
Il via libera di Bruxelles
Dopo l'esito positivo del referendum irlandese (si veda Coricelli), il Consiglio Europeo di Bruxelles (24-25 ottobre) ha compiuto l'ulteriore passaggio necessario per il via libera all'ingresso nel 2004 di otto Paesi del Centro Europa più Cipro e Malta: quello relativo alle condizioni finanziarie da iscrivere nel bilancio comunitario. Alla vigilia del vertice, c'era scetticismo sulla possibilità di un accordo.
Quali sono i cardini dell'accordo di Bruxelles?
Essenzialmente due. Primo, si ratificano le proposte della Commissione sui finanziamenti ai nuovi Paesi Membri nel periodo 2004-2006.che prevedono stanziamenti per 23 miliardi di euro per i Fondi strutturali. Secondo, si blocca la dinamica della spesa agricola dopo il 2006 e si prevede un graduale accesso dei nuovi Membri alle misure di sostegno al reddito degli agricoltori. I Paesi dell'Est dovranno per alcuni anni accettare contributi ridotti dall'Unione. Sostanzialmente, i capi di Stato e di Governo hanno preso atto dell'incapacità dei Quindici di riformare nel merito la PAC (Politica Agricola), ed hanno agito sul versante finanziario bloccandone la dinamica.
Costi enfatizzati…
Il cammino verso l'allargamento rimane comunque irto di ostacoli. Più la congiuntura economica si fa difficile, più vi è il rischio che l'allargamento venga visto come un costo dai cittadini europei. È importante allora informare sulla portata effettiva dei costi di allargamento, sfatando quattro luoghi comuni:
1) "Saremo invasi dai cittadini dell'Est Europa, che cercheranno da noi migliori occasioni di esistenza e lavoro". Studi recenti tendono a smentire queste previsioni catastrofiche. L'Università del Kent ha stimato che i flussi netti dai Paesi Candidati verso l'UE sono stati di 330.000 unità nel 1990, ma solo 14.000 nel 1997 (cfr. http://news.bbc.co.uk/1/hi/europe/1912956.stm). Il Centre for Economic Policy Research di Londra stima che, a 15-20 anni da oggi, gli immigrati dall'Est potrebbero al massimo raggiungere il 3% della popolazione europea ("Who is Afraid of the Big Enlargement?": cfr. http://www.cepr.org). Inoltre, il Trattato di Schengen non si applica immediatamente ai nuovi Membri, e quindi i controlli alle frontiere rimarranno.
2) "L'allargamento comporta la necessità di ulteriori riforme istituzionali per consentire all'UE di funzionare". In realtà le riforme istituzionali, dal voto a maggioranza qualificata nel Consiglio Europeo alla ponderazione dei voti tenendo conto della dimensione dei Paesi, dalle "cooperazioni rafforzate" alla ridefinizione dei ruoli di Consiglio, Commissione e Parlamento, sarebbero comunque necessarie anche se l'Unione non si espandesse; servono "a prescindere", per dirla col Principe De Curtis.. Le riforme devono servire a superare il grande paradosso dell'UE: un deficit di trasparenza democratica associato ad una carenza di decisionalità.
3) "L'allargamento richiede di modificare le politiche sottostanti le principali voci di spesa del bilancio comunitario, la Politica Agricola (PAC) e quella Strutturale". Anche questo non è corretto: l'esigenza di cambiare la PAC corrisponde agli accordi di liberalizzazione agricola sottoscritti dall'Unione nell'incontro WTO di Doha; corrisponde alla volontà di contribuire allo sviluppo del Terzo Mondo seguendo la via maestra dell'apertura dei mercati (anche i nostri, non solo i loro) e va incontro alle aspettative dei consumatori europei che chiedono meno sprechi e più qualità. Corrisponde inoltre all'esigenza di riequilibrare il bilancio comunitario, destinando più risorse all'innovazione e alla formazione, e meno al sostegno dei redditi agricoli. Anche qui, un ripensamento si renderebbe necessario. "A prescindere". E l'accordo di Bruxelles ci dice che si sta facendo ancora molto poco in direzione di una riforma della PAC.
4) "L'ingresso dei nuovi membri aggraverà il carico finanziario netto per i vecchi Paesi Membri". Occorre far chiarezza: gli studi esistenti collocano l'onere fiscale medio pro-capite nell'UE-15 - per sostenere nei paesi dell'Est le politiche agricole e strutturali oggi vigenti - tra i 30 e i 50 euro all'anno a partire dal 2007 (assai meno nei prossimi tre anni). Ma tale onere diminuirà progressivamente con lo sviluppo economico di quei paesi, e con la riforma della PAC. Ci ricordiamo della sera in cui Mstislav Rostropovich suonava il violoncello sotto la breccia nel muro di Berlino, e in cui tutti gli Europei si sono sentiti di nuovo uniti, dopo quarant'anni di separazione? Quella sera, 30 o 50 euro l'anno ci sarebbero sembrati pochi o molti?
…e benefici trascurati
Si parla molto poco dei benefici che l'allargamento apporterà per i cittadini dell'UE-15, anche perché tendiamo a considerare i paesi del Centro-Europa come già membri dell'Unione. Non attribuiamo molto peso, cioè, allo scenario nel quale i paesi dell'Est si allontanano dall'UE, invece di completare il percorso di ammissione. Ma se il loro percorso di avvicinamento si arrestasse, i vantaggi che noi ne traiamo potrebbero svanire. Quali sono alcuni di questi vantaggi?
Anzitutto la stabilità politica ed istituzionale che deriva dall'aver accettato e praticato la democrazia liberale e il rispetto dei diritti umani, come richiesto dai criteri di ammissione fissati a Copenhagen nel 1993.
Poi la stabilità finanziaria, e la certezza dei diritti di proprietà. In questi anni i paesi dell'Est sono stati quasi immuni dalle crisi finanziarie delle altre aree emergenti (Asia, America Latina), e inoltre gli investimenti occidentali all'Est sono stati completamente tutelati. Nulla assicura che questo proseguirebbe anche con uno stop indefinito all'allargamento.
La stabilità finanziaria e gli afflussi di capitali hanno sostenuto una rapida crescita economica nei Paesi candidati, ben superiore a quella della UE nel decennio scorso. Anche se il loro PIL è oggi solo il 6% dell'UE-15, il loro contributo alla crescita europea non è trascurabile.
Anche a seguito di tale crescita, l'interscambio commerciale dell'UE-15 ha un saldo ampiamente positivo. Per l'Italia, tale interscambio è positivo anche nei settori del Made in Italy Per le imprese occidentali, investire nei paesi del Centro-Europa ha significato ridurre i costi de produzione fino al 50%, delocalizzando lì le fasi a più alta intensità di lavoro, ma questo ha consentito loro di affrontare la concorrenza dei produttori asiatici mantenendo nell'UE-15 le fasi di progettazione, design, direzionali ed ad alta intensità di capitale
Per saperne di più:
http://www.confindustria.it/DBImg2002.nsf/HTMLPages/StudiR
Working Paper n.2.Baldone ed altri in:
http://www.rivistapoliticaeconomica.it/g_f2/default.htm.