
Il federalismo fiscale ha essenzialmente due ragioni d'essere. In primo luogo, consente una migliore rappresentanza delle preferenze locali rispetto ad un sistema centralizzato. Un comune o una regione con molti anziani e pochi giovani può ben aver bisogni differenziati di un comune o una regione con molti giovani e pochi anziani. Per una serie di ragioni, politiche, amministrative e informative, azioni decise dal centro difficilmente riescono a raggiungere un livello adeguato di differenziazione dei servizi sul territorio. Per questo, fatti salve alcune esigenze di uniformità sui servizi essenziali e alcuni grandi servizi che presentano esternalità rilevanti, è bene che le politiche siano scelte il più possibile a livello locale.
Una seconda ragione d'essere è che il decentramento permette un maggior controllo da parte dei cittadini sul comportamento dei politici e degli amministratori locali. Ma perché questo sia possibile è necessario che due condizioni siano soddisfatte. In primo luogo, il bilancio locale deve essere rigido; se i politici locali possono scaricare senza costi le proprie inefficienze sullo stato centrale o sulle altre collettività tramite accresciuti trasferimenti o ripiani di debito, lo faranno e il decentramento si risolverà soltanto in maggiore spesa e maggiori inefficienze. In secondo luogo, è necessario che politici e cittadini locali interiorizzino il costo dell'offerta dei servizi, cioè che al margine i servizi locali siano finanziati il più possibile con imposte proprie –dove cioè gli enti locali abbiano almeno facoltà di scelta dell'aliquota --e tariffe.
Da questo punto di vista, le compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, proposte dal governo per il 2004, non sono una soluzione efficace e spiace sentire un economista come Baldassari (vedi opinione di Bordignon), che queste cose le sa benissimo, esprimersi altrimenti. Le compartecipazioni rappresentano un potenziale vantaggio, perché riducono la discrezionalità insita nei trasferimenti erariali e responsabilizzano gli enti locali rispetto alle proprie basi imponibili. Ma non offrono le stesse potenzialità dei tributi propri né in termini di visibilità né in termini di flessibilità, e possono anzi creare problemi di stabilità, rendendo per altra via "soffice" il vincolo di bilancio locale. Per esempio, una modifica nella definizione della base imponibile o delle aliquote di un tributo erariale (per esempio, l'Irpef) può modificare le entrate di un ente che partecipi al gettito di questo tributo senza che questo ne abbia la minima responsabilità o la minima capacità di intervenire. Per inciso, questo è esattamente quello che succederà con la riforma dell'Irpef voluta dal governo. I circa 7.5 milioni di euro di riduzione dell'Irpef previsti per il 2003 saranno pagati al 4.5% dai comuni, dallo 0.9% dalle regioni a statuto ordinario, per una cifra oscillante dal 60 al 90% dalle regioni a statuto speciale (sull'Irpef riscossa sul loro territorio) e così via. La riduzione dell'Irap sarà invece pagata interamente dalle regioni, dato che l'Irap è un tributo proprio regionale, il cui gettito viene da queste interamente incamerato.
Che poi i politici locali amino particolarmente le compartecipazioni è ovvio, perché queste li scaricano dalla responsabilità politica di modificare le imposte: ma è esattamente quello che non vorremmo che facessero. Naturalmente, poi, non tutti i tributi sono adatti a diventare tributi locali. Tributi la cui base imponibile sia particolarmente mobile, o che non abbiano una convincente definizione locale, o che siano fortemente sperequati sul territorio non sono adatti a diventare tributi locali. I limiti che queste caratteristiche impongono al prelievo locale, spiegano perché sia necessario mantenere una quota consistente delle entrate locali sottoforma di trasferimenti o compartecipazioni, che consentono anche di perequare le risorse tra le regioni. Ma ciò non toglie che una quota consistente non possa essere costituita da tributi propri, come del resto avviene in tutti i paesi federali e come è espressamente previsto nella nuova Costituzione.