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MEDIOBANCA E IL PASTICCIO DEI DUE CONSIGLI

di Salvatore Bragantini 05.08.2008

Il sistema di governance duale delle società, con i due Consigli - di gestione e di sorverglianza - avrebbe potuto portare maggiore trasparenza, cioè una divisione chiara delle responsabilità nelle imprese che lo scelgono. Ma la sua applicazione in Italia ha creato invece situazioni confuse, come quella creatasi in Mediobanca. La Banca d'Italia è intervenuta dettando regole più stringenti per gli istituti di credito. Ma a questo punto il sistema duale, che aveva riscosso forte consenso appena l'anno scorso, al vertice della società di piazzetta Cuccia non piace più.

Avviso ai lettori: questo è un articolo scritto non da un giurista, ma da un “praticone”, nell’interesse di chi, non giurista, voglia capire di più della governance duale, che la confusa vicenda di Mediobanca riporta all’attenzione. I commenti dei tecnici, d’altro canto, a suo tempo hanno per lo più mancato di focalizzarsi sui veri problemi che il duale avrebbe sollevato in Italia.
Questo sistema è entrato nella cronaca finanziaria nel 2006, quando la fusione Intesa - San Paolo fu facilitata proprio dall’adozione del sistema duale. Altre banche seguirono la stessa strada, come il Banco Popolare (fusione fra Popolare di Verona - Novara e di Lodi), nonché Ubi Banca (fusione fra Banca Lombarda e Popolare Bergamo - Commercio & Industria). Anche Mediobanca ha poi seguito la strada del duale, e se qui le fusioni a prima vista non c’entrano, guardando meglio si vede che forse non è così: la fusione fra Unicredit e Capitalia - che faceva della banca fusa il principale azionista di Mediobanca- fu facilitata dalla designazione alla presidenza di una Mediobanca in versione duale dell’ex presidente di Capitalia, per il quale non era prevista una posizione nell’organigramma della banca risultante dalla fusione.

LA GOVERNANCE DUALE

Una premessa è necessaria. Il principale difetto della governance tradizionale, basata sul Consiglio di Amministrazione (CdA) e sul Collegio Sindacale, sta nel fatto che i consiglieri non esecutivi hanno poteri sia di gestione - in quanto concorrono alle deliberazioni del CdA - sia di controllo sull’operato degli esecutivi; di più, essi in genere non dispongono delle informazioni che consentirebbero di valutare, oltre alla decisione sottoposta alla loro attenzione, anche le possibili alternative, informazioni che sono invece alla base della proposta del management. Altri poteri di controllo, inoltre, e ben più penetranti di quelli del CdA, sono in capo al Collegio Sindacale.
A tali difetti, a volte causa di seri problemi, potrebbe ovviare il sistema duale, che si basa sulla separazione fra la gestione, affidata al Consiglio di Gestione (CG), e la sorveglianza sulla gestione stessa, che spetta al Consiglio di Sorveglianza (CS). Nell’accezione originaria, nel primo organo siedono i gestori, impegnati a tempo pieno in azienda, i soli che possano dibattere con cognizione di causa delle scelte concrete della gestione; nel secondo i soci, che di queste scelte sono giudici, e che mandano a casa i gestori quando serve.
Se vi è tutto chiaro, allora dovete stare più attenti: qualcosa evidentemente vi sfugge. La revisione del diritto societario, attuata nel 2002 dalla Commissione Vietti, ha scelto di rendere assai meno tipizzato, e più libero, tale diritto. In tale quadro, nell’introdurre in Italia il duale fu deciso, in nome della libertà statutaria, di consentire decisive varianti al modello originario. Non ci si riferisce all’esclusione dal CS dei rappresentanti dei lavoratori - ovvia non essendovi in Italia la cogestione prevista dall’ordinamento tedesco - ma a due possibilità di confusione offerte, a chi lo volesse, dall’italico duale: da un lato si è aperto il CG a persone che nella gestione non sono impegnate (confusione nella gestione), dall’altro si è dato al CS un ruolo, più che di sorvegliante, di super-gestore (confusione nella sorveglianza). Si trattava di possibilità, non di obblighi: purtroppo esse sono state afferrate al volo, onde le dispute e gli equivoci attuali.
Il duale vero, quello originario, ha un pregio e un difetto, due facce della stessa medaglia. Il pregio è quello di distinguere bene le responsabilità, il difetto è nell’appesantimento del processo decisionale che proprio tale distinzione comporta. Levate il pregio, e resta solo il difetto: è quel che è successo da noi, dove il modello originario non è mai stato applicato, ma invece inquinato seguendo due strade opposte.

L’INTERVENTO DI BANCA D’ITALIA

Nel caso di Intesa San Paolo, di Banco Popolare e di Ubi Banca, si è scelto il profilo giusto per il CS, che si limita alla sorveglianza, ma si è trasformato il CG in qualcosa di simile a un Comitato Esecutivo tradizionale, lasciando in esso un solo gestore, il precedente amministratore delegato: costui diventa così, più che il numero uno di un team che decide dopo una franca discussione, il capo incontrastato, che viene privato di vere sedi di confronto, mancando altri esecutivi nel CG.
Nel caso di Mediobanca avevano evitato questo errore, salvo esser costretti, da un’assurda disposizione di legge, ad inserire un amministratore indipendente nel CG; in seguito è però emersa una forte propensione del CS, di cui si è fatto portavoce il presidente, Cesare Geronzi, a partecipare alle scelte di gestione concrete.
A un estremo si è dato tutto il potere all’amministratore delegato; all’altro, per evitare di affidarsi a un nucleo forte di manager, il CS vuole riservarsi un ruolo di super-gestore. Queste opposte “deviazioni” hanno indotto Banca d’Italia, giustamente preoccupata dei relativi riflessi sulla stabilità, a emanare disposizioni “dure” sull’applicazione del duale nelle banche. Le disposizioni, che dovranno essere messe in pratica entro la metà del 2009, in particolare:
a) richiedono la prevalenza dei gestori nel CG e,
b) pongono netti limiti al debordare del CS nella gestione.
È questo, più che il consueto tormentone Generalizio (Banca d’Italia ha posto limiti anche all’assunzione di cariche di componenti del CS in società collegate, che in Mediobanca significa Generali, RCS, Telecom), il detonatore della subitanea riconversione di Mediobanca alla governance tradizionale. Evaporati gli entusiasmi di principio, i soci vogliono pesare di più, e farlo tramite il presidente Geronzi, non disposto a lasciarsi imbalsamare.

UNA COSTRUZIONE BIZANTINA

E sì che era prevedibile la difficoltà, per i soci, di influire sulla gestione col solo aiuto delle “leve lunghe” del direttivo e dell’assemblea del patto di sindacato, bizantina costruzione da molti ritenuta incompatibile col duale e che invece Mediobanca ha mantenuto: se si aggiunge l’assemblea dei soci, fanno cinque piani, senza morbidezza. Ora si lamenta che le scelte dei gestori vengano scodellate già pronte, senza un previo concerto col CS: ma questa è proprio la caratteristica basilare, da sempre nota a tutti, del duale. I soci di Mediobanca, evidentemente, non avevano intenzione di distaccarsi più di tanto dalla gestione. Il budino si è rivelato, alla prova delle papille gustative dei soci, immangiabile. Si torna, pare, all’antico, pur se molto resta ancora da chiarire, per esempio come si esplicherà la maggior proiezione operativa del presidente: Banca d’Italia, infatti, non vuole, nemmeno nelle società rette dal modello tradizionale, che il presidente svolga, anche solo di fatto, ruoli operativi.
Questa separazione non va, si torna a cuccia, senza Cuccia. Eppure Mediobanca era l’esempio perfetto, lì il duale era ideale. Il groviglio dei conflitti fra l’interesse dei suoi soci (bancari, finanziari e industriali) e quello della società trovava infatti, nella separazione fra responsabilità di gestione e sorveglianza, la soluzione, una ricetta certamente più commestibile di quella che i pur bravi cuochi di via Filodrammatici staranno ora lambiccando. In cosa consiste la gestione in una banca, se non nell’erogazione dei crediti e nelle operazioni di mercato? Le decisioni ultime spettano ai soci, certo, ma nel rispetto dei principi del capitalismo: se Alberto Nagel e Renato Pagliaro - i due manager di vertice - hanno sbagliato se ne devono andare, restino se invece hanno ben operato, a meno che non si dica che dovevano occuparsi solo di far quadrare la contabilità.
Mentre si svolge il primo confronto su Mediobanca, si prepara il secondo, nelle altre tre banche, dove il problema, semmai, è opposto. Dato che esse sembrano volersi attenere al duale, a seguito delle norme di Banca d’Italia il CG dovrà presto mutare di composizione, con l’uscita di molti esterni per far posto agli esecutivi. Non mancheranno le ricadute sulla composizione del CS. Complice l’arrivo del generale Agosto, c’è tempo per capire come finiranno le varie vicende, anche se per Mediobanca agosto è per tradizione un mese “caldo”.
Va data lode alla Banca d’Italia, la cui nitida condotta costringe ora tutti a fare chiarezza. Ma come faranno, in Germania e altrove, a gestire una banca col duale “vero”? Non basta che siano tutti “persone di qualità ed educate”, come ha detto Geronzi al direttore del “Sole 24 Ore”. Sia chiaro, non ci sono cattivi e buoni, ma metodi che in una certa situazione funzionano e altri che no. In un paese che fa fatica ad attenersi ai principi, o più banalmente a tenere la rotta che dice di voler seguire, molti hanno dato un giudizio negativo del duale, incolpato perchè strumento docile della lottizzazione finanziaria. Il biasimo è mal posto, essendo rivolto a uno strumento; come ha scritto giustamente Vietti - che pure è responsabile dell’inquinamento del duale nel nostro ordinamento - se qualcuno cerca di svitare una vite con un martello, la colpa è sua, non del martello.