniroma1.it/~sassano/Interventi/La_transizione_AD.html" \l "Rai_Mediaset", infatti, hanno la possibilità di progettare i nuovi "multiplex" in modo tale che l'acquisizione delle frequenze avvenga in accordo a un ben congegnato programma di ottimizzazione della copertura e di minimizzazione dei costi. Il valore delle frequenze acquisite è, inevitabilmente, determinato dal contributo marginale che esse danno all'estensione dei "multiplex" di Rai e Mediaset. Ovviamente, l'acquisizione delle frequenze viene ampiamente pubblicizzata, mentre l'uso delle proprie frequenze ridondanti viene tenuto in "secondo piano".Risultato: le reti analogiche con il loro inefficiente uso delle frequenze restano al loro posto e resta intatto il patrimonio che rappresentano (per i duopolisti) in termini di occupazione dello spettro. Il digitale si avvia a "macchia di leopardo", in aree di servizio non contigue, quindi, adatte alle trasmissioni di programmi (locali) diversi e alla sperimentazione dell'interattività.
Rai e Mediaset aumentano la loro occupazione dello spettro e avviano la sperimentazione digitale sui grandi mercati. I concessionari nazionali analogici senza frequenze restano tali. I piccoli e medi operatori regionali e locali restano nel limbo analogico in attesa che l'evoluzione della tecnologia e dei ricevitori provochi la progressiva scomparsa del loro pubblico. Nessuna rivoluzione tecnologica e nessun aumento del pluralismo.
Cosa dice la Legge Gasparri
La Rai è tenuta a realizzare due nuovi "multiplex" che coprano almeno il 50 per cento della popolazione per il 1 gennaio 2004 (Articolo 25 comma 1). Mediaset può realizzare due "multiplex" con le stesse caratteristiche (Articolo 23 comma 1). Rai e Mediaset ripetono su uno dei loro "multiplex" i programmi diffusi dalle reti analogiche (consentito dall'articolo 23 comma 1).
Tutti i programmi diffusi sui nuovi "multiplex" Rai e Mediaset sono considerati nazionali pur raggiungendo solo il 50 per cento della popolazione (Articolo 25 comma 7). I programmi nazionali passano da tredici (numero delle concessioni e autorizzazioni nazionali) ad almeno diciannove (Articolo 25 comma 7). Il 20 per cento di diciannove è maggiore di tre: Rai e Mediaset possono trasmettere tre programmi sulle reti analogiche e/o digitali. In effetti, il numero di programmi nazionali trasmessi da ciascun duopolista è sei (tre analogici e tre repliche sui "multiplex" digitali), ma le repliche non contano ai fini dei limiti antitrust (Articolo 25 comma 7).
Conclusione: dal 1 gennaio 2004, grazie all'aumento del numero di programmi trasmessi dai due duopolisti, il numero di programmi nazionali che ogni operatore può diffondere passa da due a tre e Rai e Mediaset rientrano, "ipso facto", nei limiti anti-trust.
Si tratterà, forse contro le stesse intenzioni del ministro, del primo esempio di problema di concentrazione monopolistica risolto rafforzando la posizione dei monopolisti.
Ma la sopravvivenza di Rete 4 nell'etere terrestre non è il maggior problema di questo scenario di transizione-non-transizione. Il vero problema, per il pluralismo e per il mercato, è che l'asimmetria nella distribuzione delle frequenze favorirà gli operatori dominanti nella fase di avvio delle trasmissioni digitali e non verrà ridotta, neanche parzialmente, negli anni successivi. Le frequenze analogiche resteranno nella disponibilità dei duopolisti che non avranno alcun interesse a smantellare le proprie reti analogiche per consentire la convergenza al piano digitale. Ci troveremo in presenza del caso da manuale che motiva la gestione diretta delle frequenze da parte di un "broadcaster": la possibilità di controllare lo sviluppo del mercato.
Così, la data del completo passaggio al digitale verrà decisa dai duopolisti, il piano digitale elaborato dall'Autorità non verrà mai applicato. I piccoli e medi "broadcaster" analogici verranno trattati come i naufraghi di un immenso naufragio e nel tempo "tirati a bordo" dai duopolisti in base all'utilità marginale delle frequenze a loro disposizione. Utilità marginale certamente decrescente al crescere della copertura digitale e certamente nulla nel momento in cui Rai e Mediaset giudicheranno profittevole trasformare una o due delle loro reti analogiche in molti, nuovi, "multiplex" digitali.
Per saperne di più
Antonio Sassano, "
Pro Memoria Digitale", 26 agosto 2003