Logo stampa
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Caccia al Tesoro su Terna

di Alberto Cavaliere 27.11.2003
Nell’operazione di privatizzazione di Terna la posta in gioco non è tanto la struttura proprietaria ottimale dell’impresa che gestirà la trasmissione di energia elettrica, quanto i ricavi che il Tesoro otterrà dalla sua vendita, anche a costo di impedire la diminuzione delle tariffe elettriche e di tradire il principio dell’indipendenza dell’Autorità di regolamentazione. Potrebbero così essere gli utenti a finanziare in modo poco trasparente una parte di riduzione del debito pubblico.
Caccia al Tesoro su Terna

Il contributo di Giorgio Ragazzi sulla privatizzazione della società Terna, attualmente controllata da Enel, ribadisce il principio per cui la trasmissione di energia elettrica dovrebbe essere completamente controllata dallo Stato, trattandosi di un monopolio naturale.
Su tale principio si potrebbe concordare, anche se non si può escludere che il controllo di una società privata da parte di un'Autorità di regolamentazione potrebbe costituire comunque una soluzione rispetto ai problemi posti dal monopolio naturale.

Tariffe e privatizzazione

Il punto però è un altro: nell'operazione di privatizzazione di Terna la posta in gioco non è tanto la struttura proprietaria ottimale dell'impresa che gestirà la trasmissione di energia elettrica, quanto i ricavi che il Tesoro otterrà dalla sua vendita, anche a costo di impedire la riduzione delle tariffe elettriche e di tradire il principio dell'indipendenza dell'Autorità di regolamentazione. Questo è quanto emerge esaminando il nesso tra la privatizzazione parziale di Terna e la regolamentazione delle tariffe di trasmissione.

È vero che formalmente sarà l'Autorità per l'energia a determinare le tariffe di trasmissione, ovvero i ricavi di Terna. Tuttavia, in pratica, non è così poiché la Legge 27 ottobre 2003, n. 290 detta direttamente all'Autorità di regolamentazione i criteri di formazione delle tariffe.
Infatti pur confermando che l'Autorità per l'energia definisce le tariffe per il trasporto e la distribuzione dell'elettricità, la legge impone disposizioni specifiche sulla rivalutazione delle reti, sul valore del tasso di rendimento garantito e sull'applicazione del price-cap (comma 7, articolo 1-quinquies).
I criteri dettati rivelano la preoccupazione del Governo di mantenere elevati ricavi per la società di trasmissione. Si prevede infatti che il tasso di rendimento privo di rischio non possa essere inferiore a quello dei titoli di Stato a lungo termine e, per quanto riguarda il price-cap, che la verifica dei guadagni di efficienza ottenuti grazie all'applicazione di tale meccanismo nel periodo regolatorio trascorso, porti a una ripartizione dei benefici tale da assegnarne esattamente la metà a Terna come extra-profitto e metà ai suoi clienti in termini di riduzione delle tariffe future. Soprattutto, si prevede per il prossimo periodo di regolamentazione l'applicazione del price-cap soltanto a quelle componenti della tariffa di trasmissione che coprono i costi operativi e gli ammortamenti, escludendo così la componente relativa alla remunerazione del capitale investito, che è dunque destinata a mantenersi costante per tutto il prossimo periodo di regolazione.

Dunque con la Legge 290 si assicura a Terna un rendimento tale da non tradire i suoi futuri azionisti e soprattutto Enel, e quindi il Tesoro, che procederà alla privatizzazione di Terna dopo che saranno approvate le nuove tariffe di trasmissione. Come riconosce Ragazzi, non abbiamo elementi sufficienti per sostenere che una Terna privata sia meglio di una Terna pubblica sotto il profilo dell'efficienza. Tuttavia non sembra essere questa la posta in gioco, bensì il ricavo atteso dalla vendita di Terna, per l'opportunità di ridurre il debito pubblico con gli introiti delle privatizzazioni.

Il rischio è che questa operazione contribuisca a ostacolare la riduzione delle tariffe elettriche pagate dagli utenti finali, che dipendono anche dal livello delle tariffe di trasmissione. Potrebbero essere cioè gli utenti a finanziare in modo assai poco trasparente una parte di riduzione del debito pubblico grazie alle modalità con cui vengono condotte le privatizzazioni nei servizi di pubblica utilità.
Non solo, quindi, si esclude la proprietà pubblica della rete, ma si esclude nei fatti anche l'indipendenza del controllo della rete da parte dell'Autorità di regolamentazione, l'unica ad avere le competenze tecniche per bilanciare l'interesse degli investimenti nella rete con gli interessi degli utenti del servizio elettrico. Nei fatti, l'azionista pubblico è attento ai profitti almeno quanto gli azionisti privati, tenuto conto delle condizioni in cui versano le casse dello Stato. Con una differenza però: il proprietario pubblico può anche costruirsi un rendimento su misura per le proprie imprese, evidenziando così un'altra tipologia di conflitto di interessi.

La separazione è una buona idea

Per quanto riguarda invece l'auspicato progresso nella liberalizzazione del mercato elettrico, non si può che approvare l'idea di separare la nuova Terna, società che gestirà la rete di trasmissione di energia elettrica, da Enel, società largamente impegnata anche nella produzione e nella vendita di energia. La separazione proprietaria è la miglior garanzia contro comportamenti discriminatori nei confronti delle imprese nuove entranti sul mercato elettrico: senza separazione proprietaria la neutralità di Terna rispetto alle altre fasi del settore elettrico non è assicurata. Tuttavia il piano del Governo di privatizzare Terna lasciando a Enel una quota di proprietà pari al 20 per cento potrebbe non consentire di raggiungere tale obiettivo: il controllo dell'impresa può ottenersi anche con quote minoritarie del capitale sociale. E poiché il Governo mantiene tuttora il controllo di Enel, il Tesoro è destinato a trarre vantaggio come azionista dalla crescita dei profitti di Enel: tali profitti potrebbero ridursi se la completa separazione proprietaria favorisse più seriamente la crescita della concorrenza sul mercato dell'elettricità.

Le reazioni negative del Tesoro alla proposta tariffaria dell'Autorità per l'energia, che lascia margini perla diminuzione delle tariffe di distribuzione, dimostrano come nella nuova concezione dell'impresa pubblica ciò che conta sono i dividendi dell'azionista di Stato. (vedi Scarpa)