
La proposta di direttiva comunitaria sul risparmio è tornata al centro dell'attenzione dopo la minaccia da parte dell'Italia di non sottoscrivere l'accordo politico raggiunto all'Ecofin straordinario del 21 gennaio, se non in cambio di alcune contropartite (vedi l'intervento di Tito Boeri).
Quattro giorni dopo, con sorprendente ritardo data l'importanza della questione, il ministero dell'Economia, per voce del capo dipartimento per le Politiche fiscali, Andrea Manzitti, ha fornito motivazioni più nobili alla posizione assunta dall'Italia (il Sole 24ore, venerdì 11 marzo)
Vediamo di capire meglio i termini della questione e se giustificano o meno il comportamento del nostro Paese.
Una storia lunga e tormentata
La proposta di direttiva sul risparmio ha una storia lunga e tormentata. Una prima proposta, avanzata alla fine degli anni Ottanta (proprio prima della completa liberalizzazione valutaria), non ha avuto successo. Il tema è stato ripreso nell'ambito del cosiddetto "Pacchetto Monti" su cui, dopo molti anni di stasi, il Consiglio europeo ritrova l'unanimità nel dicembre 1997. Scopo del Pacchetto è combattere la concorrenza fiscale dannosa, cioè le riduzioni di imposta finalizzate a sottrarre base imponibile ai Paesi vicini, a cui si imputa il progressivo spostamento dell'onere fiscale dal capitale al lavoro. Il Pacchetto prevede l'approvazione congiunta, all'unanimità, di altre misure tra cui spiccano la direttiva sul risparmio e un codice di condotta per le società. Mentre quest'ultimo mira alla progressiva abolizione di regimi fiscali "preferenziali" che attirano attività produttive e base imponibile, la direttiva sul risparmio permette a ogni Stato della UE di tassare gli interessi che i suoi cittadini ottengono investendo all'estero. Attualmente questi sono per lo più esenti da imposta, per la mancanza di imposizione nel Paese dove sono prodotti e per le difficoltà di conoscerne l'esistenza, e quindi di tassarne i percettori in patria.
L'accordo politico raggiunto
Abbandonata l'ipotesi di un modello cosiddetto di "coesistenza", che affidi ai singoli stati la scelta fra l'applicazione di una ritenuta alla fonte sugli interessi (a cui si oppone categoricamente il Regno Unito) e lo scambio automatico di informazioni relative all'identità del percettore di interessi (che metterebbe in discussione il segreto bancario in Lussemburgo, Austria e Belgio), la Comunità si è orientata a favore dell'adozione generalizzata dello scambio automatico di informazioni.
Il Lussemburgo, il Belgio e l'Austria si sono allora riservati di aderire a tale scambio solo se lo accetteranno anche importanti Paesi extra-comunitari, in primo luogo, la Svizzera e gli Stati Uniti. La contrattazione con questi Paesi terzi si è presentata da subito molto complessa, con continui rinvii. Alla fine, nell'Ecofin del 21 gennaio 2003, si è giunti all'accordo politico, unanime. Prevede che Lussemburgo, Belgio e Austria si impegnino, così come fa la Svizzera, ad applicare una ritenuta minima del 15 per cento nei primi tre anni dall'entrata in vigore della direttiva (prevista per il 1° gennaio 2004), del 20 per cento dal 1° gennaio 2007 e del 35 per cento dal 1° gennaio 2010. Inizialmente prevista al termine di un periodo transitorio, l'adesione allo scambio automatico di informazioni da parte di questi tre Paesi è invece rimandata al raggiungimento di un analogo accordo con la Svizzera e gli altri Paesi terzi..
I rischi
Si tratta di un accordo insoddisfacente sotto molti aspetti.
Secondo Manzitti, l'accordo ostacolerebbe in particolare il lavoro dell'Ocse per rendere possibile un ampio ricorso allo scambio di informazioni – su richiesta di un Paese nei confronti di un altro - per contrastare illeciti fiscali e non. Favorirebbe inoltre i tre Paesi europei che difendono il segreto bancario.
Si tratta di rischi effettivi e l'Ocse non ha nascosto la propria preoccupazione. Si sperava infatti che la UE riuscisse a strappare qualcosa di più alla Svizzera e ai Paesi europei che tutelano il segreto bancario.
I vantaggi
Ma per comprendere la portata dell'accordo e valutare l'opportunità del comportamento dell'Italia va ricordato che:
1) l'accordo ha indotto i Paesi in questione ad accettare l'applicazione di una ritenuta più ampia di quella inizialmente prevista. Il risultato non è di poco conto: al momento infatti non si applica alcuna ritenuta, e le imposte così prelevate verranno retrocesse per il 75% del loro ammontare al Paese di residenza del percettore;
2) la Svizzera ha dato disponibilità ad accettare uno scambio di informazioni, su richiesta, nei casi di frode fiscale e similari. Si tratta ancora una volta di un progresso notevole: l'accesso all'informazione diventerebbe possibile non solo attraverso le vie giudiziarie (come già è) ma anche in via amministrativa;
3) in nessun momento della trattativa, iniziata nel 1997, Lussemburgo, Austria e Belgio hanno mostrato la ben che minima disponibilità ad accettare di aderire a uno scambio di informazioni a cui la Svizzera non partecipi. Non risulta che l'Italia abbia mai posto pregiudiziali su questo punto. L'accordo politico finalmente raggiunto il 21 gennaio è stato unanime, dunque sottoscritto anche dall'Italia. Dovrebbe essere definitivamente formalizzato prima del Consiglio europeo del 20 marzo: che senso ha avanzare una riserva generale ora?
4) ove si traducesse in un veto formale dell'Italia, tale riserva avrebbe la conseguenza di affondare non solo la proposta di direttiva sul risparmio, ma anche l'intero Pacchetto Monti e quindi il codice di condotta delle imprese. Con quali prospettive?
Un impegno dell'Italia
Sarebbe più positivo considerare l'accordo attuale solo una tappa di un processo più ambizioso. Alla vigilia della sua Presidenza UE, il nostro Paese potrebbe assumersi l'impegno preciso di promuovere la lotta all'evasione e alle frodi fiscali, e di potenziare lo scambio di informazioni a richiesta, in sintonia con le politiche condotte dall'Ocse.
La riserva avanzata dall'Italia non sembra purtroppo avere questa finalità.. Il sospetto che si sia pronti a barattare i grandi principi con la difesa di alcuni micro-interessi, sembra confermato anche dalla conclusione dell'articolo di Manzitti che recita: "Se, alla fine, l'Italia dovrà accettare questo "compromesso" non sarà certo uno scandalo che siano note le ragioni di una possibile obiezione e che, quanto meno, si cerchi di tutelare alcuni piccoli interessi "di casa"".