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Quando Tremonti ha ragione

di Luigi Pistaferri e Tullio Jappelli 18.09.2003
Diminuire le imposte è inutile perché un eventuale taglio non servirebbe a stimolare consumi e produzione, ma solo ad aumentare il risparmio. Lo dichiara il ministro dell’Economia citando a riprova delle sue affermazioni i risultati della Finanziaria, che pure ha ridotto alcune aliquote Irpef. È perfettamente vero. Le famiglie cercano di mantenere un livello di consumo stabile e reagiscono in modo diverso a variazioni di reddito percepite come temporanee o permanenti. Se gli italiani hanno continuato a risparmiare è perché hanno giudicato la riforma fiscale dello scorso anno poco credibile e certo non destinata a durare nel tempo.

Discutendo delle prospettive dell'economia in un dibattito con Mario Monti a Cernobbio, il ministro Giulio Tremonti ha affermato che in questo momento non vale la pena ridurre le imposte, perché le famiglie utilizzerebbero il maggior reddito disponibile per aumentare i loro risparmi, invece che stimolare la produzione aumentando il consumo.

La prova? Quest'anno la Legge finanziaria ha ridotto l'Irpef. Eppure, di aumento del consumo neanche l'ombra. Anzi, i dati diffusi recentemente dall'Istat mostrano che la domanda di consumo è sostanzialmente stagnante se confrontata a quella della seconda metà dello scorso anno e che per il secondo trimestre consecutivo il prodotto interno lordo del paese è diminuito.
Dunque, gli italiani sappiano che in futuro le imposte non verranno ridotte, non perché non ci sono risorse, ma perché è inutile. Tanto, gli italiani non spendono.

Le promesse e i fatti

A prima vista, la dichiarazione è sorprendente, perché viene proprio da parte di chi lo scorso anno aveva presentato la Legge finanziaria come un provvedimento di "rigore e di sviluppo". Dove l'elemento principale dello "sviluppo" era lo stimolo fiscale dovuto all'abbattimento delle aliquote Irpef per i redditi fino a 15mila euro (vedi Giannini-Guerra).
 E poi, non è lo stesso programma elettorale di Berlusconi che prometteva "meno tasse per tutti"?
A pensarci bene, tuttavia, per una volta Tremonti ha ragione. Siamo di fronte a una situazione che gli economisti conoscono bene. Le famiglie reagiscono in modo diverso a variazioni permanenti o temporanee dei redditi.

Uno sgravio fiscale permanente (destinato a durare nel tempo) viene in larga misura destinato al consumo, mentre uno sgravio temporaneo (destinato a durare poco o addirittura a essere annullato da provvedimenti futuri di segno contrario) viene per la maggior parte risparmiato (vedi Boeri). Il motivo è che le famiglie cercano di mantenere un livello di consumo stabile nel corso del tempo, e che il risparmio attutisce le variazioni del reddito da un mese all'altro o da un anno all'altro (1).

Chi programma i propri acquisti cerca di mantenere uno standard di vita stabile, piuttosto che alternare un mese di consumi elevati con un periodo di bassi consumi. Un aumento permanente del reddito consente un aumento del consumo in tutti i mesi dell'anno. Invece, un aumento temporaneo del reddito (ad esempio, a vincita al lotto) viene distribuito più o meno ugualmente in tutti i mesi dell'anno. Il che significa che se ne spende un poco ogni mese e che se ne risparmia la maggior parte nel momento in cui il reddito viene percepito.

Riforme fiscali temporanee e permanenti

L'esperienza storica delle riforme fiscali americane è il modo migliore per studiare come le famiglie rispondono a una variazione di reddito. Nel 1968, l'amministrazione Nixon decise di introdurre una sovrattassa sul reddito nella speranza di rallentare i consumi e contrastare l'aumento dei prezzi.

Nel 1975, invece, il Governo concesse un assegno una tantum a tutte le famiglie nella speranza di stimolare i consumi. Risultato? Nel 1968 il tasso di risparmio passò dal 7,5 per cento (nel trimestre prima della sovrattassa) al 6,6 per cento (nel trimestre successivo). I consumatori continuarono a spendere nonostante l'aumento delle imposte. Nel 1975, il tasso di risparmio passò invece dal 6,4 per cento al 9,7 per cento: solo una piccola parte dell'assegno fu quindi destinata al consumo. La riforma fiscale di Reagan del 1986 prevedeva invece una riduzione permanente delle imposte, e fu infatti seguita da una forte riduzione del tasso di risparmio delle famiglie.
Anche l'esperienza più recente insegna che quando si cerca di stimolare l'economia con uno sgravio fiscale, occorre tenere conto degli effetti dei provvedimenti sulle aspettative dei consumatori.

Nell'estate del 2001 le famiglie americane ricevettero un assegno compreso tra i 300 e i 600 dollari, come anticipo di una riduzione permanente dell'imposta sul reddito da realizzarsi dopo il 2002. Secondo uno studio di Shapiro e Slemrod, solo il 22 per cento delle famiglie ha deciso di destinare il maggior reddito al consumo; la grande maggioranza ha scelto invece di utilizzare l'assegno per aumentare il risparmio o ridurre i debiti (2). Anche in questo caso i consumatori hanno ritenuto che in futuro vi sarebbero stati provvedimenti fiscali di segno contrario, oppure non hanno creduto che si sia trattato di una variazione permanente delle imposte (3).

 

La credibilità della politica fiscale

Morale? Il modo con cui gli italiani hanno risposto alla riforma dell'Irpef del 2002 è una dimostrazione eloquente della scarsa credibilità delle promesse fiscali del Governo.

Gli italiani hanno risparmiato, invece che consumare, perché si sono resi conto che la riforma fiscale di Tremonti non è parte di un programma duraturo di riduzione del carico fiscale. Piuttosto, si tratta di un episodio destinato a durare poco, se non addirittura a essere annullato da un aumento futuro di imposte, dati i nostri vincoli di bilancio e l'andamento dei conti pubblici. Oppure, hanno ritenuto che la riforma dell'Irpef abbia effettivamente natura permanente, ma si sono accorti che è stata accompagnata da altri provvedimenti o annunci di segno contrario che ne annullano gli effetti (aumento delle imposte locali, taglio dei servizi sociali o aspettativa di riforme della previdenza).

L'obiettivo della riforma fiscale di Tremonti era quello di stimolare i consumi e la crescita subito, nel breve periodo. Tutti gli economisti sanno che quando si vuole utilizzare la leva fiscale per stimolare i consumi occorre proporre riforme credibili e durature. Dunque il ministro ha ragione: la riforma fiscale non ha aumentato il consumo. Aggiungiamo noi: perché la riforma non era credibile. Peccato che Tremonti lo abbia scoperto solo ora.

 

 

(1) "È da attendersi che tentativi di frenare (o stimolare) la domanda attraverso inasprimenti (o riduzioni) transitorie del carico fiscale sul reddito abbiano scarsi effetti sul consumo, e che invece deprimano (o incrementino) il risparmio perché il consumo dipende dalle risorse complessive disponibili durante la vita, le quali sono scarsamente intaccate da una variazione temporanea del carico fiscale (affermazione questa suffragata dall'evidenza empirica)". Franco Modigliani, Reddito, interesse , inflazione, pag. 212. Einaudi (1987).

(2) Si veda: http://www.econ.lsa.umich.edu/~shapiro/TaxRebates09Oct02.pdf

(3) Mentre la riforma fiscale del 1986 ebbe connotati bipartisan, quella di Bush è stata criticata dai democratici, da una parte dei repubblicani e da molti economisti, tra i quali Franco Modigliani e altri nove premi Nobel . In futuro un Governo democratico potrebbe quindi ridurre sostanzialmente la portata della riforma.