
Il Nobel per la pace di quest'anno è stato assegnato all'ambiente. E' destinato ad attirare l'attenzione delle genti e dei governanti. A richiamare questi ultimi alle proprie responsabilità e a superare il breve orizzonte del ciclo elettorale. Perché le alterazioni del clima originano dalle attività economiche di tutti noi, ma dispiegano effetti disuguali, differenziati nello spazio e nel tempo. Ciò genera incentivi diversi, spesso contrapposti, tra generazioni e tra paesi e regioni del mondo. Un Nobel che è soprattutto un dono alle generazioni future.
Il premio Nobel per la pace è stato assegnato quest'anno all'ambiente, e in particolare al tema dei cambiamenti climatici. È stato assegnato all'insieme, davvero ampio, di esperti che fanno capo al comitato Onu per i cambiamenti climatici, l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ed all’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore. L’Accademia svedese ha premiato dunque tutti gli autori di ricerche e studi sul clima sparsi in giro per il mondo e ha premiato il loro megafono, l’ambasciatore che ha portato i risultati di quei lavori in giro per il mondo raggiungendo un’audience affatto diversa, quella delle sale cinematografiche e della gente comune.
Un premio alla ricerca e alle persone
Il Nobel per la pace non è assegnato allo scienziato per le sue scoperte, anzi per la sua scoperta. Non è un Nobel "tecnico", ma più che altro "olitico". Talvolta, non premia il singolo o i singoli individui, bensì il gesto, il valore etico, l’idea.
Il Nobel per la pace del 2007 ha premiato un po’ tutti questi aspetti. Ha riconosciuto un’idea, un valore fondamentale: gli uomini non possono essere in pace con se stessi se non sono in pace con il proprio pianeta, quello su cui vivono, intrecciano relazioni economiche e sociali, che sfruttano e da cui traggono sostentamento e ricchezze, delle cui bellezze restano ammirati, della cui ira rimangono a volte colpiti.
Questo Nobel ha anche premiato il gesto: ha reso omaggio alla ricerca scientifica, quella che nel corso del tempo è stata applicata con continuità ai temi del clima. Ma ha anche premiato l’opera di disseminazione di quella ricerca, anche e soprattutto in sedi che non le sono consuete. Questo Nobel ha infine premiato delle persone, molte persone. Il riconoscimento è andato a un personaggio noto alle cronache, da tempo conosciuto come persona sensibile ai temi dell’ambiente, ma anche a una lunghissima lista di centinaia di ricercatori sconosciuti ai più, anche se non sconosciuti nella cerchia dei ricercatori del clima, alcuni di questi anche italiani.
La sorpresa degli scettici
C’è chi è rimasto un po’ sorpreso, se non perplesso, dalla scelta dell’Accademia svedese. Si va da argomenti per la verità alquanto scontati, come quello dell’autopromozione del vincitore a mezzo video per conseguire altri fini, la scalata - o ri-scalata - alla presidenza degli Stati Uniti, tema di cui si è iniziato a dibattere un minuto dopo la notizia del premio. Ci si è poi affrettati a sottolineare le imprecisioni contenute nel noto cortometraggio promosso da Al Gore, "An Inconvenient Truth", dallo scioglimento dei ghiacci agli orsi polari alla desertificazione.
Altri invece hanno più seriamente ricordato le polemiche che avevano tempo fa accompagnato i lavori dell’Ipcc. Recente la disputa circa l’esistenza di un legame causale tra riscaldamento globale e uragani, che ha portato alle dimissioni del noto climatologo Chris Landsea. Celebre fu la disputa scientifica che contrappose cinque anni or sono il comitato Onu e due esperti di fama, lo statistico Ian Castles (ex capo dell’Istat australiano) e l’economista David Henderson (ex capo economista dell’Ocse): i due scienziati sostenevano come gli "scenari" dell’Ipcc fossero viziati da ipotesi errate circa il gap iniziale nei redditi medi dei paesi ricchi e dei paesi poveri. Polemiche ormai dimenticate, anche se la platea degli scettici e dei negazionisti rispetto alla responsabilità umana nel fenomeno dei cambiamenti climatici non è sparita, pur andando numericamente assottigliandosi.
I compiti dell’Ipcc
Costituito nel 1988 su iniziativa dell’Organizzazione mondiale di meteorologia (Wmo) e Programma ambiente dell’Onu (Unep), l’Ipcc ha il compito di fornire supporto scientifico ai governanti nel processo negoziale dei trattati internazionali sul clima.
Ha dunque alcuni cruciali obiettivi: 1) tramite una sistematica ed esauriente ricognizione dei progressi della ricerca scientifica deve contribuire a risolvere progressivamente l’incertezza sugli aspetti scientifici ed economici dei cambiamenti del clima; 2) deve contribuire a costituire il consenso scientifico in ordine al fenomeno; 3) tradurre in linguaggio comprensibile ai policymakers i risultati della ricerca scientifica.
L’azione dell’Ipcc trova concreta applicazione negli Assessment Reports, arrivati alla quarta edizione, approvata dalle delegazioni di oltre cento nazioni lo scorso maggio a Bangkok. È stato fatto il punto sulle nostre conoscenze delle cause e manifestazioni dei cambiamenti del clima; sulle conseguenze e gli impatti sia fisici che monetari di quelle manifestazioni, tanto maggiori e costosi quanto più elevata la vulnerabilità e minore l’adattamento di ecosistemi animali e vegetali e di attività umane economiche e non; sulle politiche e misure per mitigare quegli effetti avversi.
Il progresso del nostro sapere è cruciale lungo tutte queste direttrici. Il motivo, vale la pena ricordarlo, è semplice. Le alterazioni del clima originano dalle attività economiche di tutti noi, ma dispiegano effetti disuguali, differenziati nello spazio e nel tempo. Ciò genera incentivi diversi, spesso contrapposti, tra generazioni attuali e future, e tra paesi e regioni del mondo. Come ci rammenta Nicholas Stern nel rapporto che porta il suo nome, i cambiamenti climatici sono il più grande esempio di esternalità globale. I miglioramenti del clima hanno le caratteristiche di un bene pubblico globale: tutti ne beneficiano, ma siccome fornirlo è costoso, nessuno individualmente ha incentivo a produrlo.
È necessario trovare la giusta formulazione perché un accordo di mitigazione produca un allineamento degli incentivi delle parti coinvolte. Da questo punto di vista il Protocollo di Kyoto non si può certo definire un successo. Ma prima del 1997 il presupposto delle nostre conoscenze scientifiche era meno saldo. E qui entra di nuovo in gioco il vincitore del Nobel per la pace. Quello che succederà nel post-Kyoto, quello che sarà contenuto nel futuro accordo internazionale, nella speranza che ve ne sia uno, sarà il banco di prova. Se coronato dal successo, sarà stato merito anche dell’Ipcc e, perché no, anche di Al Gore.
Il Nobel per la pace di quest’anno è destinato ad attirare l’attenzione delle genti e dei governanti, a richiamare quest’ultimi alle proprie responsabilità, a stimolarli a superare il breve orizzonte del ciclo elettorale. Il Nobel per la pace di quest’anno è un dono alle generazioni future.