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QUANDO SI FERMERA' IL PREZZO DEL PETROLIO

di Marzio Galeotti 17.03.2008

Il greggio sfonda quota 110 dollari al barile e tutti tornano a chiedersi fin dove si arriverà. Attività speculativa, continua crescita della domanda, in particolare della Cina, e interesse dei paesi produttori a compensare la svalutazione della valuta americana sono tutti fattori che contribuiscono a mantenere alto il prezzo del petrolio. Le cose però potrebbero cambiare. Per due motivi: una recessione americana più profonda di quanto appaia e una presa di coscienza collettiva dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo cinese.

Il prezzo del petrolio sfonda quota 110 dollari a barile e tutti, come accade ormai da tempo, sono a chiedersi fin dove si arriverà. Certo, il livello di oggi è più di 10 volte quello di dieci anni fa, all’epoca della grande crisi che aveva investito le tigri asiatiche, e sta avvicinandosi a un valore  due volte quello di solo due anni fa. Ma tutto sommato dobbiamo anche questa volta ammettere che non sappiamo quando e a quale livello di prezzo questa continua crescita si arresterà. E ci troviamo a constatare che finché permangono i fattori di instabilità non si intravvede il punto di svolta.

DINAMICA DEI PREZZI E SPECULAZIONE

La dinamica del prezzo del petrolio ricorda, per struttura, quella del prezzo dei carburanti nostrani. Come è risaputo, sulla somma del prezzo industriale e dell’accisa si commisura l’imposta sul valore aggiunto. Dato il carattere proporzionale di quest’ultima, movimenti nel prezzo del greggio (e quindi nel prezzo industriale dei carburanti) tendono a essere amplificati portando ad aumenti più che proporzionali del prezzo finale. Ci sembra che la componente speculativa sul mercato internazionale del petrolio agisca come l’Iva, commisurandosi alla somma di fattori fondamentali di mercato e fattori geopolitici, ma non già sommandosi a essi, quanto moltiplicando gli effetti dei loro movimenti. Naturalmente, e questo è un fatto su cui vale la pena riflettere, il meccanismo a fisarmonica potrebbe funzionare in maniera simmetrica, amplificando così anche eventuali cadute del prezzo del greggio.
L’attività speculativa ha da tempo preso di mira il petrolio e non solo: oltre all’oro il mercato di altre commodities come rame e alluminio è da tempo in tensione. Il loro prezzo è di recente aumentato di 1-2 punti percentuali e anche in questo caso alla base vi è la forte domanda alimentata dal vigoroso sviluppo cinese. Ma due recenti fatti vanno segnalati. Da un lato, la speculazione su tutti questi mercati potrebbe essere ulteriormente irrobustita dalla crisi finanziaria americana, accentuandone l’allontanamento dai target tradizionali. L’altro elemento è che la speculazione investe anche i mercati dei prodotti agricoli, per esempio la soia, probabilmente motivata dal crescente interesse internazionale per i biocombustibili. È un dato che suscita preoccupazione e che va ad alimentare il generale ripensamento in atto circa le virtù taumaturgiche dei carburanti di origine biologica.

SQUILIBRI DI DOMANDA E OFFERTA

L’attività speculativa trae alimento da squilibri presenti e perduranti nelle componenti fondamentali del mercato. È impossibile immaginare una situazione in cui squilibri fondamentali esistenti non vadano a braccetto con un’attività speculativa più o meno intensa.
Guardando ai fondamentali di questi giorni, sul fronte della richiesta di greggio, le ultime previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia segnalano una domanda robusta anche per quest’anno, soprattutto da parte cinese e dell’area mediorientale. In particolare, la domanda di carburanti per autotrasporto, all’origine di un fortissimo inquinamento urbano, è in Cina cresciuta del 12-18 per cento su base annua.
Dal lato dell’offerta permane la difficoltà da parte dei paesi produttori ad adeguarsi a una domanda crescente per la carenza di investimenti infrastrutturali nell’upstream. Queste decisioni sono caratterizzate da un elevatissimo grado di irreversibilità – una volta prese non possono essere riviste per decenni a venire – e come tali sono molto influenzate dall’incertezza del contesto economico-politico. La volatilità dei prezzi per movimenti speculativi e per motivi geopolitici, l’influenza di fattori ambientali che in prospettiva potrebbe portare a un minore consumo di fonti fossili di energia, sono ragioni che potrebbero indurre e, in verità, già avere indotto una certa cautela o riluttanza nell’espandere l’offerta nonostante un prezzo del greggio in continua crescita. A ciò si aggiungano le difficoltà nel reperire le risorse umane e tecnologiche, gli skill e il know-how, appropriati per attività di esplorazione ed estrazione tecnicamente e geologicamente più impegnative che in passato.
La debolezza del dollaro è poi un elemento che sta seriamente aggravando il quadro complessivo. Molti paesi produttori premono perché l’Opec mantenga un alto prezzo del barile così da compensare la crescente svalutazione della divisa americana per non compromettere la stabilità macroeconomica interna. Secondo un recente studio di una società di consulenza, Pcf Energy, citato dal Financial Times, il Venezuela necessità di un prezzo minimo di circa 95 dollari a barile per mantenere i propri conti con l’estero in equilibrio; questo valore scende a 70 per la Nigeria, a 60 per l’Arabia Saudita e a 50 per Kuwait e Qatar. Si tratta di livelli ragguardevoli in relazione a crescente spesa pubblica, consumi privati e inflazione che caratterizzano quei paesi.
In conclusione, e per tornare alla domanda iniziale, fino a quando durerà il trend attuale? Quando la speculazione invertirà la rotta? Difficile dirlo, ma si potrebbe azzardare l’ipotesi che ciò accada in relazione a un fattore scatenante che al momento non si vede, ma che in un paio di casi si potrebbe intuire. Uno è una recessione dell’economia americana assai più profonda di quanto oggi non appaia. Non mancano osservatori, anche autorevoli, che preconizzano una tale eventualità.
Un altro evento, più remoto e dal nostro punto di vista solo apparentemente meno rilevante, è il costo ambientale dello sviluppo cinese. La rinuncia del maratoneta etiope Gebrselassie a partecipare alle Olimpiadi di Pechino –e forse altri atleti lo emuleranno – fa notizia e potrebbe accendere i riflettori su un dato preoccupante per la comunità internazionale e per i cinesi stessi: secondo il vice direttore aggiunto del Sepa (l’Apat cinese) “questo” incontrollato sviluppo economico sta costando al paese 200 miliardi di dollari, pari al 10 per cento del Pil, e 400mila morti all’anno per l’inquinamento, soprattutto urbano.
Se è vero che prezzi del petrolio elevati sono i principali alleati di un’efficace lotta ai cambiamenti climatici, una presa di coscienza collettiva circa l’insostenibilità anche a breve termine del modello di sviluppo cinese (e indiano) potrebbe riservare sorprese sul mercato internazionale dell’oro nero. E a quel punto…