
L'emendamento Tabacci alla Finanziaria sulle riserve ufficiali della Banca d'Italia è stato ritenuto inammissibile dal Presidente della Camera Casini. Questa decisione, condivisibile nel merito, non deve tuttavia impedire che si avvii un dibattito sul ruolo della Banca d'Italia e sul miglior utilizzo delle riserve "in eccesso" nell'era dell'UME.
Cosa sono e a che servono le riserve ufficiali?
Le riserve ufficiali detenute dalle banche centrali consistono di mezzi di pagamento universalmente accettati, prevalentemente dollari e oro, a cui si può ricorrere per finanziare l'importazione di beni essenziali in caso di crisi o per intervenire sul mercato dei cambi a sostegno della propria valuta. Con l'avvento dell'UME solo la Banca Centrale Europea (BCE) può intervenire sul mercato dei cambi. Le banche centrali nazionali (BCN) dei paesi membri hanno conferito una parte delle proprie riserve alla BCE, e gestiscono ancora direttamente il resto. Le riserve della Banca d'Italia sono di un ammontare comparabile a quello delle banche centrali francese e tedesca (in proporzione al PIL, il totale e la componente in titoli ammontavano a fine agosto 2002 rispettivamente a poco più del 4 e a circa l'1,5 per cento).
Perché le banche centrali nazionali dei paesi UME detengono riserve?
Le riserve gestite direttamente dalle BCN sono in linea di principio solo "munizioni" addizionali cui può far ricorso la BCE in caso di necessità. Di fatto, esse svolgono altre due funzioni essenziali, anche se difficilmente traducibili in numeri. La prima è quella di costituire una scorta precauzionale a fronte del rischio di fallimento del progetto della moneta unica. La seconda è quella di "tesoretto" cui potrebbe attingere una BCN, previo consenso della stessa BCE, per ottenere risorse in euro da utilizzare per operazioni di prestito di ultima istanza a banche in crisi di liquidità, visto che non è previsto che lo faccia la BCE.
Se si esclude il rischio di fallimento dell'UME, le riserve sono eccessive. L'Italia non deve più disporre di marchi, franchi ecc. per pagare le importazioni da quei paesi, visto che l'euro è la moneta legale all'interno dell'UME. Se questa componente della domanda di riserve si è ridotta, e tenuto conto delle riserve conferite alla BCE, perché allora non si dovrebbero corrispondentemente diminuire le riserve gestite dalle BCN, destinandone la parte eccedente ad altre finalità?
Gli intenti alla base dell'emendamento Tabacci potevano essere quelli di affrontare legittimamente questo problema, ma la sua formulazione era impropria.
L'emendamento Tabacci
L'emendamento prevedeva che entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge il ministero dell'Economia e la Banca d'Italia individuassero la quota delle riserve eccedente rispetto alle esigenze dei compiti nell'ambito dell'UME e degli ulteriori compiti di rilevanza interna. Queste riserve "ridondanti" si sarebbero dovute utilizzare per ridurre il debito pubblico. Per evitare turbolenze sul mercato dell'oro, è plausibile che ci si sarebbe limitati alla sola componente investita in titoli.
La logica sottostante sembra quella di assimilare il patrimonio della Banca d'Italia a quello dello Stato e di utilizzarlo, così come si vorrebbe accadesse con lo strumento di Infrastrutture SpA e di Patrimonio dello Stato SpA, vendendo sul mercato attività opportunamente "valorizzate" per ridurre il debito pubblico. Gli aspetti formali connessi allo statuto delle banche centrali nell'UME erano sufficienti a rendere inammissibile l'emendamento, che tuttavia era criticabile anche in vari aspetti di merito:
1. Ridurre debito vendendo attività è conveniente se queste ultime rendono meno di quanto costi il primo. Nel caso specifico, ciò sarebbe giustificato se si documentassero competenze inadeguate nella gestione dei titoli in valuta estera della Banca d'Italia. Ma in prima approssimazione, trascurando variazioni in conto capitale, il rendimento medio nel 2001, pari al 5,9%, sui titoli in valuta - per più di quattro quinti in dollari e poco meno di un quinto in yen - è stato superiore al costo medio del debito pubblico, pari al 5,7%. Si potrebbe argomentare che comunque il contribuente non beneficia di questi profitti. Così non è, tuttavia, perché l'istituto paga, come ogni altra impresa, le imposte sui suoi utili, essendo anzi uno dei maggiori contribuenti (nel 2001, 783 milioni di euro).
2. Il Trattato di Maastricht ha affidato all'Eurosistema - BCN e BCE, tutte per statuto indipendenti dai governi - il mandato di determinare la politica monetaria. Le decisioni sono assunte dal Consiglio direttivo, costituito dai governatori delle 12 BCN e dal comitato esecutivo della BCE. Sarebbe dunque singolare che il governatore della Banca d'Italia potesse determinare assieme al Ministero dell'Economia (organo escluso dal processo decisionale sulla politica monetaria) la componente delle riserve ridondante rispetto alle esigenze dell'UME.
3. Il costo del debito pubblico italiano (dati di fine ottobre 2002) tocca il massimo tra i paesi UME ed è superiore di 2 decimi di punto rispetto a quello della Germania, nonostante la comune denominazione in euro, perché incorpora un premio per il rischio paese motivato dall'elevato rapporto debito pubblico/PIL. Una decisione unilaterale sul destinare riserve della propria banca centrale a riduzione del debito, con un beneficio di per sé limitato - al massimo stimabile in circa un punto del PIL - darebbe un segnale di "raschiatura del barile" ai mercati. La conseguenza potrebbe essere quella di un aumento del premio paese, con conseguente rialzo dei tassi (si noti che lo spread attuale già implica un costo addizionale pari a più di 2 decimi di punto del PIL), vanificando i benefici sperati.
In conclusione
L'emendamento Tabacci sembra essere un indizio, tanto più preoccupante data l'autorevolezza del proponente, della propensione di una parte del ceto politico di fronteggiare la crisi dei conti pubblici cercando di forzare con iniziative unilaterali le attuali regole del gioco dell'UME. Ciò non toglie che esso solleciti legittimamente la riflessione sul ruolo della Banca d'Italia, come di ogni altra BCN, dopo l'avvento e il successivo consolidamento dell'UME. Sarebbe anche auspicabile che il tema del migliore utilizzo delle riserve "in eccesso" venisse affrontato collegialmente in sede UME. Una proposta avanzata. qualche anno fada alcuni economisti, tra cui in Italia Andreatta e Prodi, suggeriva ad esempio la sottoscrizione di obbligazioni della BEI per finanziare investimenti in grandi infrastrutture europee.