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I numeri del Dpef non sono i soli in tema dei costi dei cambiamenti climatici e delle relative politiche. Ce ne sono altri e sono stati offerti all’attenzione dell’opinione pubblica in settembre, quando si è tenuta a Roma la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici. (1)
Fa caldo in Italia
Innanzitutto, la questione della temperatura in Italia, che secondo il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, è "aumentata quattro volte di più che nel resto del mondo: 1,4 gradi negli ultimi cinquanta anni mentre la media mondiale è di 0,7 gradi nell’intero secolo". (2)
Si tratta probabilmente di una svista. La temperatura media in Italia è cresciuta negli ultimi cento anni di circa un grado, contro una media mondiale di 0,7. Vista la collocazione geografica del nostro paese, non si tratta di una anomalia particolare. Inoltre, il periodo di riferimento è troppo breve per dedurne una situazione più a rischio che altrove. Ancora, la temperatura non segue un sentiero di crescita lineare, per cui ciò che si verifica nell’arco di cento anni non può essere pedissequamente rapportato a cinquanta anni. Infine, i veri rischi derivano dagli impatti dei cambiamenti climatici che prendono forme ben più articolate e pervasive del solo aumento della temperatura: aumento del livello del mare, variazione di frequenza e intensità delle precipitazioni, erosione delle coste e desertificazione.
Cinquanta miliardi di costi: da dove arrivano?
Quanto ai costi dei cambiamenti climatici in Italia, il ministro Pecoraro Scanio ci offre numeri nuovi rispetto a quelli del Dpef, e sono numeri che non convincono. Si legge nella sua relazione "Riportando all’Italia le stime del rapporto Stern sull’inazione, nell’ipotesi ormai ampiamente superata che la temperatura globale cresca solo di 1,5 gradi, nel nostro paese, i costi per far fronte ai danni prodotti dai cambiamenti climatici sono 50 miliardi di euro all’anno. Nella situazione più catastrofica prevista a livello globale dal rapporto (crescita di 6 gradi di temperatura), i costi salirebbero in maniera esponenziale".
Ma da dove viene il valore di 50 miliardi? Il rapporto Stern, pubblicato dal governo inglese nel 2007, parla di un costo cumulato da oggi al 2200 dei cambiamenti climatici pari al 5-20 per cento del Pil totale mondiale nello stesso periodo. (3) A cosa si riferisce quindi il ministro? In quale anno avremo un costo pari a 50 miliardi? O si tratta di un costo cumulato relativo a più anni? E quale tasso di sconto usa per attualizzare il costo futuro? È evidente che il numero di 50 miliardi è al meglio un numero indefinito.
Supponiamo che sia corretto il dato proveniente dal rapporto Stern, che indica nel 5 per cento del Pil il valore del danno da cambiamento climatico. Poiché il Pil italiano è oggi di circa 1.500 miliardi, il 5 per cento corrisponde a 75 miliardi, per cui la cifra del ministro sarebbe largamente sottostimata anche se riferita a un solo anno. Se applicassimo tale percentuale al Pil previsto per il 2050, utilizzando per coerenza lo stesso tasso di sconto di Stern , sarebbe ancor di più sottostimata perché il costo raddoppierebbe. Ancor peggio andrebbero le cose se la applicassimo al Pil del 2100 o addirittura al Pil cumulato.
Se il punto di partenza è il rapporto Stern, 50 miliardi non può essere una buona stima del costo dei cambiamenti climatici. Non solo, ma è corretto prendere come base il rapporto Stern? Il costo a cui si riferisce Stern è infatti calcolato per il globo nel suo insieme e tiene conto della possibilità di eventi estremi e catastrofici che potrebbero realizzarsi dopo il 2100 se non si interviene per ridurre le emissioni in tutto questo secolo. Le stime del costo relative ai prossimi cento anni sono invece molto più limitate. In una recente rassegna, Richard S. J. Tol (4) ha passato in esame più di cento studi che valutano il costo dei cambiamenti climatici su scala globale e trova che la grandissima parte si concentra su valori attorno all’1 per cento del Pil (valore cumulato per questo secolo).
Per l’Italia, l’unico studio sistematico è stato realizzato dal Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici, istituito dal ministero della Ricerca e dal ministero dell’Ambiente proprio per analizzare le complesse interazione tra clima e economia: stima che il costo al 2050 sia pari allo 0,93 per cento del Pil di allora. Nel 2100, il costo sale all’1,2 per cento del Pil. Scontando tali valori al 2 per cento otteniamo un danno di 15 miliardi di oggi al 2050 e di circa 20 miliardi al 2100. (5)
Se consideriamo invece il valore cumulato del danno da qui al 2100, questo è compreso tra lo 0,12 e lo 0,38 per cento del Pil cumulato. (6) In miliardi, questo equivale a circa 285 miliardi, al tasso di sconto del 2 per cento. Quindi ben di più dei 50 miliardi indicati dal ministro. Va anche sottolineato che si tratta sempre di stime per difetto, in quanto le stime del danno tengono conto dell’adattamento autonomo dei sistemi economici, che riduce il danno subito, e non tengono conto di quei danni che non sono soggetti a valutazioni di mercato, come per esempio, perdite di biodiversità o di patrimonio artistico e socio-culturale.
Ecco quindi che il numero indicato dal ministro non è né alto né basso, ma semplicemente indefinito. Una volta enunciate correttamente le ipotesi, i risultati sono quelli ora brevemente illustrati. Se rapportati a un solo anno di questo secolo, i 50 miliardi sono probabilmente troppi. Se visti nell’arco dell’intero secolo, sono certamente pochi.
Come evitare i danni
Fin qui il discorso ha riguardato il costo dei danni dei cambiamenti climatici. Che cosa fare per evitarli? Da una parte bisogna agire sul contenimento delle emissioni di gas-serra, la cosiddetta mitigazione, che opera a monte del fenomeno. Dall’altra, si dovrà intervenire per favorire l’adattamento alle conseguenze dei cambiamenti del clima, adattamento che opera a valle del fenomeno. Naturalmente, mitigazione non esclude adattamento e viceversa, anzi entrambi gli interventi sono necessari.
Sempre il ministro scrive: "Per mettere in campo le azioni che ci permettono di tagliare le nostre emissioni di gas-serra, ci servono da 3 a 5 miliardi l’anno". E inoltre "Predisporre le misure di adattamento costa da 1 miliardo e mezzo a 2 miliardi di euro l’anno". Per cui conclude: "La differenza tra quello che ci costa non agire e quello che ci costa agire è tra dieci e 40 volte maggiore a favore dell’azione: da 5 a 7 miliardi contro un costo minimo dell’inazione di 50 miliardi. E prima si fa meno ci costa".
Ancora una volta, sembrano numeri casuali. Qual è la relazione con i 2,54 miliardi all’anno di cui parlava il Dpef per rispettare gli impegni presi con il Protocollo di Kyoto? Se per di più dovessimo conseguire l’obiettivo concordato a Bruxelles in marzo di ridurre le emissioni di CO2 del 20 per cento entro il 2020 (sempre rispetto al 1990) dovremmo tagliare le nostre emissioni di un ulteriore 13,5 per cento, oltre al 19 per cento già previsto. E al 2050 di almeno un altro 40-50 per cento. Quanto costa tutto questo?
Supponiamo che le riduzioni concordate conducano al raggiungimento dell’obiettivo dell’Unione di non superare i due gradi di incremento della temperatura al 2100 (il discorso sarebbe più complesso, ma questa è una buona approssimazione). I valori che la maggior parte degli studi recenti, incluso l’ultimo rapporto dell’Ipcc, indicano come stime più probabili del costo di raggiungere l’obiettivo "non più di due gradi" sono compresi tra l’1 e il 3 per cento del Pil cumulato di questo secolo. (7)
Ne consegue che i costi per controllare i cambiamenti climatici sono probabilmente superiori ai benefici, almeno per l’Europa. È un risultato comune a quasi tutti i modelli in circolazione. Per rovesciare l’ordine è necessario che l’orizzonte temporale si allunghi oltre il 2100 e che nei costi dei cambiamenti climatici vengano incluse la probabilità di eventi estremi e catastrofici. Un’analisi che tenga conto di queste incertezze, come dimostrano Stern e Weitzman, (8) permette di evidenziare valori dei costi dei cambiamenti climatici superiori a quelli delle politiche di controllo.
Tuttavia, l’approccio analitico con cui i costi vengono valutati è ancora molto migliorabile. Passare da uno studio delle politiche in un contesto deterministico a quello in condizioni di incertezza, un passaggio necessario per un tema come quello dei cambiamenti climatici, cambia in modo notevole i risultati e conduce alla conclusione che le migliori politiche oggi siano quelle prudenziali attraverso cui pervenire a rilevanti tagli delle emissioni di gas-serra. Ma per arrivare a conclusioni robuste è necessario ancora molto impegno nella ricerca e sviluppo di modelli strutturalmente adeguati e basati su dati affidabili. Nel frattempo, meglio applicare il principio di precauzione sia nel ridurre le emissioni, sia nel produrre numeri.
(1) Gli atti principali della conferenza sono consultabili al sito.
(2) Il testo dell’intervento del ministro si trova all’indirizzo.
(3) Il Rapporto Stern è disponibile all’indirizzo.
(4) Richard S.J. Tol, "Why Worry about Climate Change? A Research Agenda", Fondazione Eni Enrico Mattei Working Paper n. 136.2006 (novembre 2006).
(5) Dipende dal tasso di sconto utilizzato e dallo scenario che si considera per definire i danni fisici da cambiamenti climatici nella seconda metà del secolo.
(6) Questi risultati sono contenuti nell’articolo "La valutazione economica degli impatti dei cambiamenti climatici e delle strategie di adattamento" presentato da Carlo Carraro alla Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, scaricabile dall’indirizzo.
(7) I risultati del lavoro dell’Ipcc possono essere consultati in.
(8) Si veda il rapporto Stern e il recente lavoro di Martin Weitzman scaricabile all’indirizzo .