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Ineguali opportunità per ineguali stranieri

di Giovanna Zincone 26.02.2007
Nell’Unione Europea si inaspriscono le differenze tra cittadini e stranieri residenti e tra stranieri di diversa “qualità”. Gli svantaggi riservati agli stranieri variano non solo a seconda delle categorie, ma anche nel tempo, in seguito a fenomeni come le pressioni dei flussi non programmati. Le frontiere (ri)diventano più selettive e si spostano e si spostano aggravando i disequilibri.

Nell’Unione Europea si inaspriscono le differenze tra cittadini e stranieri residenti e tra stranieri di diversa "qualità". Gli svantaggi riservati agli stranieri variano non solo a seconda delle categorie, ma anche nel tempo, in seguito a fenomeni come le pressioni dei flussi non programmati. Le frontiere (ri)diventano più selettive e si spostano e si spostano aggravando i disequilibri.
Il principio di uguale opportunità per tutti non vale neppure in linea teorica per gli stranieri. Lo status di cittadino vuole essere discriminatorio. Ai cittadini sono deliberatamente riservati diritti che i residenti stranieri non hanno. Ma la distribuzione degli svantaggi non è uniforme.
Discendenti di cittadini, alcune nazionalità considerate più affini o con le quali si sono instaurati particolari rapporti, lungo residenti, richiedenti asilo, parenti (in particolare figli e sposi di residenti), individui dotati di capitale finanziario o umano elevato godono spesso di trattamenti preferenziali.

Svantaggi e criteri di preferenza

I criteri di preferenza sono quindi l’identità (affinità, legami internazionali privilegiati, discendenti di nazionali), solidarietà (richiedenti asilo, rifugiati, familiari), l’utilità (investitori, proprietari, lavoratori altamente specializzati). Ma il peso dato alle componenti varia e le componenti possono ibridarsi.
Per esempio, fino alla riforma del 1992, gli stranieri di origine tedesca, avevano libero accesso sia al territorio che alla cittadinanza (identità). Ma, dopo il crollo del muro di Berlino, il loro peso sui conti pubblici ha suggerito di introdurre quote massime annue di ingresso e limiti all’immediato godimento dei diritti sociali (utilità). Non solo, la configurazione stessa della identità nazionale è cambiata. Buon tedesco è considerato solo chi "contribuisce al benessere nazionale": quindi l’identità ha finito per coincidere con l’utilità. I due concetti si collegano anche quando si tratta di cumulare benefici economici e di ordine pubblico: si presume che i più simili siano dotati di una formazione più idonea e meno rischiosi per l’ordine pubblico.
Per questo motivo, alcuni stati dell’Unione (Gran Bretagna, Irlanda, Svezia) non hanno applicato la moratoria ai cittadini dei paesi dell’est che sono entrati nell’UE con la prima ondata del 2004. Perciò - come è noto – cittadini dei nuovi stati membri, soprattutto polacchi hanno potuto immigrare e hanno potuto lavorare in Inghilterra; ma - aspetto meno noto .- hanno avuto un accesso limitato al welfare britannico ha dovuto attendere tre anni.
L’asse delle ineguali opportunità si sposta verso il polo dell’utilità. E nello stesso tempo le politiche dei permessi, dei rinnovi e della cittadinanza si dirigono verso un’identità non più etnica, ma alla francese, basata sulla condivisione di valori comuni e la conoscenza della lingua veicolare. La richiesta di seguire corsi di lingua e di educazione civica si diffonde nelle legislazioni europee. Le misure di integrazione culturale si rafforzano dopo l’11 settembre, da allora la linea neo-assimilazionista affianca quella neo-utilitarista. Questa analisi ingloba due osservazioni.

1) In primo luogo la discriminazione: lo svantaggio riservato agli stranieri varia non solo a seconda delle categorie, ma varia anche e molto nel tempo, in seguito alla pressione di problemi quali un eccessivo aumento di flussi non programmati (rifugiati, i regolari, ricongiungimenti familiari), un’espansione delle spese sociali, un inasprimento dei conflitti interetnici e interreligiosi, il terrorismo transnazionale.
2) In secondo luogo le frontiere non selezionano solo l’accesso al territorio, ma anche ai diritti. Questa seconda osservazione può suonare come un’ovvia traduzione della condizione di svantaggio dello straniero.

Diventa più interessante se ci consente di rilevare la sostituzione o il cumulo tra vari tipi di frontiere. Quando le frontiere interne dei diritti risultano troppo porose e la spesa sociale per gli immigrati troppo costosa, si chiudono o si rendono più selettive le frontiere esterne. Così ad esempio, la difficoltà di contenere i costi dei richiedenti asilo porta la Germania alla revisione costituzionale del 1992 che limita il diritto di asilo.
Le frontiere interne ed esterne oggi (ri)diventano più selettive a scapito di una generica solidarietà. Il sistema del punteggio assegnato a varie categorie di immigrati, ideato in Canada, si sta diffondendo con caratteri più severi anche in Europa. Prevede punti a favore di chi presenti un maggiore potenziale di utilità per il sistema economico ospitante: più capitali, più qualifiche, più istruzione, più conoscenza della lingua.
Le opportunità di immigrare e di avere accesso ad una residenza stabile tendono a decrescere man mano che diminuisce l’utilità presunta del potenziale migrante. E’ un meccanismo che avvantaggia gli avvantaggiati. Del resto appare difficile che le classi politiche dei paesi benestanti pressate da una severa competizione internazionale, da problemi di bilancio e da opinioni pubbliche restie a condividere i decrescenti benefici dello status di cittadino possano seguire vie diverse.

Le porte di ingresso alternativo e lo slittamento delle frontiere

Questo spinge migranti meno pregiati ad entrare dalla porta laterale dell’asilo o dalla porta di servizio dell’ingresso clandestino. Gli stati, che non riescono a controllare le porte secondarie delle frontiere esterne, alzano invece o contemporaneamente le frontiere interne dei diritti. Sperano in un effetto dissuasivo. Così, con la riforma del 1993, la Gran Bretagna ha limitato non solo il diritto di asilo all’ingresso, ma ha pure obbligato i rifugiati a disperdersi sul territorio ed ha sostituito le precedenti indennità in denaro con buoni per l’affitto e per la spesa alimentare.
L’asilo evidenzia un altro slittamento delle frontiere: quello da uno stato all’altro. Il criterio del paese terzo sicuro, la possibilità cioè di respingere i richiedenti asilo provenienti da altri paesi democratici, sposta i confini dell’asilo. Il crollo dei regimi comunisti, l’ingresso nell’Unione non ha portato solo vantaggi: i lavoratori polacchi entrano liberamente in Svezia, ma i profughi provenienti dalla Polonia sono rimandati indietro.
Lo stato italiano per un certo periodo ha respinto immigrati entrati clandestinamente collocandoli in campi di detenzione libici dove le condizioni di vita erano ancora più dure che nei CPT. Interrogatori e detenzioni di presunti terroristi vengono delocalizzati in paesi poco schizzinosi in termini di diritti umani. Le frontiere si spostano aggravando gli squilibri di opportunità. Forse è inevitabile. Il progetto di uguale opportunità per tutti non include gli stranieri, ma è presumibile che il modo di trattare gli stranieri oggi condizioni il trattamento delle minoranze di origine immigrata domani. Nei paesi di vecchia immigrazione il nodo è già venuto al pettine.

Per saperne di più:

Zincone G. (a cura di) "Familismo legale. Come (non) diventare italiani" Laterza 2006

Rinus Penninx, Maria Berger e Karen Kraal (a cura di), The Dynamics of
International Migration and Settlement in Europe. A State of the Art,
Amsterdam, Amsterdam University Press.