
Al di qua dell'Atlantico si assiste all'ondata di scandali che ha colpito numerose società americane con un certo sollievo e talvolta anche con autocompiacimento, per il fatto che analoghi eventi in Europa non sono accaduti. Ci sono state, è vero, a seguito dello sgonfiamento della bolla, non poche crisi aziendali più o meno in tutti i paesi europei, ma da nessuna parte sono emerse le spudorate irregolarità di cui si sono macchiati numerosi manager di società americane. C'è davvero di che essere soddisfatti?
E' innegabile che negli Stati Uniti un insieme di fattori istituzionali, economici e culturali abbia portato a palesi violazioni di legge di cui qui non risulta esservi stato equivalente. Nel corso degli anni Novanta si è assistito a un rilassamento di alcune regole fondamentali del diritto dei mercati finanziari americani (in particolare, è stata attenuata la responsabilità civile dei revisori e delle banche d'investimento nei confronti dei risparmiatori, sono crollate le barriere tra investment banking e commercial banking). La bolla speculativa ha modificato la percezione della realtà di milioni di persone, rendendo giustificabili comportamenti che altrimenti avrebbero causato sdegno.
Ma per avere un quadro obiettivo dell'annus horribilis della corporate governance americana è bene tenere presente anche due elementi che caratterizzano quel sistema, spesso dimenticati nelle analisi europee.
1. Chi ha scoperto lo scandalo Enron?
Lo scandalo Enron è stato portato alla luce dalle inchieste giornalistiche condotte dal Wall Street Journal, dapprima nell'edizione texana, quindi in quella nazionale. Ad essa hanno fatto seguito analoghe inchieste della stampa finanziaria su molte delle altre società oggi nell'occhio del ciclone.
2. Perché il caso Enron è diventato un bubbone?
Quando capirono che le cose si stavano mettendo irrimediabilmente male (ma ancora tutte le malefatte non erano conosciute al pubblico), i massimi responsabili della Enron contattarono i vertici dell'amministrazione Bush per ottenere un "aiutino". Il rifiuto di intervenire fu netto ed Enron fallì. Il fallimento chiaramente amplificò gli effetti sociali e politici dello scandalo, portando a numerosi licenziamenti e alla perdita massiccia dei risparmi previdenziali dei dipendenti della Enron. Ciò a sua volta ha indotto il governo e il Congresso degli Stati Uniti a indagare a fondo su Enron e a portare in superficie ulteriori malefatte ed eccessi. E ha incrementato l'attenzione dell'opinione pubblica sui comportamenti delle aziende americane, il che a sua volta ha alimentato la curiosità, le capacità di investigazione e di "messa alla gogna" dei colpevoli da parte dei media.
Perché in Europa non è successo "niente"?
E' ben possibile, come anticipato, che in Europa non sia avvenuto nulla di simile agli abusi dei manager americani. Ma si può tranquillamente escludere che in parte ciò sia dovuto anche a un diverso e più remissivo atteggiamento sia della stampa finanziaria sia della politica? Bastino alcuni esempi.
Qualche tempo fa il Sole24ore riportava un trafiletto, sotto l'innocente occhiello "Curiosando", che riferiva come mentre erano in corso le trattative per la fusione tra Bipop e Banca di Roma, alcuni analisti di banche coinvolte nell'operazione avessero dato target price per i due titoli guarda caso in linea con il rapporto di cambio che si stava pattuendo per la fusione. Il trafiletto mostrava come poi in effetti i prezzi delle azioni si fossero allineati ai target price, rendendo dunque più facile la fusione. La cosa ovviamente è finita lì ed è già molto che un quotidiano l'abbia evidenziata, sia pure con un certo pudore. Mentre sappiamo nome e cognome degli analisti licenziati dalle grandi investment bank americane perché avevano ingannato il pubblico degli investitori, possiamo stare certi che, al riparo dall'attenzione della stampa, gli analisti nostrani nel caso descritto hanno potuto avere il loro personale tornaconto.
Negli Stati Uniti è diventato un caso anche quello di Martha Stewart, la presentatrice televisiva che ha venduto le azioni di una società farmaceutica prima che crollassero, a quanto pare grazie a un'imbeccata dell'amministratore delegato suo amico. In Italia personaggi centrali del mondo finanziario hanno subìto condanne per insider trading (Gnutti, in primo grado) o hanno patteggiato per lo stesso reato (De Benedetti), ma ciò non ne ha certo sminuito il loro ruolo e la loro reputazione nel sistema o davanti all'opinione pubblica.
Anche in Italia è emerso almeno un caso eclatante di falso in bilancio di società quotata: quello di Gemina di alcuni anni or sono. Il relativo processo penale va concludendosi mestamente con la prescrizione degli imputati, grazie alla ben nota riforma del diritto penale societario di alcuni mesi or sono.
Infine, in tutta Europa (continentale) l'idea che i governi debbano lasciar fallire le imprese insolventi o perlomeno restare passivi di fronte alle crisi aziendali, è tutto fuorché praticata. Non appena sono emersi i problemi della Fiat nel settore auto, il sistema politico ha risposto con un Decreto Legge per incentivare l'acquisto di automobili; e anche oggi - vedremo in concreto con quale esito - il Governo ha un atteggiamento di estrema attenzione. Mobilcom è in crisi e il governo tedesco la salva. Per France Telecom lo si vedrà nei prossimi giorni. Non si vuol dire ovviamente che se queste società fossero lasciate al loro destino, emergerebbero gravi irregolarità. E' certo però che l'atteggiamento della politica da noi è diverso che negli Stati Uniti.
Siamo così sicuri che in Europa non sia successo niente?