
La diffusione dei dati di consuntivo Istat sull'andamento dell'economia italiana nel 2002 sembra avere alimentato soprattutto la polemica politica. E se la foga polemica fa sistematicamente premio sul rigore dell'analisi, è difficile anche per il lettore più informato orientarsi e trovare una risposta ad alcuni interrogativi di fondo. Come è andata effettivamente l'economia italiana nel 2002? In quale misura queste nuove informazioni comunicate dall'Istat incidono sulle prospettive per il 2003? Infine, come si raffronta la performance dell'economia italiana con quella degli altri Paesi industrializzati ?
Com'è andata nel 2002
Cominciamo con la prima domanda. L'Istat ci informa che nel 2002 l'economia italiana è cresciuta dello 0,4 per cento. È il dato più basso dal 1993, quando l'economia entrò in recessione e il Pil si contrasse dello 0,9 per cento (l'opposizione esagera quando parla del peggior dato degli ultimi venti anni). In ogni caso è un dato deludente non solo se messo a confronto con il passato, ma anche rispetto alle previsioni del Governo. Ma vi è di più. Se disaggreghiamo i dati del Pil scopriamo che pressoché tutta la crescita del 2002 è dovuta all'accumulo di scorte. Il Pil a prezzi costanti cresce infatti di 3.845 milioni di euro, mentre le scorte aumentano di 4.084 milioni. In assenza dell'accumulazione di scorte (che in un periodo di forte rallentamento economico è difficile pensare sia del tutto volontaria), la crescita del Pil sarebbe stata, seppur di poco, negativa. Nel contempo, la domanda interna ha un encefalogramma piatto: nonostante sussidi e incentivi, investimenti e consumi ristagnano (+ 0,5 e + 0,4 per cento rispettivamente), anche perché a tutt'oggi permangono troppi dubbi sulla sostenibilità degli sgravi fiscali concessi o promessi. In questo quadro piuttosto desolante, a fare la parte del leone sono i consumi collettivi, che crescono dell'1,7 in termini reali e del 4,1 per cento in termini nominali. Senza l'apporto delle scorte e dei consumi collettivi l'economia italiana avrebbe subito una vera e propria recessione: meno 0,3 per cento.
Le prospettive per il 2003
Le implicazioni di questa analisi per le prospettive del 2003 non sono molto rassicuranti. Crescono le scorte, ma la domanda interna rimane anemica. Le imprese italiane entrano quindi nel 2003 con i magazzini pieni e con una domanda interna che non dà segni di vitalità. È difficile pensare che prevalga in questa condizioni la volontà di accrescere produzione e occupazione. Vi è però un dato che potrebbe indurre a qualche ottimismo. Secondo l'Istat, il 2002 si è concluso con una inattesa accelerazione nel quarto trimestre, che si riflette in un trascinamento positivo per il 2003: se anche l'economia non crescesse più nei prossimi quattro trimestri, in media la crescita annua per il 2003 risulterebbe pari allo 0,5 per cento. Le inchieste dell'Isae registrano poi un seppur modesto miglioramento dell'umore di famiglie e imprese. I livelli di partenza degli indicatori di fiducia rimangono però piuttosto depressi. Inoltre, la Commissione europea ha previsto per tutta la Ue una crescita tra -0,1 e + 0,3 per cento nel primo trimestre 2003 e tra + 0,2 e + 0,5 per cento nel secondo. Se anche l'economia italiana si collocasse a metà di questa forchetta – un'ipotesi piuttosto ottimista considerando gli andamenti degli ultimi 15 anni -, difficilmente la crescita annua supererebbe di molto l'1 per cento. In conclusione, alla luce degli indicatori congiunturali relativi al 2003 finora disponibili, una stima prudenziale collocherebbe la crescita italiana per il 2003 intorno all'1 per cento. A due condizioni, però: che le ricadute economiche del conflitto nel Medio Oriente rimangano circoscritte e che l'Istat non riveda il profilo trimestrale della crescita nel 2002, riducendo la stima del trascinamento, come ha invece fatto in passato. Altrimenti, sarebbe inevitabile un ulteriore ridimensionamento delle previsioni per il 2003. In definitiva, la ripresa ripetutamente prevista e tanto auspicata difficilmente si materializzerà nel 2003. È un dato di cui dovrà tenere conto il nuovo quadro di previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica che verrà presentato dal Governo nelle prossime settimane.
La congiuntura internazionale
Passiamo quindi al terzo e ultimo quesito: in quale misura la congiuntura internazionale ha pesato sugli andamenti dell'economia italiana? È possibile attribuire le difficoltà della nostra economia al fatto che le cose vanno male anche negli altri Paesi? Il presidente del Consiglio ha sottolineato come, in fondo, nel 2002 l'Italia abbia fatto meglio di Paesi Bassi e Germania. Vero. Ma sempre nel 2002, la Francia è cresciuta dell'1,2 per cento (tre volte più dell'Italia), il Regno Unito dell'1,6 per cento (quattro volte più dell'Italia) e gli Stati Uniti di uno stellare (per noi) 2,4 per cento (sei volte più dell'Italia). E, secondo i dati diffusi da Eurostat, l'Unione europea è cresciuta dello 0,9 per cento, più del doppio dell'Italia. A conti fatti, è lo stesso differenziale che si è registrato in media nei "vituperati" anni Novanta.