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Come migliorare il Patto

di Francesco Giavazzi e Olivier Blanchard 26.11.2002
Una delle debolezze del Patto è il modo con cui tratta degli investimenti pubblici. Bene escludere gli investimenti netti dal computo del deficit di bilancio, propongono Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi che forniscono alcune stime dei deficit ammissibili secondo la regola di bilancio modificata. Secondo Vito Tanzi, tuttavia, non è giusto trasferire costi sulle generazioni future cambiando le regole di Maastricht "in corso d'opera".
Come migliorare il Patto di Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi

Una delle maggiori debolezze del Patto di Stabilità e Crescita è il modo con cui tratta gli investimenti pubblici.  Applicando le regole del Patto ad un misura del bilancio pubblico da cui venissero esclusi gli investimenti netti (dedotti cioè gli ammortamenti e gli oneri da interessi), avrebbe i seguenti vantaggi:

  • Si correggerebbe un errore economico intrinseco al modo con cui  il Patto è stato redatto.  Un'impresa non imputa la totalità dei costi di un progetto di investimento ad un solo esercizio.  Un investimento comporta ricavi futuri: dunque è giusto che il suo costo venga ripartito su più anni, ricalcando la distribuzione nel corso del tempo dei ricavi futuri.  Gli investimenti lordi nei 12 paesi dell'Unione monetaria sono in fase calante dalla metà degli anni '70.  E l'investimento è diminuito di uno 0,8% del Pil nella fase di convergenza all'euro (1993-7).  Oggi l'investimento netto è vicino allo zero in paesi come l'Austria, il Belgio, la Germania e l'Italia.
  • Si renderebbero i conti pubblici più trasparenti.  In diversi paesi l'incapacità di trattare diversamente gli investimenti pubblici dalla spesa corrente ha spinto a far fuoriuscire queste spese dal perimetro del bilancio dello Stato.  L'Italia, ad esempio, ha messo in piedi un'agenzia, posseduta al 100% dallo Stato, ma il cui bilancio non è consolidato nei conti pubblici, la cui missione è quella di finanziare gli investimenti pubblici.  Questo toglie trasparenza al bilancio pubblico perchè queste agenzie non hanno limiti di indebitamento, emettono obbligazioni garantite dallo Stato, mentre tuttavia queste  garanzie non vengono iscritte al bilancio dello Stato.  Dunque il debito emesso da queste agenzie non viene considerato debito pubblico.
  • Si darebbe ai paesi membri una maggiore flessibilità a breve termine.  Forniamo qui sotto alcune stime dei deficit pubblici che sarebbero stati ammissibili nel 2002 escludendo gli investimenti netti dai saldi di bilancio.   La prima colonna mostra il deficit effettivo.  La seconda l'investimento pubblico in proporzione al Pil.  La terza il deficit ammissibile nel 2002 con la regola che proponiamo.  Infine, l'ultima colonna, mostra il deficit autorizzato in regime permanente, ipotizzando uno stock di capitale pubblico pari al 30% del Pil e che l'economia cresca al tasso potenziale di cui alle stime della Commissione Europea, riportate nella quarta colonna. Per beneficiare della regola modificata, i paesi dovrebbero aumentare significativamente i loro investimenti pubblici.  Ad esempio, la Germania secondo le regole attuali avrebbe dovuto fare un aggiustamento con riduzione delle spese correnti per lo 0,8% del Pil.  Con le nuove regole, potrà compensare questa riduzione della spesa corrente con un incremento dello stesso ammontare degli investimenti pubblici. 

Déficit pubblici consentiti secondo la regola modificata del Patto (% del Pil)

 

 

 

Deficit effettivo

Investimento lordo

 

Deficit consentito

 

n*

Deficit consentito in regime permanente

Belgio

0,1

1,6

0,1

2,1

0,6

Germania

3,8

1,6

0,1

1,6

0,5

Grecia

1,3

3,7

2,2

3,1

0,9

Francia

2,7

3,4

1,9

2,6

0,8

Irlanda

1,0

4,5

3,0

7,4

2,2

Italia

2,4

2,0

0,5

2,3

0,7

Olanda

0,8

3,4

1,9

2,9

0,9

Austria

1,8

1,2

- 0,3

1,8

0,5

Portogallo

3,4

3,8

2,3

3,1

0,9

Finlandia

- 3,6

2,6

1,1

2,9

0,9

Spagna

0,0

3,4

1,9

3,1

0,9

Non sappiamo se questa nostra idea si farà strada (per chi volesse saperne di più rimandiamo a Blanchard-Giavazzi 2002) anche se è una delle modifiche del Patto prese in considerazione dall'Ecofin. Speriamo che lasi tenga presente, non solo perché trattare gli investimenti alla stregua della spesa corrente è sbagliato, ma soprattutto perché è il solo modo per evitare un'ulteriore contrazione dell'economia tedesca.

 

 
Le regole del gioco, la risposta di Vito Tanzi

A prima impressione, la proposta di Francesco Giavazzi e Olivier Blanchard sembra avere una certa logica, a parte le difficoltà che si incontrerebbero nel passare da investimenti lordi ad investimenti netti e nel definire precisamente quando una spesa pubblica è un investimento. Ma, ripensandoci, c'è un aspetto di carattere teorico della proposta che solleva delle perplessità.

Chi paga e chi beneficia degli investimenti

Assumiamo che un paese abbia i suoi conti pubblici sempre in equilibrio secondo le regole di Maastricht ora in vigore. Come si sa queste regole non permettono l'esclusione degli investimenti dalla spesa pubblica. Assumiamo che questo paese ogni anno abbia sempre fatto degli investimenti pubblici.
Ciò implica che i cittadini di oggi e quelli di ieri hanno pagano pienamente e correntemente per gli investimenti pubblici.
Giavazzi e Blanchard ci dicono che questo non è corretto (e forse è anche ingiusto) perché i costi per gli investimenti pubblici di oggi dovrebbero essere compartiti dai cittadini del futuro dal momento che questi investimenti contribuiranno alla crescita futura dell'economia e quindi aumenteranno i redditi dei cittadini futuri. Questo è essenzialmente l'argomento per la golden rule.
Il problema con questo ragionamento è che, quando la golden rule viene introdotta, i cittadini di oggi potranno trasferire da quel momento buona parte dei costi dei nuovi investimenti pubblici sui cittadini del futuro (perché i cittadini del futuro pagheranno i debiti per il costo degli investimenti), ma continueranno a ricevere i benefici che derivano dai sacrifici fatti dai cittadini del passato perché quei cittadini avevano pagato pienamente e correntemente con le loro tasse le spese per gli investimenti pubblici fatti nel passato.
Questi investimenti passati hanno presumibilmente contribuito a produrre redditi più alti per i cittadini di oggi e di domani.
La conclusione è che, se anche le ragioni avanzate da Giavazzi e Blanchard fossero valide, queste ragioni giustificherebbero un cambiamento delle regole di Maastricht se il mondo cominciasse oggi ma non quando il gioco è cominciato nel lontano passato.
Come si direbbe da questa parte dell'Atlantico, spesso "non è corretto cambiare le regole mentre una partita è già in corso".