
L’esigenza di trasparenza sui risultati degli studi di settore non è più eludibile. Negli ultimi mesi sono state poste le premesse per farli funzionare meglio. Ma una pacata valutazione dei possibili, e auspicati, esiti futuri non può prescindere da alcuni dati basilari, senza i quali il rischio è quello di continuare a dare numeri senza fornire informazioni.
Gli studi di settore prima della manovra di luglio
Nella tabella 1 sono riportati gli esiti dell’applicazione degli studi di settore a una platea di 3.193.175 imprese e professionisti nel 2004. Di questi, i soggetti in contabilità semplificata sono 1.567.394 (49,1 per cento) e rappresentano il 15,6 per cento dei ricavi dichiarati; il 18,6 per cento dei ricavi dei non congrui totali; il 24,5 per cento di quello che richiede il software Gerico; e infine il 61 per cento di tutto l’adeguamento effettuato. 
Le contabilità semplificate rappresentano le imprese che possono essere accertate con lo strumento degli studi di settore e, dunque, hanno l’interesse ad adeguarsi preventivamente per evitare il rischio di un controllo. Con i provvedimenti del luglio scorso (Ddl 223) si è posto fine a questa restrizione logica, che derivava dai principi ispiratori della riforma del 1971-73: anche le imprese in contabilità ordinaria, cioè il 75 per cento dei ricavi dichiarati, saranno accertabili, rendendo più efficace l’argomento della deterrenza preventiva. Si rifletta sul fatto che sono occorsi quindici anni per realizzare qualcosa che era stato chiesto dal Secit nel 1991. (1)
Se dalla platea precedente estrapoliamo solo gli studi revisionati nel 2004, limitandoci alle imprese, otteniamo la tabella 2. Il peso delle contabilità semplificate sfiora ora il 20 per cento. L’ammontare complessivo richiesto a tutta la platea dal software Gerico è di 10.222 milioni di euro e 1.747 milioni rappresenta l’adeguamento effettuato dalle imprese (il 17,1 per cento di quanto richiesto). Il 71 per cento dell’adeguamento proviene dalle contabilità semplificate. Nel complesso le imprese che si sono adeguate hanno versato 235 milioni di euro di Iva e altri 84 milioni a titolo di Irap e imposte dirette. Le cifre riassunte rappresentano il comportamento osservato nel 2004, la base per i calcoli della Finanziaria relativi alla nuova coerenza.
La nuova coerenza
Come ha ricordato Alessandro Santoro, la Finanziaria 2007 ha potenziato gli studi di settore inserendo una nuova coerenza intesa in senso meno permissivo. Questa linea ha prevalso su un’altra, che suggeriva di introdurre l’adeguamento annuale di alcuni parametri monetari dal momento che gli studi invecchiano rapidamente e quei contribuenti che intendono persistere in comportamenti evasivi imparano alla svelta a neutralizzarli.
Santoro, e altri commentatori, osservano che la Finanziaria 2007 vuole marcare una svolta importante rispetto al recente passato e ha un risvolto finanziario interessante anche in termini di maggiori entrate. Le maggiori entrate scaturirebbero dalla crescita delle imprese non congrue sul totale della platea (nuova coerenza); dalla conseguente crescita dei ricavi attesi formulata dalla nuova versione del software Gerico; dalla crescita dell’adeguamento in dichiarazione rispetto ai livello documentati nelle tabelle e conseguente crescita additiva del gettito.
Ma questo risultato non lo si ottiene automaticamente, per il solo fatto di aver introdotto una nuova norma. È questa la differenza logica fondamentale tra gli studi di settore e i tradizionali strumenti di politica tributaria: qui la componente di gestione dei modelli statistici e di predisposizione degli indicatori è preponderante rispetto alle variazioni normative. Riemerge, pertanto, il ruolo cruciale della Sose, la Società per gli studi di settore. Dovrà garantire non solo il generico inserimento dei nuovi indicatori di coerenza, ma anche che questi riescano ad ampliare la base imponibile, contenendo la crescita dei costi: un obiettivo che la Sose non ha mai conseguito.
Un paradosso da risolvere
Giova riflettere sui grafici seguenti. Mutatis mutandis riassumono una dinamica che si riscontra un po’ ovunque nei diversi settori di attività economica. Alla crescita della congruità nel corso del tempo, ha corrisposto la divaricazione tra andamento dei ricavi, comprensivi di adeguamento, e andamento del reddito tassabile. Si vede bene che la revisione del 2004 inverte la rotta, ma recupera solo in parte il terreno perso. Si arriva, dunque, al paradosso: dal 2000 al 2003 avere avuto più contribuenti congrui, sia naturali che per adeguamento, in un certo settore di attività economica equivale a crescita dell’evasione nel medesimo settore. Ciò si verifica perché gli studi di settore sono impotenti nella determinazione del reddito imponibile ai fini Irap e delle imposte dirette, essendo concepiti per determinare unicamente i ricavi delle piccole imprese. Pertanto, se si vorranno conseguire gli ambiziosi risultati che il presidente Prodi ha più volte richiamato e di cui la Finanziaria 2007 è solo il primo passo, deve essere risolto in maniera definitiva il paradosso dei costi: non entrano nella regressione che determina i ricavi, ma intervengono nella determinazione della base imponibile. Rimane poi irrisolta la questione dell’inserimento di un meccanismo di adeguamento annuale dei principali indicatori monetari, per evitare una dinamica a denti di sega.


(1) La valutazione sui maggiori ricavi e redditi che le imprese e professionisti in contabilità semplificata avrebbero dovuto dichiarare per il 1989 in base ai coefficienti presuntivi "porta a suggerire come prima misura una estensione dell’area soggetta a regime presuntivo. Tale estensione dovrebbe avvenire indipendentemente dal regime contabile e dalla natura giuridica adottati dai soggetti che rientrino in un determinato volume di ricavi, opportunamente riconsiderato". Vedi "La relazione del Secit ai coefficienti presuntivi", in Notiziario fiscale, pag. 93, dicembre 1999, ministero delle Finanze.
L’articolo a firma di Roberto Convenevole e Stefano Pisani sulle contraddizioni intrinseche ai meccanismi metodologici degli studi di settore merita una riflessione.
Gli autori puntano il dito sull’incapacità degli studi di far emergere, insieme ai ricavi, anche maggior reddito per effetto del cosiddetto paradosso dei costi, secondo il quale "i costi non entrano nella (funzione di) regressione che determina i ricavi, ma intervengono nella determinazione della base imponibile."
L’osservazione si basa sul fatto che solo una parte dei costi (materie prime, personale, ecc.) entra nella funzione di regressione, mentre tutti i costi concorrono a determinare il reddito d’impresa.
In tal modo la funzione di regressione, fondamento dello studio di settore, se da un lato permette di spingere verso l’alto i ricavi, dall’altro si mostra inadeguata non tanto a divaricare la forbice tra costi e ricavi ma addirittura a lasciarla invariata, con evidenti svantaggi per l’amministrazione finanziaria.
Per sostenere la loro tesi gli autori utilizzano la serie storica dei ricavi medi (comprensivi di adeguamento) e dei redditi medi del settore della ristorazione nel periodo 2000-2004 da cui emerge una correlazione inversa tra dinamica dei ricavi e dinamica dei redditi.
Trascurando, almeno per ora, ogni considerazione sull’implicita correlazione positiva tra costi e ricavi non solo nell’ambito del modello di regressione ma anche e soprattutto nei reali processi gestionali delle aziende preme, in questa sede, porre l’accento sui limiti dell’approccio adottato dagli autori.
Il loro punto di vista pare eccessivamente autorefenziale, ovvero tutto interno all’osservazione dei meccanismi statistico-matematici degli studi, e trascura invece, almeno due questioni.
La prima.
L’emersione di costi, in coerenza a quella dei ricavi, genera effetti positivi non solo sul piano socio-economico (regolarizzazione del lavoro, qualificazione della concorrenza, ecc.) ma anche sul piano fiscale e contributivo. Mettere in bilancio maggiori costi del personale o di acquisti di materie prime, o tutte e due le cose insieme, è un’operazione contabile che trae origine da comportamenti più trasparenti e, soprattutto, disvela una nuova struttura d’impresa.
La seconda.
L’analisi degli autori non sembra tenere in alcun conto il contesto economico nel quale le imprese operano. Ed infatti, la congiuntura economica degli ultimi quattro anni non fa neppure da sfondo alle argomentazioni sull’andamento divergente tra redditi e ricavi.
Eppure giova ricordare che la citata crescita dei ricavi è stata generata dall’applicazione del modello statistico su cui si fondano gli studi di settore, non già dagli impulsi provenienti dal mercato, che invece, sono stati di segno opposto.
Se avessero considerato la congiuntura avrebbero rilevato che il comparto della ristorazione ha attraversato, in quegli anni, una crisi assai profonda.
Nel periodo 2000-2004, come è facilmente verificabile per mezzo dei dati di contabilità nazionale, valore aggiunto, produttività e risultato lordo di gestione hanno subito significative battute d’arresto.
VALORE AGGIUNTO (mln. di euro a prezzi 2000)

PRODUTTIVITA’ (var. % sull’anno precedente)

RISULTATO LORDO DI GESTIONE UNITARIO

Il comportamento delle imprese non è, dunque, indifferente alle reali dinamiche del mercato. La crescita, su base statistica, di ricavi e costi nell’ambito di una fase non espansiva del ciclo economico genera effetti negativi proprio sul reddito.
Ma c’è un’altra questione, questa sì paradossale, che merita di essere indagata. Riguarda la crescita, nonostante la sfavorevole dinamica congiunturale, del numero delle imprese del settore.
Secondo i dati del sistema Asia nel periodo 2001-2004 il numero delle imprese del comparto "Alberghi e ristoranti" è cresciuto di oltre 7mila unità, attribuibile quasi interamente alle sole componenti della ristorazione.
L’aumento dei livelli di competitività non ha determinato, come in genere dovrebbe accadere, razionalizzazione dell’offerta ma addirittura il suo opposto. La spiegazione è che nei settori composti da micro-imprese, perlopiù a conduzione familiare, l’attività è fonte di reddito da lavoro piuttosto che da capitale, con la conseguenza che le imprese restano sul mercato anche quando divengono marginali.
Sarebbe interessante verificare, sempre con i dati degli studi di settore, la dinamica ricavi-redditi in un comparto come quello delle costruzioni che ha potuto beneficiare, negli ultimi anni, degli effetti di un ciclo economico fortemente espansivo.
Se alla crescita dei ricavi medi avesse corrisposto, anche in questo comparto, una flessione dei redditi medi allora saremmo in presenza di un corto circuito che indurrebbe a riconsiderare, sotto luce diversa, le simulazioni di Convenevole e Pisani.
Se, invece, le cose fossero andate diversamente, e cioè alla crescita dei ricavi avesse corrisposto almeno una tenuta, se non un aumento, dei redditi dovremmo ritenere, allora, che il fattore K sta proprio nella fase del ciclo economico e non nei limiti metodologici degli studi di settore.
Personalmente ritengo che la seconda ipotesi sia quella più vicina alla realtà.