
Il taglio dell'Ici, deciso unilateralmente dallo Stato, è assai poco coerente con l'obiettivo di rafforzare l'autonomia tributaria degli enti territoriali. Ma la questione è più generale e riguarda l'incompleta transizione dell'ordinamento italiano verso assetti autenticamente federali, anche in materia fiscale. Occorre attuare quanto prima un compiuto federalismo fiscale, che assegni a ciascun livello di governo una competenza esclusiva in ordine alla disciplina e alla gestione dei propri tributi.
La decisione del governo di tagliare parzialmente l’Ici a partire dal 2008 ha suscitato discussioni e polemiche che sono talora arrivate a sfiorare anche il tema, sempre troppo trascurato nel nostro paese, del cosiddetto federalismo fiscale. La questione è destinata a tornare d’attualità, con i sindaci pronti a dare battaglia, per cui può essere utile chiarirne brevemente i termini, che riguardano direttamente il nostro diritto (e assetto) costituzionale. (1)
Il no dei sindaci
Le obiezioni sollevate dai rappresentanti dei comuni hanno lamentato la scarsa coerenza dell’intervento con i principi che dovrebbero governare una sana "convivenza fiscale" fra i diversi livelli di governo di un ordinamento decentrato quale quello italiano (aspira ad essere).
Secondo questa impostazione, ridurre l’Ici in modo diretto, attraverso la previsione di un’ulteriore detrazione per gli immobili adibiti a prima abitazione (a prescindere da qualsiasi considerazione sull’efficacia redistributiva dell’intervento) comporta un’inaccettabile intrusione dello Stato nella gestione di un tributo di titolarità comunale.
Meglio sarebbe stato, pertanto, agire sull’Irpef, consentendo ai contribuenti di portare in detrazione in sede di dichiarazione dei redditi quanto pagato a titolo di Ici, in tutto o in parte.
Chi ha ragione?
Si tratta di argomentazioni solo in parte corrette.
Da un lato, infatti, la Corte costituzionale ha da tempo chiarito che tributi come l’Ici, ma analogo discorso vale ad esempio per l’Irap, malgrado siano stati espressamente qualificati dal legislatore come comunali o regionali, sono davvero tali solo dal punto di vista della titolarità del relativo gettito, mentre la competenza a dettarne (e, quindi, eventualmente a modificarne) la disciplina continua a spettare prevalentemente allo Stato. (2) Dall’altro lato, neppure tagliare l’Ici consentendo di detrarne gli oneri in sede di dichiarazione Irpef è una soluzione coerente con i principi del federalismo fiscale, che presuppongo un tendenziale divieto di interferenza fra le decisioni fiscali assunte dai diversi livelli di governo.
Lo stesso disegno di legge delega di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione recentemente predisposto dal governo (3) impone, all’articolo 3, la "previsione, in ogni caso, della impossibilità di dedurre gli oneri fiscali tra tributi, anche se appartenenti a diverse categorie, i cui proventi non siano devoluti al medesimo livello di governo". Anche se poi ammette, un po’ contraddittoriamente, la "possibilità comunque, di neutralizzare gli effetti finanziari della deducibilità rispetto ai diversi livelli di governo".
Certamente con ciò non si vuole sostenere che la soluzione prescelta dal governo (compensazione del minor gettito Ici con un meccanismo di trasferimenti statali) sia ottimale e preferibile. Al contrario, presenta profili di incostituzionalità ancora più evidenti. In effetti, il vigente articolo 119 non contempla fra le fonti di finanziamento degli enti territoriali sub-statali trasferimenti statali diversi da quelli perequativi, e sulla medesima lunghezza d’onda è sintonizzato anche il già richiamato disegno di legge attuativo. La stessa giurisprudenza costituzionale, del resto, ha bensì ammesso, almeno in questa (lunga) fase transitoria, interventi statali sui tributi locali, fermo restando, tuttavia, un assoluto divieto di procedere in senso inverso a quanto oggi prescritto dall’articolo 119, "sopprimendo semplicemente, senza sostituirli, gli spazi di autonomia già riconosciuti dalle leggi statali in vigore agli enti locali, ovvero configurando un sistema finanziario complessivo che contraddica i principi del medesimo articolo 119".
Si tratterebbe, inoltre, di una manovra tutt’altro che neutra per i comuni, non solo per il rischio, da taluno già paventato e tutt’altro che remoto, di ritardi nelle relative erogazioni da parte dello Stato, con conseguenti disallineamenti fra competenza e cassa, ma soprattutto perché comporterebbe inevitabilmente una consistente riduzione della manovrabilità e della flessibilità dei rispettivi bilanci.
Che cosa è "federale"?
La verità è che, come sottolineato anche dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nel corso della sua audizione sulla Finanziaria 2008, una misura come il taglio dell’Ici, se decisa in via unilaterale dallo Stato, è comunque assai poco coerente con l’obiettivo, più volte ribadito dall’attuale governo, di rafforzare l’autonomia tributaria degli enti territoriali.
Ma la questione è più generale e riguarda l’incompleta transizione dell’ordinamento italiano verso assetti autenticamente federali, anche in materia fiscale.
Occorre, in altre parole, attuare quanto prima un sano e compiuto federalismo fiscale, che assegni a ciascun livello di governo una competenza (tendenzialmente) esclusiva in ordine alla disciplina e alla gestione dei propri tributi.
(1) Vedi il parere dell’Anci sul disegno di Legge finanziaria 2008, consultabile all’indirizzo web http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Disegno%20di%20legge%20finanziaria%202008.doc.
(2) Vedi la sentenza n. 37/2004.
(3) Si tratta del testo approvato in via definitiva dal governo in data 3 agosto 2007. Esso, invero, al momento non è ancora stato presentato al Parlamento.