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QUANDO LA BANCA ENTRA NELL'IMPRESA

di Francesco Vella 28.07.2008

Il CICR, Comitato per il credito e il risparmio, si riunisce per liberalizzare - in linea con la normativa europea - la partecipazione delle banche al capitale delle imprese non bancarie. Interventi sul capitale ispirati a logiche imprenditoriali e non di salvataggio possono far bene alla nostra struttura produttiva. A patto che non si abbassi la guardia sulla trasparenza e sulla prevenzione dei conflitti di interesse.

Ormai i limiti ai rapporti tra banche e imprese hanno le ore contate. Largamente preannunciata, una riunione del CICR martedì 29 luglio modificherà l’attuale, restrittiva, regolamentazione. Ed è una modifica tutto sommato coerente con la normativa comunitaria, che vincola gli investimenti nelle imprese solo con riferimento al patrimonio della banca e non a quello della società partecipata, ed anche con le esperienze degli altri paesi comunitari, tutte decisamente più liberali della nostra.
Non bisogna dimenticare che quando, ormai molti anni fa, furono per la prima volta aperte le porte all’intervento delle banche nel capitale di rischio delle imprese, l’obiettivo era quello di rafforzare ilrelationship lending, e cioè favorire rapporti più stretti e di più lunga durata, per far crescere il patrimonio informativo dell’intermediario e le sue capacità di soddisfare tutti i bisogni dell’impresa, abbassando il costo del finanziamento e aumentando la qualità dei servizi. In realtà le cose non sono sempre andate così ad esempio molte banche hanno utilizzato la nuova normativa per rinegoziare e ristrutturare il debito e il fenomeno del cosiddetto multiaffidamento è ancora diffuso. E’ innegabile, però, che interventi sul capitale ispirati a logiche imprenditoriali e non di salvataggio possono far bene alla nostra struttura produttiva e che, come lo stesso Governatore ha riconosciuto, "l’evoluzione delle tecniche di gestione del rischio e delle migliori pratiche di vigilanza rende ormai inefficace una rigida delimitazione"(1).

IL CAPITALE DELLE BANCHE

Il CICR invece non potrà intervenire, sul versante a "monte" e cioè i limiti di investimento delle imprese nel capitale delle banche . Lo dovrà fare però il Parlamento perchè il nostro attuale vincolo del 15 per cento, previsto direttamente dal Testo Unico bancario, è divenuto incompatibile con l’ultima direttiva comunitaria sulle partecipazioni rilevanti nelle banche e nelle assicurazioni(2). Anche in questo caso si tratta di una scelta opportuna; più sogetti vi sono in grado di impegnarsi nell’azionariato delle banche meglio è: non soltanto in questo momento ce n’è bisogno, ma una pluralità di soggetti sarebbe un buon antidoto contro i noti e diffusi intrecci azionari, e poi non si vede perchè un industriale non possa essere mosso da una logica di convenienza a investire in una banca.


LE BRUTTE TENTAZIONI

L’importante è che questa convenienza sia soltanto finanziaria e non nasconda la volontà di piegare le politiche creditizie della banca a proprio vantaggio. Per questo motivo tutte le liberalizzazioni devono essere accompagnate da una attenta e puntuale disciplina sui conflitti di interessi. La Banca d’Italia ha elaborato un documento di consultazione in materia nel quale si prevedono specifici limiti alle attività di rischio delle banche verso i soggetti collegati, e particolari procedure per deliberare e controllare queste attività. Nel frattempo è in discussione anche la proposta della Consob sulle parti correlate nelle società quotate, proposta che si caratterizza per l’attribuzione agli amministratori indipendenti di un ruolo importante e significativo.
Le soluzioni possono essere diverse, ma il problema è sempre lo stesso: si devono rimuovere limiti ormai obsoleti solo se non si abbassa la guardia sul terreno della trasparenza e della prevenzione dei conflitti di interesse, perchè altrimenti, l’utilizzo della cassa per i propri bisogni potrebbe rappresentare una brutta tentazione.


(1) Considerazione finali per l’anno 2006, p. 18
(2) Direttiva 2007/44/CE