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Non è ancora l'ora di brindare

di Francesco Daveri 13.02.2007
Le stime sulla crescita del Pil nel quarto trimestre sono molto buone. E con l'economia italiana nel suo complesso è tornata ad andare bene anche l’industria. Ma non è il momento di accontentarsi dei risultati ottenuti. Altrimenti, se si esaurisse la congiuntura positiva in Germania, tra qualche mese potremmo trovarci con l'amara sorpresa di non avere fatto "i compiti a casa". In fatto di trasporti ed energia, per esempio. E di disincentivi all'accumulazione derivanti dall'attuale struttura della tassazione del risparmio e del reddito d'impresa.

Le stime sulla crescita del Pil nel quarto trimestre sono molto buone. E con l’economia italiana nel suo complesso è tornata ad andare bene anche l’industria. Ma non è il momento di accontentarsi dei risultati ottenuti. Altrimenti, se si esaurisse la congiuntura positiva in Germania, tra qualche mese potremmo trovarci con l’amara sorpresa di non avere fatto i compiti a casa.

L’economia italiana e l’economia mondiale dopo il quarto trimestre 2006

Come riportato nell’ultima colonna della tavola 1, nel quarto trimestre 2006, l’economia italiana è cresciuta dell’1,1 per cento rispetto al trimestre precedente e del 2,9 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2005. È un risultato migliore delle attese, che pure già da qualche mese hanno cominciato a incorporare il miglioramento della situazione economica. È il dato congiunturale più positivo dal 1999. La rapida crescita del quarto trimestre porterà probabilmente l’economia italiana a un tasso di crescita medio per il 2006 di circa il 2 per cento su base annua.(1)
Sono dati ben diversi da quelli cui siamo abituati. Nel 2001-2005, la crescita media del Pil era infatti stata solo dello 0,6 per cento, meno di un terzo di quella attuale. E il dato è comunque migliore anche di quello medio per il periodo 1995-2005, che comprende sia gli anni a crescita rapida della new economy che quelli a crescita lenta dopo la crisi delle imprese dotcom, l’11 settembre e la recessione del 2004-05. Nel 1995-2005, la crescita media del Pil era stata di solo 1,3 per cento l’anno, più di mezzo punto percentuale meno che nel 2006.
Un’altra buona notizia che si apprende dalla tabella è che, nell’ultimo trimestre, l’economia italiana ha fatto meglio di tutti i principali partner europei, anche se non per l’anno nel suo complesso. Buone notizie arrivano in realtà da quasi tutti i paesi europei (e l’Italia continua anzi ad essere la più lenta nel gruppo). L’origine delle buone notizie non è misteriosa, però. Come dice il presidente della Bce Jean Claude Trichet, qualcuno che doveva farli – Germania e Italia – ha fatto, o cominciato a fare, i compiti a casa. Ma soprattutto l’economia mondiale va bene: il Pil mondiale è cresciuto del 5 per cento nel 2006 e le stime dicono che continuerà a farlo anche nel 2007. Anche l’economia americana sembra aver superato il rallentamento dei mesi precedenti.

Perché non accontentarsi

Daniel Gros ha efficacemente esposto le ragioni dell’ottimismo sul futuro dell’economia italiana. (2) Alle sue ragioni si può anche aggiungere che la ripresa del 2006 avviene in corrispondenza di un aumento del Pil del settore industriale. Si interrompe cioè una tendenza negativa in atto da diversi anni. Oggi il Pil dei paesi più ricchi è, per il 70 per cento e più, produzione di servizi. Ma la deindustrializzazione non implica la scomparsa del manifatturiero. La riduzione della quota di occupati manifatturieri in atto da decenni può (e deve) essere controbilanciata da aumenti della produttività. Proprio questo era mancato negli ultimi dieci anni, nei quali anzi il rallentamento della produttività nel manifatturiero ha contato per quasi due terzi nell’azzeramento nella crescita della produttività nell’economia italiana. (3)

Ci sono però tre ragioni che suggeriscono di non accontentarsi dei risultati ottenuti.
L’ambiente internazionale potrebbe diventare meno favorevole. La ripresa del quarto trimestre in Germania, per quanto trainata soprattutto dalle esportazioni, probabilmente include anche un temporanea anticipazione dei consumi di beni durevoli in vista dell’aumento dell’Iva in essere dal gennaio 2007. Quindi la Germania potrebbe rallentare, almeno nella prima parte dell’anno. E anche il deficit nella bilancia commerciale americana è un evergreen dei punti interrogativi sulla crescita futura: è sempre lì, anche se per ora non ha prodotto il temuto rapido deprezzamento del dollaro (e apprezzamento dell’euro) che indebolirebbe la crescita in Europa.
I trasporti e l’energia continuano a rappresentare tasse nascoste che impediscono alle imprese manifatturiere di ottenere risultati ancora migliori. I miglioramenti (citati da Gros nel suo articolo) registrati tra il 1998 e il 2003 negli indici Ocse di liberalizzazione dei mercati dei prodotti e dei servizi rendono apparentemente l’Italia uno dei paesi che ha "liberalizzato" di più negli anni scorsi. Ciò è in contrasto con la percezione comune. Gli indicatori dell’Ocse mostrano solo il risultato delle privatizzazioni senza liberalizzazione (o con liberalizzazione del commercio bloccata a livello locale) degli anni Novanta. Che poco hanno lasciato nelle tasche di imprese utilizzatrici e consumatori e molto nelle tasche dei produttori di servizi.
Infine, le alte tasse sul reddito di impresa continuano a scoraggiare la localizzazione di nuove attività imprenditoriali entro i nostri confini. In Italia le aliquote sui profitti societari sono al 33 per cento, maggiorate dell’Irap che pesa per il 4,25 per cento del costo del lavoro, degli interessi sul leasing e degli utili di partecipazione. La tassazione per le imprese che impiegano molti lavoratori può arrivare a superare il 50 per cento dei profitti societari. Nella Repubblica Ceca, molto più vicina all’appetibile mercato tedesco, l’aliquota sul reddito d’impresa è al 24 per cento. In Estonia è al 23 per cento e in ulteriore riduzione. E già la Macedonia pubblicizza un regime fiscale con imposte sugli utili al 10 per cento. Per essere competitiva, l’Italia non deve inseguire la Macedonia, ma affrontare con maggiore consapevolezza il problema dei disincentivi all’accumulazione derivanti dalla attuale struttura della tassazione del risparmio e del reddito d’impresa.

Tavola 1: Crescita del Pil - Stati Uniti, Europa e grandi paesi europei

Tassi di crescita, punti percentuali

 

2000-2005

1995-2005

2006

Quarto trimestre 2006

Quarto trimestre 2006

 

dati medi

dati medi

dato previsto

crescita sul trimestre precedente

crescita sul quarto trimestre 2005

USA

1.2

3.3

3.4

0.9

3.4

Eu-25

0.9*

2.3*

2.9

0.9

3.4

-- Italia

0.3

1.3

2.0

1.1

2.9

-- Germania

0.3

1.3

2.7

0.9

3.7

-- Francia

0.7

2.1

2.0

0.6-0.7

2.2-2.4

-- Spagna

1.1

2.7

3.5

1.1

4.0

Regno Unito

1.2

2.8

2.7

0.8

3.0

* Dato per Eu-25 non disponibile. Si riporta il dato per l’Eu-19, cioè l’Eu-15 più Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria

Fonti: Oecd Productivity Database (versione del 13/10/06); Istat, comunicato stampa del 13/2/2007; Eurostat, GDP flash estimates, News Release del 13/2/07


(1)
Uno dei misteri delle statistiche per il lettore non addetto ai lavori è come sia possibile che l’Istat diffonda i dati del quarto trimestre 2006 e invece nello stesso comunicato si apprende che la stima della crescita per l’anno 2006 sarà comunicata solo tra circa un mese. Come se l’anno non fosse la successione di quattro trimestri. Il problema è che, come si legge al sito dell’Istat, "la mancanza totale o parziale di alcuni indicatori alla data della stima preliminare comporta un ricorso a tecniche statistiche di integrazione. Di conseguenza, le stime preliminari trimestrali possono essere soggette a revisioni di entità superiore rispetto alle stime correnti, diffuse a 70 giorni dalla fine del trimestre.". Quindi per il dato definitivo bisogna aspettare ancora un po’.
(2) Gros ha sottolineato che il debito italiano, per quanto elevato, è in definitiva sostenibile anche a fronte di rialzi nei tassi di interesse con – a giudizio di Gros – marginali aumenti della pressione fiscale. Così sembrano pensarla anche i mercati finanziari che fanno pagare tassi molto simili sul loro debito al governo italiano e a quello tedesco. E anche l’andamento negativo della produttività degli ultimi anni potrebbe almeno parzialmente essere un temporaneo effetto statistico indotto dalla contabilizzazione dei lavoratori immigrati tra gli occupati regolari, regolarizzazione che dal lato del Pil era avvenuta in precedenza.
(3) Come discusso più estesamente in "Produttività e attrattività del paese: i nodi da sciogliere"(Quaderni del Centro Studi Confindustria), la crescita della produttività del lavoro nell’economia italiana è scesa da +2,3 nel 1980-95 a +0,5 punti percentuali nel 1995-05. Di questo rallentamento pari a circa –1,8 punti percentuali, circa 1,2 punti sono attribuibili al rallentamento nella crescita della produttività dei settori industriali.