
Il decreto legge varato dal governo venerdì scorso (d.l. 209) ha provocato una forte polemica tra Confindustria e governo. Chi ha ragione? E' vero che il sistema delle imprese italiane subirà un forte aggravio di tassazione, che le danneggia seriamente? Sono state davvero disattese e contraddette le promesse di sgravi fiscali, da sempre punto centrale della piattaforma programmatica dell'attuale maggioranza? E' vero che i contenuti del Patto per l'Italia sono stati vanificati in anticipo, acquisendo oggi con l'allargamento della base imponibile molto più di quanto verrà restituito in finanziaria con il calo dell'aliquota Irpeg? Oppure ha ragione il governo: il provvedimento è una misura equilibrata ed equa, volta ad eliminare ingiustificati privilegi per pochi, conseguenza delle scelte dei precedenti governi, e la protesta di Confindustria è più di facciata che di sostanza, motivata dalla necessità "istituzionale" di difendere gli interessi degli associati (in particolare, di alcuni grandi)?
Lo smantellamento della Dual income tax (Dit)
Il decreto aumenta il prelievo a carico delle imprese riducendo i vantaggi della Dit. Come spiega Guerra, in un commento di agosto, la Dit non è un'agevolazione alle grandi società, a cui imputare la caduta del gettito dell'Irpeg, ma è un sistema di tassazione generalizzato a tutte le tipologie di impresa, volto a ridurre la penalizzazione fiscale del ricorso al capitale proprio rispetto all'indebitamento, rendendo quindi il sistema più neutrale. A tale scopo, una quota del reddito di impresa, commisurata agli incrementi di capitale, è assoggettata all'aliquota del 19%, invece della normale aliquota Irpeg del 36%. Il decreto riduce di circa 2/3 la quota di reddito assoggettabile all'aliquota agevolata. Praticamente è come se questa aliquota aumentasse dal 19% al 30% circa (vedi segnalazione di Giannini).
In termini di gettito, l'effetto è notevole e sembra essere superiore a quanto stimato dalla relazione tecnica al decreto. Basti pensare che nella nota tecnica allegata ai provvedimenti dei cento giorni dello scorso anno, il governo indicava il "costo" complessivo della Dit in circa 3.800 miliardi di lire di minor gettito (di cui 450 per le imprese individuali e le società di persone): una cifra certo non piccola, che sarà ora in larga parte recuperata. Limitatamente alle società di capitali, i soggetti interessati dovrebbero superare le 200 mila unità (su un universo di circa 600 mila soggetti) posto che uno studio del Secit indicava, per il 1999, quasi 150 mila beneficiari. E' da notare, infatti, che la Dit esplica i suoi effetti in modo cumulato, anno dopo anno, e che nel 2000 la sua appetibilità è aumentata per effetto sia del metodo di calcolo della base agevolabile, sia dell'inclusione delle rivalutazioni dei cespiti. Con questi numeri appare difficile sostenere che la Dit fosse un'agevolazione per pochi.
A compensare l'onere dell'intervento sulla Dit, dovrebbe andare la riduzione dell'aliquota Irpeg, dal 35%, previsto per il 2003 dalla normativa in vigore, al 34%. Anche tenendo conto di questo beneficio, atteso con la legge finanziaria, il saldo netto per le imprese è però incerto, e per molte si tradurrà in un aggravio. Saranno solo le grandi imprese a pagare il conto? Sicuramente molte grandi imprese saranno chiamate a pagare cifre elevate. Va ricordato, peraltro, che la gran parte del gettito Irpeg proviene da poche grandi società. Ma alcune grandi imprese potrebbero anche pagare meno, così come molte piccole e medie imprese potrebbero pagare di più. Tutto dipende dai profitti complessivi dell'impresa e da quanto essa si è finanziata con capitale proprio o con debito tra il 1997 e il giugno 2001 (vedi sempre segnalazione di Giannini).
Gli altri interventi
Per tornare ai contenuti, il decreto legge limita la deducibilità delle minusvalenze su partecipazioni, attribuendo a ciò una valenza anti-elusiva soprattutto in riferimento alle partecipate estere e alle ipotesi di precedente distribuzione di utili e/o riserve. Ma al di là di eventuali "abusi", la svalutazione delle partecipazioni costituisce, nell'attuale sistema, un metodo per compensare le perdite con gli utili nell'ambito dei gruppi di società, supplendo alla mancanza di un sistema di tassazione consolidata. Anche in questo caso, il provvedimento anticipa una parte dell'annunciata riforma, quella che aggrava il carico fiscale, mentre omette di introdurre il previsto correttivo del consolidato di gruppo.
Che dire, infine, dei limiti posti alla deducibilità degli accantonamenti a riserva da parte delle assicurazioni, che non potranno superare il 98 per cento della media del triennio precedente? Un provvedimento estemporaneo, che non interviene strutturalmente sulla determinazione dell'utile delle imprese di assicurazione e le colpisce, tra l'altro in modo sperequato tra di loro, in un momento in cui, su pressioni dell'Isvap, il settore sta aumentando gli accantonamenti a riserva per migliorare la propria stabilità finanziaria.
La logica del provvedimento
La logica complessiva del provvedimento sta tutta nella assoluta necessità di reperire gettito, già a partire dall'anno in corso: tutte le imprese ridetermineranno la seconda rata dell'acconto Irpeg di novembre sulla base dei nuovi criteri. Si sono anticipate solo alcune norme della riforma fiscale, mettendo le "mani in tasca" soprattutto ai contribuenti più grandi. Ma così facendo si è reso il sistema incoerente e più complicato, e si è alimentata l'incertezza di tutte le imprese sui tempi della riforma. Si sono vanificate le promesse di "sgravi sostanziali" ribadite anche recentemente, nel DPEF di luglio (vedi Giannini-Guerra). Si sono modificate le norme già in vigore per l'anno in corso, violando lo spirito, se non la lettera, delle disposizioni dello statuto del contribuente e il principio di non retroattività, solennemente sancito nella delega sulla riforma fiscale. Il motivo? E' semplice: il governo si è reso conto che rischia seriamente di chiudere il 2002 con un rapporto debito/Pil in crescita, per la prima volta dal 1994, e con un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni che travalica il 3 per cento del PIL.