Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Fisco e televisione

di Massimo Bordignon 12.11.2002
In una recente trasmissione televisiva è stata discussa la riforma Irpef del Governo così come prevista nella Finanziaria ed in fase di prima attuazione nel 2003. .....

In una recente trasmissione televisiva è stata discussa la riforma Irpef del Governo così come prevista nella Finanziaria ed in fase di prima attuazione nel 2003. La riforma prevede per il prossimo anno sostanziali riduzioni soprattutto per ciò che concerne i primi scaglioni di reddito (Cfr. BOSI e BALDINI). A discuterne i capi delle tre principali confederazioni sindacali da un lato, e dall'altro il sottosegretario al Tesoro Baldassarri e il Ministro delle Attività Produttive, Marzano.

Durante la trasmissione tutti hanno dato per scontato che una maggiore progressività dell'Irpef e una maggiore equità sono sostanzialmente la stessa cosa. Inoltre sono state fatte le seguenti affermazioni:

I rappresentanti del Governo e i sindacati che hanno firmato il "patto per l'Italia" (cfr. BOERI) insistono sugli effetti equitativi della riforma nel 2003.

Il rappresentante della CGIL ribatte negando l'aspetto di novità della riforma e spostando il discorso sulla riduzione della progressività che la riforma a due aliquote del ministro Tremonti avrà a regime.

I rappresentanti del Governo negano questi effetti e insistono sul fatto che la progressività verrà mantenuta dalle deduzioni sul reddito.

Inoltre, i ministri sostengono che la combinazione aliquote basse / deduzioni più alte darà minori incentivi all'evasione.

Che cosa si può pensare di queste affermazioni? Che cosa dovrebbe sapere un cittadino?

La progressività dell'Irpef

Tutta la discussione sulla progressività dell'Irpef e i suoi effetti sulla distribuzione del benessere, accettata come comune terreno di scontro da parte di sindacalisti e politici, poggia su argomentazioni in buona parte sbagliate indipendentemente da qualunque considerazione sugli effetti che modifiche delle aliquote o della base imponibile dell'Irpef possano avere sui comportamenti dei contribuenti, cioè sugli incentivi a lavorare, risparmiare, consumare o a evadere.

La ragione è che, nonostante il nome, l'Irpef non è, ne è mai stata, una comprehensive income tax, nella cui base imponibile cioè rientrano tutti i redditi ricevuti da un contribuente, comprensivi di guadagni in conto capitale e entrate straordinarie. Nei fatti, (ma così come succede un po' in tutto il mondo) nell'imposta sui redditi delle persone fisiche italiana entrano solo alcuni redditi (quelli da lavoro) e non altri; quasi tutti i redditi da capitale, concentrati tra gli individui più benestanti, sono infatti soggetti a tassazione separata, generalmente ad aliquote più favorevoli di quella media Irpef. Inoltre, una parte considerevole dei redditi da lavoro che rientrano nell'Irpef ( i redditi agricoli e gran parte di quelli provenienti dal lavoro autonomo) sono in realtà "catastalizzati"; cioè, sono determinati, de facto o de jure, alla luce di parametri che hanno poco a che fare con il "reddito vero" e che sono spesso assai vantaggiosi per i contribuenti. Questo spiega perché i redditi da lavoro dipendente costituiscano circa l'80% del gettito dell'Irpef, mentre siano molto inferiori in termini di contabilità nazionale sul totale dei redditi.

Conclusione: discutere di modifiche nella progressività dell'Irpef significa principalmente discutere di modifiche nella distribuzione del carico tributario tra i percettori di redditi da lavoro dipendente. Nessun problema nel farlo, naturalmente: è però utile che i cittadini lo sappiano.

La base di imposizione dell'Irpef

C'è un secondo problema nell'equazione "progressività dell'Irpef uguale più giustizia nella distribuzione del carico tributario". Per ragioni storiche e culturali, tra l'altro apprezzabili anche sul piano economico in quanto disincentivano l'offerta di lavoro del coniuge debole (tipicamente, la donna), in Italia l'unità di imposizione fiscale per l'Irpef è l'individuo. Ossia al singolo individuo sono attribuite tutte le somme per determinare il complesso dei redditi su cui applicare le aliquote dell'Irpef corrispondenti, con poche deduzioni e detrazioni per tenere conto della situazione familiare del contribuente.

Tuttavia, l'unità fondamentale di riferimento per le decisioni economiche è la famiglia; e in una famiglia, spesso anche come risultato di una precisa divisione di compiti tra i membri, ci sono spesso componenti che guadagnano molti redditi e altri pochi. Dunque, una riforma fiscale che avvantaggi gli scaglioni più bassi di reddito, avvantaggia anche i contribuenti poveri di famiglie ricche. Di conseguenza, è possibile che una riforma indirizzata agli individui più poveri finisca in realtà per avvantaggiare di più le famiglie con redditi mediani, se esistono molte famiglie in cui ci sono sia contribuenti con basso e alto reddito (BOSI E BALDINI).

Irpef e povertà

Infine, c'è un ulteriore problema nell'equazione "progressività Irpef uguale più giustizia". Ridurre le imposte sui contribuenti più poveri è sicuramente uno dei modi possibili per farli star meglio, però è necessario che i poveri prima paghino le tasse, invece in Italia molti di essi non pagano le tasse sui redditi per la semplice ragione che non hanno redditi o non ne hanno in misura sufficiente. Oppure, anche se le pagano la quota è così bassa, che una riduzione delle imposte, una volta superato il loro debito d'imposta, diventa inefficace, a meno che la riduzione d'imposta non si trasformi in un sussidio monetario, cosa tuttavia non prevista dalla riforma (BOERI).

 

Deduzioni e progressività dell'Irpef

Matematicamente, tutto quello che si può raggiungere in termini di progressività attraverso aliquote marginali crescenti e deduzioni costanti, si può raggiungere anche attraverso deduzioni dal reddito decrescenti e aliquote costanti. Da un punto di vista pratico, è però difficile dire quale sistema sia migliore in termini di oneri per il contribuente o di capacità di controllo da parte del fisco. In particolare, è insensato dire che aliquote crescenti stimolino l'evasione, mentre deduzioni decrescenti no. C'è comunque un incentivo a dichiarare un reddito inferiore a quello vero e questo può avvenire con un sistema come con l'altro. Infine, se è chiaro che i due sistemi possono essere costruiti in modo da essere equivalenti, è altrettanto evidente che se ad una certa soglia di reddito in poi le deduzioni scompaiono (mentre le aliquote rimangono costanti), per i contribuenti con redditi sopra la soglia gli effetti della progressività scompaiono del tutto. Questo è esattamente ciò che è previsto nel caso della riforma Tremonti.