
Il dibattito sul Patto di stabilità e crescita è ormai aperto in tutti i paesi europei e in Italia in particolare. Ma cos'è il Patto?
Per la storia, la proposta di un Patto di stabilità per l'Europa fu avanzata dall'allora ministro delle finanze tedesco Theo Waigel nel novembre del 1995. L'intento era chiaro: mentre i criteri del Trattato di Maastricht - 3% del PIL per il deficit, 60% per il debito - valgono per l'ingresso nell'Unione Economica e Monetaria, il governo tedesco dell'epoca temeva che una volta entrati nell'euro, i paesi tradizionalmente indisciplinati sul fronte della finanza pubblica, tornassero alle vecchie abitudini: con conseguenze per la stabilità macroeconomica e monetaria dell'UEM e inevitabili ripercussioni sul tasso di cambio della nuova moneta. L'idea del Patto è di trasformare i criteri di ingresso in regole che garantiscano definitivamente la disciplina di bilancio nell'area dell'euro.
Dopo difficili trattative, il Patto di stabilità e crescita nasce nel giugno 1997 al Consiglio Europeo di Amsterdam. L'accordo finale è sostanzialmente diverso rispetto alla proposta iniziale tedesca: l'accento è messo più sulla prevenzione di deficit eccessivi che sulla punizione ex post.
Il Patto prevede che i membri dell'UEM presentino dei programmi pluriennali di stabilità, e che mantengano un saldo di bilancio a medio termine prossimo all'equilibrio or in surplus. Quest'ultima condizione permetterà di affrontare i periodi di recessione con un margine di manovra sufficiente per lasciar giuocare pienamente i cosiddetti stabilizzatori automatici senza eccedere il tetto del 3% del PIL per il deficit. Il superamento, anche limitato, del 3% è soggetto a condizioni molto restrittive: solo in caso di circostanze eccezionali - quali una caduta sostanziale del PIL. Ed in ogni caso solo in via temporanea. Circostanze eccezionali quali quelle previste dal Patto non si sono registrate per nessun paese europeo negli ultimi anni. Se un paese supera il 3% è dichiarato in "deficit eccessivo" ed il consiglio EcoFin indica un sentiero di rientro. Sarà il caso del Portogallo (deficit del 4.1% del PIL l'anno scorso) nelle prossime settimane. Solo se il paese in questione non prende le misure necessarie, alla fine del percorso, scattano le sanzioni: depositi infruttiferi seguiti da multe che possono arrivare allo 0.5% del PIL.
Sono condizioni troppo rigide che ingessano le politiche di bilancio nazionali, come affermano i critici del Patto? I sostenitori del Patto assicurano il contrario: è proprio mantenendo una situazione di bilancio sana in tempi buoni che si può utilizzare poi la politica fiscale a fini espansivi in periodi di recessione. E per valutare il rispetto del vincolo dell'equilibrio di bilancio, si devono depurare gli effetti del ciclo. In realtà le difficoltà attuali a mantenere gli impegni hanno la loro radice non tanto nelle politiche fiscali del 2001 - l'anno della recessione globale - ma dell'anno precedente quando invece di approfittare dell'alta crescita, la maggior parte dei paesi europei ha rilassato gli sforzi di aggiustamento.
Sul Patto di stabilità e crescita vedi anche:
Francesco Giavazzi, Un Patto per far crescere l'Europa
Fabrizio Coricelli e Valerio Ercolani, Quali modifiche al Patto di stabilità e crescita
All'indirizzo http://ue.eu.int/emu/it/index.htm, sotto la voce "L'euro e la politica economica", è possibile consultare la risoluzione del Consiglio Europeo di Amsterdam del 17 giugno 1997 e i regolamenti del 7 luglio 1997, relativi al Patto di Stabilità e Crescita.