
Negli ultimi tempi sembra diventato di moda indicare l’Italia come il malato d’Europa, e indulgere in scenari catastrofici: il paese va in default sul debito pubblico, esce dalla zona euro, e così via drammatizzando.
La tendenza si è affermata perché la maggior parte degli osservatori non guarda al di là dei titoli dei giornali, dai quali emerge che il paese ha essenzialmente tre problemi:
1. la finanza pubblica
2. la perdita di competitività
3. la mancanza di volontà di effettuare riforme
Tuttavia, da tutti e tre i punti di vista, uno sguardo più attento rivela che il problema, sebbene serio, non è talmente grave da giustificare il catastrofismo imperante.
Finanza pubblica
La debolezza chiave è che l’Italia ha un alto rapporto debito pubblico/Pil. In termini di deficit, la situazione non è così negativa. Il deficit dell’Italia è stato negli ultimi anni simile a quello della Francia o della Germania: la media per tutti e tre i grandi paesi della zona euro si è mantenuta tra il 3 e il 3,5 per cento del Pil nel periodo 2001-2006.
Quanto pesa il più alto livello di debito? Il rapporto debito/Pil dell’Italia è attualmente appena al di sotto del 110 per cento, circa 50 punti percentuali oltre il valore di riferimento di Maastricht del 60 per cento del Pil. Ciò rappresenta sicuramente un fardello per la politica fiscale, ma rimane gestibile nell’attuale contesto di bassi tassi di interesse. Con i tassi nominali attorno al 4 per cento, è sufficiente un 2 per cento di Pil in più di introiti fiscali per ottenere lo stesso deficit di un paese con un livello di spesa uguale, ma un livello di debito al 60 per cento del Pil. Considerato che le entrate fiscali rappresentano circa il 50 per cento del Pil nella maggior parte dei paesi membri, questo aggiuntivo fardello del 2 per cento del Pil dovrebbe essere sostenibile. La Francia, con un quoziente di debito molto più basso, al di sotto del 70 per cento del Pil, ha un rapporto molto più elevato fra tasse e Pil.
Sembra anche limitato il pericolo che sorgano difficoltà di breve periodo per rifinanziare il debito pubblico a tassi ragionevoli, poiché la maggior parte del debito italiano è in strumenti a lungo-termine. Gli spread rispetto alla Germania sono rimasti costantemente molto bassi, suggerendo che i mercati finanziari non prevedono un serio rischio di default.
Perdita di competitività
Si dice spesso che l’Italia ha perso competitività perché costi e prezzi sono cresciuti più della media del resto della zona euro, e in particolare molto più che in Germania.
Finora, la maggior parte degli osservatori si è concentrata su una delle varie misure della competitività, il costo unitario del lavoro. E questo indicatore sembrerebbe suggerire che, se si paragonano Italia e Germania, la perdita di competitività ammonta a oltre il 30 per cento a partire dall’avvio dell’unione monetaria.
Tuttavia, il dato esagera le dimensioni del problema. Infatti, non ci si rende sufficientemente conto che solo una parte della perdita di competitività deriva da salari più elevati, mentre una parte importante è dovuta alla minore crescita della produttività (misurata). Inoltre, le stime ufficiali della produttività sono probabilmente inficiate dai recenti sviluppi sul mercato del lavoro italiano: l’occupazione è cresciuta in maniera regolare nel corso degli ultimi anni e la maggior parte degli esperti concordano nell’attribuire larga parte del fenomeno alla regolarizzazione di rapporti di lavoro in nero. Le statistiche sulla produzione italiana incorporano già una correzione per l’economia sommersa, quindi la regolarizzazione dell’occupazione informale porterà a una inferiore produttività misurata e a più alti costi unitari del lavoro. Ma ciò significa che nel caso dell’Italia è fuorviante misurare la perdita di competitività usando i costi relativi unitari del lavoro.
I livelli salariali relativi potrebbero rappresentare un indicatore più appropriato, dato che una diretta comparazione dei salari potrebbe fornire una buona approssimazione della competitività, se la produttività cresce ovunque allo stesso ritmo. Guardando solo ai costi salariali per persona, la perdita di competitività misurata è effettivamente molto più ridotta, "solamente" la metà, cioè il 15 per cento circa.
Prendendo una misura più larga di competitività dei prezzi (piuttosto che la competitività dei costi), cioè il Cpi, si ottiene un quadro ancor meno preoccupante: a partire dal 1998, l’indice dei prezzi al consumo in Italia è cresciuto solo del 5 per cento più che in Germania, come dimostra il grafico 1.
Grafico 1

Fonte: Ameco
L’indice dei prezzi al consumo potrebbe in effetti rivelarsi la misura più significativa della competitività. Numerosi studi indicano che la performance del commercio internazionale può essere meglio spiegata dai prezzi al consumo relativi, perché il costo del lavoro rappresenta solo una minima parte dei costi totali, dato che le imprese esportatrici devono acquistare molti servizi come componenti dei loro prodotti. L’andamento delle esportazioni italiane è in linea con questa interpretazione. Nell’ambito dell’area euro, la fetta di esportazioni italiane sul totale è diminuita leggermente, ma non più di quella della Francia, come dimostra il grafico 2.
Grafico 2

Fonte: nostre elaborazioni su dati Ameco
Refrattarietà alle riforme?
Infine, si afferma che il sistema politico italiano è incapace di intraprendere le riforme necessarie per adeguare il paese alle sfide della globalizzazione e dell’euro. È innegabile che i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi dieci anni non siano stati capaci di attuare riforme incisive, ma ci sono due elementi che suggeriscono che, sotto la superficie, si siano verificati importanti cambiamenti. .
Un primo segnale positivo arriva dall’indicatore Pmr, che misura le riforme del mercato dei prodotti, pubblicato dall’Ocse. Ci dice che l’Italia ha fatto considerevoli passi avanti dall’inizio dell’UEM. Se paragoniamo l’indicatore italiano con quello degli altri paesi della zona euro, comprese Francia e Germania, i progressi sono stati addirittura più veloci. Più rapidi, ad esempio, della Spagna, che pure è spesso additata come un paese dinamico nel cammino delle riforme. Ciò non toglie che l’Italia sia ancora in generale più pesantemente regolamentata rispetto agli altri paesi, perché il punto di partenza era molto peggiore. Ma un’analisi dettagliata dell’indicatore Pmr mostra che esiste anche un’area, quella dei regolamenti amministrativi, nella quale sembra essere divenuta più liberale della Germania. Rimane ancora un certo distacco rispetto alle altre grandi economie della zona euro, ma si sta riducendo in maniera relativamente veloce.
Tabella 1: Riforme strutturali
|
Product market regulation |
Administrative regulation |
Economic regulation |
|||||||
|
1998 |
2003 |
Change |
1998 |
2003 |
Change |
1998 |
2003 |
Change | |
|
France |
2.5 |
1.7 |
0.8 |
3.2 |
1.6 |
1.6 |
2.8 |
2.3 |
0.5 |
|
Germany |
1.9 |
1.4 |
0.5 |
2.5 |
1.9 |
0.6 |
2.2 |
1.8 |
0.4 |
|
Italy |
2.8 |
1.9 |
0.9 |
3.1 |
1.6 |
1.5 |
3.7 |
2.6 |
1.1 |
|
Spain |
2.3 |
1.6 |
0.7 |
2.8 |
2.0 |
0.8 |
2.5 |
2.1 |
0.4 |
Fonte: nostre elaborazioni su database Pmr-Oecd
Un altro elemento positivo arriva dal mercato del lavoro, dove la situazione è in continuo miglioramento. Nell’ultimo decennio, la disoccupazione (misurata) è calata costantemente. Dieci anni fa, il tasso di disoccupazione dell’Italia era fermo al di sopra della media della zona euro, e circa tre punti percentuali al di sopra di quello della Germania. Oggi l’Italia fa leggermente meglio della media della zona euro, con un tasso che è di circa il 2 per cento inferiore a quello della Germania, come illustra il grafico 3.
Grafico 3

Tutto sommato, si può quindi concludere che, sebbene l’Italia si trovi ancora di fronte a formidabili sfide, la sua economia non versa in condizioni tanto gravi da considerare il paese un caso senza speranza.
* Una versione più breve dell'articolo è apparsa sul Financial Times dell' 8 febbraio. La stesura italiana, rivista e ampliata rispetto alla versione inglese, è stata curata dallo stesso autore.