
Negli ultimi mesi una serie di scandali finanziari ha determinato forti cali degli indici di borsa e un aumento dell'instabilità dei mercati. I dubbi sull'affidabilità dei conti societari e delle raccomandazioni degli analisti finanziari hanno accresciuto la percezione del rischio da parte degli investitori e ridotto la loro disponibilità a detenere azioni. Sulla stampa vari commentatori hanno visto in questi scandali e nella conseguente perdita di fiducia le prime avvisaglie di una crisi strutturale del "modello anglosassone". In questo modello, il mercato azionario ha un ruolo centrale sia nel finanziare le imprese che nell'orientarne le scelte, e ormai anche nello spronare i manager, le cui remunerazioni sono legate all'andamento delle società. Gli scandali finanziari quindi incrinano il perno stesso del sistema, cioè il mercato, privandolo della bussola di bilanci aziendali affidabili.
Esiste però anche la possibilità che i meccanismi che hanno innescato le frodi contabili siano rimossi o modificati. In questo scenario, la crisi diverrebbe l'occasione per una salutare correzione di rotta, tale da restituire ai mercati azionari la capacità di attrarre il risparmio e d'incanalarlo verso gli investimenti più redditizi.
Quale dei due scenari si verificherà? Ciò dipende in buona misura da come il mondo della politica e degli affari reagirà a questi sviluppi.
Scenario 1: crisi strutturale
In mancanza di una risposta adeguata, l'effetto probabile è quello di una crisi molto profonda e duratura, non solo negli Stati Uniti ma forse ancor più in Europa dove l'equity culture - la "cultura delle azioni" - è ancora giovane e poco radicata. Milioni di persone che si sono avvicinate all'investimento azionario con le privatizzazioni, vedendo i propri investimenti deprezzarsi, si allontaneranno dal mercato. Di conseguenza, sarà difficile che i mercati possano assorbire altre azioni di società pubbliche; il blocco delle privatizzazioni determinerà l'arresto di un flusso finora importante di offerta di nuove azioni. Anche la quotazione di nuove società private incontrerà difficoltà crescenti, facendo venire meno un altro importante canale di alimentazione della Borsa.
In questo scenario, chi critica il passaggio a un sistema previdenziale basato sui fondi pensione avrà buon gioco a evidenziare i rischi del mercato azionario, che porrebbe a repentaglio le pensioni future. I politici si lasceranno facilmente convincere che le pensioni sono cosa troppo seria per lasciarla nelle mani di contabili, analisti e dirigenti d'azienda corrotti e collusi. Più in generale, vi sarà il rischio che le politiche orientate allo sviluppo dei mercati siano abbandonate e che si assista a un rinnovato intervento statale nell'economia.
Scenario 2: correzione di rotta
Lo scenario opposto è quello in cui la crisi attuale fornisce l'opportunità per correggere gli errori passati. Gli anni ottanta e novanta hanno accresciuto la componente azionaria della remunerazione dei manager, soprattutto negli Stati Uniti, per spronarli a migliorare la conduzione delle loro società. L'idea in sé non è sbagliata, ma ora ci stiamo rendendo conto che su questa strada ci si è spinti troppo in avanti, soprattutto nelle società americane. Tentati dalle enormi somme che potevano incassare se le azioni della loro società si fossero apprezzate, alcuni dirigenti hanno manipolato i bilanci aziendali, allo stesso modo in cui i campioni si "dopano" pur di aggiudicarsi gli enormi guadagni collegati alle loro vittorie sportive.
Questo ci insegna una lezione semplice ma importante: gli incentivi sono un meccanismo delicato e usarli troppo può essere altrettanto dannoso che usarli troppo poco. Inoltre, ciò indica che è importante il modo in cui gli incentivi vengono erogati. Se i bonus legati all'andamento dei prezzi azionari fossero liquidati solo dopo alcuni anni, e venissero azzerati se nel frattempo la società fallisse, i dirigenti potrebbero esser distolti da loschi accordi e trucchi contabili.
Una ragione per cui gli incentivi sono stati male utilizzati è che spesso i dirigenti stessi hanno avuto parte rilevante nel disegnarne la struttura, soprattutto nelle società americane. Ciò indica la necessità di ricondurre queste decisioni sotto il controllo degli azionisti, e ci ricorda anche un'altra verità elementare, cioè che un sistema di pesi e contrappesi è utile per evitare collusioni e conflitti di interesse.
Se queste semplici verità saranno riconosciute, le società si doteranno di dirigenti indipendenti (che cioè non rispondono al gruppo di controllo), e faranno in modo che essi incidano sulle proprie decisioni, e soprattutto in quelle che riguardano il sistema di remunerazione dei managers. Allo stesso modo, l'indipendenza delle società di revisione contabile nei confronti delle società clienti dovrà essere rafforzata, ad esempio stabilendo una durata massima dei contratti, prevedendo revisori multipli e non consentendo alle società di revisione di offrire servizi di consulenza ai loro clienti.
Buona parte di queste correzioni sono alla portata delle stesse società, ma alcuni cambiamenti richiedono interventi legislativi, soprattutto per assicurare la veridicità dei bilanci presentati dalle società agli investitori.
Quando le carote sono difficili da usare, può essere utile passare al bastone. La sanzione penale delle frodi societarie e delle manipolazioni contabili è importante per promuovere comportamenti corretti. Di recente, la borsa statunitense ha mostrato il proprio apprezzamento per queste misure. I governi e i parlamenti europei non dovrebbero esitare a seguire la stessa strada, perché il problema delle manipolazioni contabili e delle potenziali collusioni tra revisori, analisti e società esiste anche in Europa. Tuttavia l'anno scorso il governo italiano ha riclassificato il falso in bilancio come illecito amministrativo piuttosto che penale, e ne ha reso molto più difficile il perseguimento, muovendosi in direzione esattamente opposta a quella ora indicata.