
Per il black-out di giugno potevamo lamentarci solo della carenza di energia, con quello di domenica scorsa dobbiamo constatare che in Italia anche la rete elettrica è fragile (Sulla delicatezza di questo nodo rinviamo al recente contributo di Kirchhoff su lavoce.info del 23-09-2003). Abbiamo, purtroppo, imparato qualcosa di nuovo. Resta il fatto che basta un piccolo incidente (in una centrale, in un "filo" che ci collega con l'estero, o dove volete voi) per metterci in crisi. E inizia il balletto delle responsabilità. È colpa del Governo, oppure dell'opposizione? La risposta è inevitabilmente complessa, ma possiamo anticipare che non è facile capire chi possa gettare la prima pietra.
Perché importiamo così tanto?
Cosa sia successo in parte è noto. Ciò che è meno noto è che fino a quattro-cinque anni fa chi allora gestiva la rete (Enel) riteneva che la rete operasse "in sicurezza" con importazioni non superiori a 2.500 megawatt: un incidente che avesse colpito un quantitativo di queste proporzioni, si poteva in qualche modo compensare.
La notte di sabato, con strutture di importazioni non molto diverse da quelle di allora, stavamo importando 6mila megawatt, che sono venuti meno in un attimo. E compensare una perdita di tale entità è ben altro problema.
Questo aumento è il frutto di diverse decisioni. Una fu presa nel 1999 dall'Autorità dell'energia (Scaricabile dal sito dell'Autorità all'indirizzo http://www.autorita.energia.it/docs/99/179-99.htm). Consentire un maggiore utilizzo delle interconnessioni con l'estero consente ai consumatori di disporre di più energia a basso prezzo. L'Autorità, di fronte al dilemma tra aprire il sistema a più energia e mantenere gli standard di sicurezza di allora, di fatto abbassò gli standard, lasciandoli però a livelli che sembravano comunque confortanti.
Non è però chiaro se questo basti a giustificare l'attuale utilizzo delle connessioni con l'estero, che avviene a livelli così distanti da quelli "tradizionali".
Da un lato, viene da pensare che alla radice di questo "uso eccessivo" di energia importata ci siano le pressioni dei grandi consumatori, che soprattutto grazie all'attuale Governo hanno accesso privilegiato a questa energia (Tema spinoso discusso da Kirchhoff su lavoce.info del 26-06-2003).
Dall'altro, resta poi da capire per quale ragione non siano scattati (in modo efficace) i piani di distacco dei grandi clienti, che possono acquistare energia a costo più basso proprio in cambio di una loro disponibilità a essere distaccati "in tempo reale", ovvero senza preavviso.
Anche tralasciando l'avventatezza di qualche passata dichiarazione (almeno nella versione giunta sulla stampa), chi amministra il sistema a livello tecnico o politico forse qualche chiarimento dovrebbe darlo.
Responsabilità di oggi e di ieri
I problemi del sistema elettrico italiano vengono da lontano. Le responsabilità "storiche" ci sono, e sono del pubblico, dei privati, della destra e della sinistra.
In primo luogo, solo da poco si parla seriamente di sistema elettrico a rischio.
Fino al 1999, il sistema elettrico italiano era controllato da Enel, che aveva il polso della situazione, che poteva veramente dire quale fosse la situazione.
Agli inizi degli anni Novanta la probabilità di black-out fu presa sul serio, e la risposta del mondo politico fu una pioggia di incentivi, molto generosi anche se poco razionali, alla produzione privata di energia elettrica. Era chiaro che se in Italia si fosse dato l'allarme sulla carenza di energia, le centrali sarebbero state costruite soprattutto dai piccoli produttori, non da Enel. E infatti Enel ha taciuto per molti anni.
Da quando il Decreto Bersani ha tolto a Enel la responsabilità della rete di trasmissione, le cose sono cambiate. La rete è fondamentale, non solo perché necessaria a collegare le diverse parti del sistema, ma perché è il punto di osservazione migliore per capire cosa funziona e cosa non funziona. È il luogo dal quale, se si vuole, si può pensare di programmare il sistema elettrico. Non a caso, da quando la rete è indipendente (il "Gestore", da poche settimane diretto da Andrea Bollino), gli allarmi sui rischi di black-out si susseguono.
In secondo luogo, anche grazie ai mancati allarmi del passato, in Italia si genera poca energia elettrica.
Il sistema di incentivi ai privati (il cosiddetto Cip6) è stato bloccato dopo qualche anno dall'Enel della gestione di Franco Tatò: se i privati volevano costruire centrali solo con il denaro pubblico, Enel cercava di tutelare le finanze pubbliche (e incidentalmente anche la propria posizione dominante). Il sistema elettrico nazionale, essendo un settore protetto, è stato visto come un luogo dove si generavano più rendite che kilowatt.
Lo sblocco del sistema ha avuto poi luogo grazie al recepimento della direttiva europea (il Decreto Bersani). Ma quando si prova finalmente a costruire, a fermare il tutto ci pensano gli enti locali (Sui quali ho già detto alcune cose su questo sito in occasione del precedente black-out "Gli enti locali ci regalano il black out"), le cui competenze ormai sono sterminate sia grazie a una riforma costituzionale (voluta dal centro sinistra) su questo tema a dir poco disattenta, sia grazie a leggi che negli anni Novanta hanno progressivamente decentrato poteri.
Il Governo sta cercando di rimettere ordine in tutto ciò con un decreto "sblocca-centrali" del febbraio 2002 e con il disegno di legge del ministro Antonio Marzano, in discussione da oltre un anno.
Se questa legge fosse già stata approvata , sarebbe cambiato qualcosa? Non gran che. Il black-out ci sarebbe stato comunque, perché nessuna legge può cambiare un sistema elettrico in un paio di mesi. Ma in ogni caso il rallentamento di quel disegno di legge, davvero eccessivo, è dovuto alla maggioranza e alle opposizioni.
Come giustamente aveva dichiarato prima dell'estate il relatore Stefano Saglia, deputato di An, su questo disegno di legge si sono messe all'opera diverse lobby, con temibili convergenze bipartisan.
Le responsabilità di tutto questo sono quindi ripartite abbastanza equamente. E anche se tutti ora strillano, non è finita qui.
Si pensi che l'allarme ha cominciato a essere lanciato quando il Gestore della rete è diventato un soggetto autonomo, di proprietà pubblica, e staccato dagli interessi di chi produce energia. Uno dei pilastri del disegno di legge Marzano nella sua attuale versione è proprio la fine della autonomia del Gestore della rete, che si vuole riconsegnare nelle mani delle imprese del settore, con una struttura di governance che consentirebbe a due o tre grandi produttori di controllarlo. Servono commenti?