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Federalismo e Finanziaria: un'intervista a Massimo Bordignon

14.11.2002

Un intervista a Massimo Bordignon

Federalismo e Finanziaria

D. Ora che con l'approvazione alla Camera metà del percorso della Legge Finanziaria è compiuto, come sono i rapporti tra Stato e enti locali?

R. Direi che la situazione è confusa. Dipende dagli enti a cui fa riferimento; all'inizio i comuni sembravano i più penalizzati, adesso dopo un mese di battaglie sono soprattutto Regioni e Provincie ad essere più in crisi. Si tratta comunque di una situazione di sofferenza.

D. Come mai queste differenze?

R. Sono situazioni diverse; i Comuni sono riusciti ad ottenere maggiore flessibilità sulla gestione della spesa rispetto al testo della Finanziaria originale, a fronte comunque di una riduzione nei trasferimenti. Nel caso delle Regioni e delle Provincie si tratta proprio di risorse insufficienti. In particolare, le Regioni hanno problemi di cassa e chiedono i soldi per i ripiani dei deficit sanitari già promessi dal Governo con il patto d'agosto del 2001.

D. Ma in periodi di vacche magre il Governo avrà pure il diritto di intervenire tagliando le spese.

R. Dipende. Si può cercare di tagliare sul futuro, stimolando gli enti locali a controllare la spesa con vincoli di bilancio più rigidi. Qui si fa riferimento a soldi già spesi e su cui le Regioni avevano fatto i conti per chiudere i bilanci. Non si possono ridurre le spese fatte in passato. In generale, poi pacta sunt servanda; non si può chiedere comportamenti coerenti agli enti locali se non si rispettano poi le promesse.

D. Però esiste un problema non risolto nei rapporti finanziari tra i diversi livelli di Governo.

R. Certo che sì. Però questo problema dipende essenzialmente da una non chiara definizione delle rispettive aree di competenza e di autonomia. Pensi alla Sanità; non si capisce chi sia politicamente responsabile dei servizi offerti, se il Presidente della Regione o il Ministro della Sanità. La irresponsabilità finanziaria dipende da questo. Ciascuno attore si aspetta che sia l'altro a farsi carico dei problemi e questo stimola inefficienza e trasferimenti a piè di lista. Il problema è che il Governo sembra che stia facendo di tutto per rendere questo problema ancora più serio.

D. In che senso?

R. Il Governo ha preso un chiaro impegno nei confronti dei propri elettori a ridurre la pressione fiscale. Ridurre le tasse però implica ridurre la spesa pubblica. Questo è del tutto legittimo ed è anzi probabilmente desiderabile nel caso italiano. Ma un quarto della spesa pubblica è intermediata a livello locale e dunque il Governo, che ha difficoltà a ridurre la spesa direttamente sotto il proprio controllo, sta cercando di ridurre la spesa pubblica a livello locale. Il blocco delle addizionali Irpef e Irap e degli altri tributi locali serve a questo, a costringere gli enti locali a ridurre la propria spesa.

D. E non dovrebbe farlo?

R. No e per più ragioni. In primo luogo, c'è un problema di rispetto delle competenze reciproche. Il Governo ha tutto il diritto di ridurre le spese di propria competenza così come i tributi di propria competenza. Ma non può interferire negli ambiti di autonomia degli enti locali. Nei limiti della propria competenza, sta a ciascun ente locale scegliere il livello di spesa e di allocazione della spesa tra i diversi servizi che preferisce. Al massimo il Governo può suggerire sistemi -come per esempio gli acquisti via asta telematica- per ridurre gli sprechi nella spesa.

D. Ma c'è l'esigenza di rispettare un vincolo di bilancio.

R. Appunto, un vincolo di bilancio, non un livello assoluto di spesa. Il Governo ha tutto il diritto di chiedere che gli enti locali rispettino i saldi e di punire severamente chi sgarra, anche perché è il Governo stesso ad essere responsabile nei confronti dell'Europa del rispetto del Patto di stabilità complessivo, che comprende anche i saldi delle amministrazioni locali. Ma un saldo di bilancio si può rispettare sia riducendo la spesa che aumentando le imposte e le altre entrate. Sta poi ai cittadini decidere se il governo locale ha scelto la combinazione giusta, punendolo nel caso fosse necessario. Ma questa non è l'unica ragione. Ce ne sono altre.

D. Quali?

R. Non si può dire ad un governo locale - ma anche ad un'amministrazione locale, un'Università per esempio -- di gestire in modo efficiente il proprio bilancio e poi deresponsabilizzarlo imponendo specifici vincoli quali la riduzione del 10% della spesa per acquisti o il blocco delle assunzioni…come se poi questi vincoli potessero essere la cosa efficiente da farsi contemporaneamente per 9000 Comuni, 103 Provincie 20 Regioni ecc. Che si fissino i saldi, e poi che ognuno sia libero di combinare i fattori produttivi nel modo che preferisce per rispettare questo vincoli. Oltretutto, vincoli di questo tipo sono comunque facilmente manipolabili e di breve periodo ed il rischio è dunque quello di deresponsabilizzare le unità locali di spesa senza ottenere vantaggi in termini di riduzione strutturale della spesa.

D. Dunque il Patto di stabilità interno dovrebbe continuare ad essere essere definito solo sui saldi e non sui livelli di spesa?

R. Esatto. Inoltre, usare la spesa, imponendo ai Comuni di non spendere più di una certa percentuale di quanto hanno speso due anni fa, implica dare un vantaggio comparato ai Comuni che spendevano di più, magari proprio perché più inefficienti.

D. La Camera ha eliminato il blocco degli acquisti per gli enti locali previsto nel testo originario della Finanziaria, rendendo contemporaneamente più restrittivo il Patto di stabilità. E' stato un passo giusto?

R. Sì, a parte le considerazioni prima ricordate sui vincoli di spesa residui. 

D. Con l'emendamento Pagliarini, la Camera ha introdotto il principio della attribuzione alle Regioni dei tributi erariali incassati in loco, in particolare Irpeg e Irpef. Non è questo un passo vero verso il federalismo fiscale?

R. Casomai è una dimostrazione dell'atteggiamento schizofrenico che questa maggioranza sembra avere nei confronti del federalismo fiscale. Da una parte si incide pesantemente sull'autonomia che c'è, dall'altro si fanno pericolosi salti avanti verso una autonomia tributaria che può risultare assai pericolosa.

D. Ma Pagliarini dice che non ha fatto altro che anticipare quando è già scritto nel nuovo Titolo V…

R. No, non è così. Ricostruiamo la vicenda. Pagliarini ha esteso a tutte le Regioni un emendamento previsto per la Sicilia soltanto…

D. E che c'è di male in questo? Perché la Sicilia sì e la Lombardia no?

R. Perché la Sicilia è una Regione a Statuto speciale. Le Regioni a Statuto speciale sono finanziate con compartecipazioni ai tributi erariali incassati in loco, con aliquote differenziate tra le varie Regioni sulla base dei propri statuti di autonomia e degli accordi raggiunti con il Governo in passato. La Sicilia ha già diritto al gettito Irpeg riferito al suo territorio; solo che finora il conto di quanta parte del gettito Irpeg fosse destinato alla Sicilia era calcolato sulla base del riscosso, cioè di quanta parte dell' Irpeg veniva effettivamente pagato in Sicilia. Adesso ha invece chiesto e ottenuto che il gettito Irpeg venga riattribuito sulla base di indicatori di reddito prodotto. La ragione è semplice. La maggior parte delle imprese siciliane di grandi dimensioni sono possedute da imprese residenti in altre Regioni e queste pagano l'Irpeg sulla base di un principio di residenza, cioè nella Regione dove risiedono. Per esempio, la Fiat paga l'Irpeg a Torino, anche relativamente ai profitti, si fa per dire, ottenuti a Termini Imerese. La Regione Sicilia vuole un pezzo di questi profitti, a cui altrimenti non avrebbe diritto.

D. E perché non estenderlo anche alle altre Regioni?

R. Perché il sistema di finanziamento delle Regioni a Statuto speciale è pessimo, basato appunto com'è solo su compartecipazioni (cfr. BORDIGNON SEGNALAZIONE). Inoltre, ripartire il gettito Irpeg è complicato sul piano economico (quale indicatore usare?) e se si obbligasse le imprese a pagare separatamente per ogni impianto in ogni Regione (come inizialmente si era fatto con l'Irap) i costi amministrativi per le imprese salirebbero alle stelle.

D. Ma non siamo tenuti a farlo comunque, causa il nuovo Titolo V?

R. No. La Costituzione va interpretata. La Costituzione dice che le Regioni devono essere finanziate anche con compartecipazioni a tributi erariali ma non specifica né di quali tributi erariali stia parlando né le modalità di attribuzione di queste compartecipazioni. Per esempio, si potrebbe benissimo fare a meno di compartecipare l'Irpeg limitandosi solo a tributi più facili da ripartire tra le Regioni (come l'Irpef per esempio che è basata su un principio di residenza facile da applicare), oppure si potrebbe dire che una certa percentuale del gettito dell'Irpeg appartiene all'insieme delle Regioni e non a una singola regione, come succede nei fatti oggi con l'IVA.

D. E questo che vantaggi avrebbe?

R.Che si eviterebbero i problemi del riparto e che si potrebbero usare questi fondi per finanziare la perequazione. Oltretutto, questo avrebbe un importante effetto assicurativo valido anche per le Regioni ricche. Anche le Regioni ricche potrebbero confrontarsi un giorno con uno shock negativo (pensiamo al Piemonte e alla crisi Fiat); invece di dover aumentare i tributi o ridurre la spesa potrebbero attingere alle risorse del fondo.

D. Allora perché Pagliarini si è comportato così?

R.Bah, la Lega pensa probabilmente che siccome le regioni del nord sono più ricche di tributi erariali, un finanziamento con le compartecipazioni le renderebbe più ricche delle altre.

D. Ma su questo altre componenti della maggioranza potrebbero non essere d'accordo.

R. Certo che no. Tuttavia non si faccia illusioni; sul federalismo fiscale l'opposizione è divisa almeno quanto la maggioranza. Quando si comincerà davvero a parlare di soldi, cioè a gennaio, se questa nuova Alta Commissione di Studio sul Federalismo verrà istituita come previsto, ne vedremo delle belle.