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Un rientro dal lato sbagliato

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 01.10.2006
L’Italia ha un problema di spesa pubblica eccessiva. Nell’ultimo decennio quella primaria (al netto degli interessi) è cresciuta di 3 punti rispetto al Pil. Il Governo ne era ben conscio, e lo aveva indicato nel Dpef. Ma la Finanziaria varata dal Consiglio dei Ministri aumenta le entrate anziché tagliare le spese. Secondo le nostre stime, la copertura della manovra è composta fino all’84% da entrate aggiuntive. Servirà a farci rientrare nell’ambito dei parametri di Maastricht. Ma non eviterà che tra dodici mesi gli stessi problemi si ripresentino. Inquietante poi l'operazione sul Tfr

I numeri della manovra

In attesa che vengano resi pubblici la nota di variazione al Dpef e la Relazione Previsionale e Programmatica, proviamo a riassumere, sulla base delle informazioni disponibili, gli effetti macroeconomici della manovra.
Al Governo servivano 14,8 miliardi di euro di aggiustamento netto per riportare il deficit tendenziale nel 2007 dal 4 al 2.8 percento, rispettando gli impegni presi con l’Unione Europea. La manovra è molto più consistente (33,4 miliardi) perché altri 18,6 miliardi servono a finanziare scelte discrezionali di politica economica. Si tratta di un insieme di misure – definite col termine equivoco "politiche a sostegno dello sviluppo" – tra le quali rientrano sia il taglio del cuneo fiscale che semplici iniziative di spesa, come il rifinanziamento dei cantieri e delle ferrovie dello Stato, il rinnovo del contratto del pubblico impiego, nuovi finanziamenti alle Poste, la missione in Libano nonchè dotazioni a vari "fondi" pubblici a disposizione dei singoli ministeri, come il fondo infrastrutture, il fondo per la famiglia, quello dell’occupazione, etc.. Il Governo raccoglie queste risorse senza ricorrere ad una tantum. Ma utilizza misure di finanza creativa, come il trasferimento all’Inps dei flussi di Tfr che i lavoratori non dirotteranno ai fondi pensione. Discutibile inoltre l’inserimento nella manovra di entrate (per più di 7 miliardi) da misure anti-evasione e anti-elusione, per loro natura difficili da quantificare.

La vera sfida

Come non avevamo mancato di rimarcare su questo sito, la vera sfida della Finanziaria era quella sulla qualità dell’aggiustamento, la sua composizione tra maggiori entrate e minori spese. Temevamo un leggero sbilanciamento dell’aggiustamento a favore delle entrate. Ci siamo sbagliati. Lo sbilanciamento a favore delle entrate non è leggero: si va ben oltre il 50% paventato qualche giorno fa. E solo in rari casi si sono attivati meccanismi virtuosi che porteranno a risparmi crescenti nei prossimi anni. Quindi si è fatto pochissimo per riprendere controllo della spesa pubblica.
La tabella qui sotto cerca di riassumere i dati sulla composizione della manovra, sulla base delle informazioni disponibili. Non è possibile quantificare il contributo delle entrate con precisione dato che parte di queste (o dei risparmi) non dipende dal Governo, ma da come gli enti locali utilizzeranno i maggiori margini di autonomia impositiva loro concessi. Nel caso in cui gli enti locali rispettassero i vincoli imposti dal Patto di Stabilità interno e dall’accordo sul contenimento della spesa sanitaria per metà con tagli di spesa e per metà con incrementi delle tasse (facendo, dunque, molto meglio delle amministrazioni centrali dello stato) le entrate contribuirebbero per ben 24 miliardi alla manovra, limitando i tagli alla spesa a soli 9 miliardi. Ciò significa un contributo delle entrate superiore al 70 percento della manovra complessiva e, comunque, mai inferiore al 64%. Ma la percentuale potrebbe essere anche più alta, arrivare fino all’84%.

Il contributo delle entrate alla manovra in diversi scenari

Scenari Diversi

 

Aggiustamento Lordo

Solo tagli a livello locale

Scenario intermedio

Solo entrate a livello locale

Comparto Stato (1)

11,9

7,0

7,0

7,0

Enti Locali (2)

4,7

0,0

2,4

4,7

Sanità (3)

3,0

0,5

1,5

2,5

Previdenza (4)

9,5

9,5

9,5

9,5

Entrate Fiscali (5)

4,2

4,2

4,2

4,2

Totale

33,3

21,2

24,6

27,9

Contributo entrate (%)

 

64%

74%

84%

(1) Entrate da studi di settore,inasprimenti controlli.

(2) Entrate da addizionali di imposte applicate dagli enti locali.

(3) Entrate da incrementi di ticket sulle prestazioni sanitarie e addizionali Irpef per regioni che non rispettano l'accordo.

(4) Entrate da trasferimento Tfr all'Inps, allineamento aliquote di computo e aliquote contributive, aumento contributi co.co.pro.

(5) Entrate da armonizzazione tassazione rendite finanziarie, revisione imposte catastali...

Questo sbilanciamento dal lato delle entrate si deve al contributo delle amministrazioni centrali dello stato alla manovra: almeno 7 miliardi provengono dagli studi di settore e da inasprimenti dei controlli fiscali, mentre la manovra sulla previdenza consiste pressoché interamente nel trasferimento del Tfr all’INPS (5,3 miliardi, di cui discutiamo sotto) e nell’aumento dei contributi previdenziali, volto a riallineare aliquote di computo ed aliquote effettive, coerentemente con il metodo contributivo adottato nel 1996. Per il pubblico impiego sono state accantonate generose risorse per il rinnovo dei contratti, in cambio di una generica promessa sindacale a "riformare il comparto".
L’operazione sul cuneo fiscale agisce sull’Irap e non sui contributi previdenziali. Si tratta di una scelta condivisibile. Più discutibile invece la distribuzione temporale dello sgravio. Immediato per i cittadini e diluito nel tempo per le imprese. 
Torneremo sugli effetti distributivi della riforma dell’Irpef. Sembra favorevole agli individui con redditi inferiori ai 40.000 euro. Più complesso valutare il suo effetto sui bilanci delle famiglie.

TFR: i debiti sono debiti

Il lato più inquietante della manovra, quello che la avvicina di più alle tante operazioni di finanza creativa varate nella scorsa legislatura, consiste nel trasferimento all’Inps (e poi ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture) della parte di trattamento di fine rapporto (Tfr) accumulato dagli individui ogni anno, e non dirottato ai fondi pensione. Si tratta, in altre parole, di un prestito forzoso per finanziare spese infrastrutturali ottenuto trasferendo dalle imprese allo stato un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti che non eserciteranno l’opzione di trasferire il Tfr ai fondi pensione.
Come discusso altrove questa misura rischia di diventare la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia perché indurrà questo Governo e quelli successivi ad ostacolare in tutti i modi i flussi verso i fondi pensione (significa meno entrate per lo Stato). Dunque e’ un’operazione che va svantaggio dei lavoratori più giovani, quelli che hanno maggiormente bisogno di previdenza integrativa per garantirsi un reddito adeguato quando andranno in pensione.
L’operazione porta un beneficio temporaneo per i conti pubblici (perché inizialmente vi sono solo entrate, vale a dire i flussi di Tfr), ma crea un debito crescente dello Stato nei confronti dei lavoratori, scaricando i costi sulle gestioni future. Le liquidazioni, infatti, prima o poi dovranno essere pagate offrendo un rendimento che oggi è solo lievemente più basso di quello offerto da titoli pubblici relativamente liquidi, come i Bot. Sul piano dei conti pubblici, si otterrebbe perciò una riduzione dell'indebitamento, ma non necessariamente del debito pubblico. Infatti, è difficile che il debito associato al Tfr possa essere considerato come debito implicito, soprattutto perché è esigibile dal lavoratore. Le imprese iscrivono il Tfr come passività nello stato patrimoniale. Perché non dovrebbe lo stato fare altrettanto? I debiti sono debiti. Speriamo che Bruxelles, come in passato, bocci questa operazione di finanza creativa.