
Una delle maggiori debolezze del Patto di Stabilità e Crescita è il modo con cui tratta gli investimenti pubblici. Applicando le regole del Patto ad un misura del bilancio pubblico da cui venissero esclusi gli investimenti netti (dedotti cioè gli ammortamenti e gli oneri da interessi), avrebbe i seguenti vantaggi:
Déficit pubblici consentiti secondo la regola modificata del Patto (% del Pil)
|
|
Deficit effettivo |
Investimento lordo |
Deficit consentito |
n* |
Deficit consentito in regime permanente |
|
Belgio |
0,1 |
1,6 |
0,1 |
2,1 |
0,6 |
|
Germania |
3,8 |
1,6 |
0,1 |
1,6 |
0,5 |
|
Grecia |
1,3 |
3,7 |
2,2 |
3,1 |
0,9 |
|
Francia |
2,7 |
3,4 |
1,9 |
2,6 |
0,8 |
|
Irlanda |
1,0 |
4,5 |
3,0 |
7,4 |
2,2 |
|
Italia |
2,4 |
2,0 |
0,5 |
2,3 |
0,7 |
|
Olanda |
0,8 |
3,4 |
1,9 |
2,9 |
0,9 |
|
Austria |
1,8 |
1,2 |
- 0,3 |
1,8 |
0,5 |
|
Portogallo |
3,4 |
3,8 |
2,3 |
3,1 |
0,9 |
|
Finlandia |
- 3,6 |
2,6 |
1,1 |
2,9 |
0,9 |
|
Spagna |
0,0 |
3,4 |
1,9 |
3,1 |
0,9 |
Non sappiamo se questa nostra idea si farà strada (per chi volesse saperne di più rimandiamo a Blanchard-Giavazzi 2002) anche se è una delle modifiche del Patto prese in considerazione dall'Ecofin. Speriamo che lasi tenga presente, non solo perché trattare gli investimenti alla stregua della spesa corrente è sbagliato, ma soprattutto perché è il solo modo per evitare un'ulteriore contrazione dell'economia tedesca.
A prima impressione, la proposta di Francesco Giavazzi e Olivier Blanchard sembra avere una certa logica, a parte le difficoltà che si incontrerebbero nel passare da investimenti lordi ad investimenti netti e nel definire precisamente quando una spesa pubblica è un investimento. Ma, ripensandoci, c'è un aspetto di carattere teorico della proposta che solleva delle perplessità.
Chi paga e chi beneficia degli investimenti
Assumiamo che un paese abbia i suoi conti pubblici sempre in equilibrio secondo le regole di Maastricht ora in vigore. Come si sa queste regole non permettono l'esclusione degli investimenti dalla spesa pubblica. Assumiamo che questo paese ogni anno abbia sempre fatto degli investimenti pubblici.
Ciò implica che i cittadini di oggi e quelli di ieri hanno pagano pienamente e correntemente per gli investimenti pubblici.
Giavazzi e Blanchard ci dicono che questo non è corretto (e forse è anche ingiusto) perché i costi per gli investimenti pubblici di oggi dovrebbero essere compartiti dai cittadini del futuro dal momento che questi investimenti contribuiranno alla crescita futura dell'economia e quindi aumenteranno i redditi dei cittadini futuri. Questo è essenzialmente l'argomento per la golden rule.
Il problema con questo ragionamento è che, quando la golden rule viene introdotta, i cittadini di oggi potranno trasferire da quel momento buona parte dei costi dei nuovi investimenti pubblici sui cittadini del futuro (perché i cittadini del futuro pagheranno i debiti per il costo degli investimenti), ma continueranno a ricevere i benefici che derivano dai sacrifici fatti dai cittadini del passato perché quei cittadini avevano pagato pienamente e correntemente con le loro tasse le spese per gli investimenti pubblici fatti nel passato.
Questi investimenti passati hanno presumibilmente contribuito a produrre redditi più alti per i cittadini di oggi e di domani.
La conclusione è che, se anche le ragioni avanzate da Giavazzi e Blanchard fossero valide, queste ragioni giustificherebbero un cambiamento delle regole di Maastricht se il mondo cominciasse oggi ma non quando il gioco è cominciato nel lontano passato.
Come si direbbe da questa parte dell'Atlantico, spesso "non è corretto cambiare le regole mentre una partita è già in corso".