
Il processo di risanamento della finanza pubblica del nostro paese, avviato negli ultimi anni, aveva acceso nei ricercatori italiani la timida speranza di veder crescere le risorse allocate ai settori innovativi della formazione e della ricerca scientifica. La Finanziaria per il 2003 ha clamorosamente disatteso queste speranze.
Sulle carenze strutturali del sistema in termini di personale e finanziamenti alla ricerca esiste un'ampia evidenza
: non vi è statistica internazionale in cui l'Italia non mostri una posizione sempre meno compatibile con il suo supposto status di potenza industriale. Per la spesa pubblica in ricerca, l'Italia nell'ultimo quinquennio si è sempre collocata nella fascia bassa dei paesi europei e dei principali paesi industrializzati, con un rapporto tra spesa pubblica e PIL vicino allo 0.5%, lontana dalle migliori prestazioni dei paesi che si avvicinano all'1% del PIL. La somma della spesa pubblica e privata si attesta su valori di poco superiori all'1% del PIL, (media OECD di poco superiore al 2%). L'Italia ha investito circa lo 0,2% del PIL in ricerca fondamentale, mentre gli altri paesi industrializzati spendono percentuali che vanno dallo 0,3% allo 0,5% si veda Rizzi)La Finanziaria 2003 non potrà che rendere ancora più grave la situazione in termini di risorse. Il Fondo Ordinario per l'Università, che comprende le risorse destinate alla didattica e al sostegno della ricerca universitaria, si riduce da circa 6,158 a 6,030 milioni di euro. Ciò si traduce in una diminuzione netta del 2% del finanziamento, che appare oltremodo preoccupante alla luce della dinamica di crescita automatica degli stipendi e delle spese correnti, che costituiscono circa il 90% della spesa. Essendo queste ultime spese di fatto incomprimibili, è evidente che i tagli si ripercuoteranno soprattutto sul restante 10% della spesa, destinata al finanziamento della ricerca universitaria.
Per ciò che riguarda gli Enti di ricerca, il fondo unico (cosiddetto Fondone) si riduce da 1,575 (2002) a 1,550 milioni di euro per una diminuzione totale del 1,6% rispetto al 2002, ma con una riduzione di 50 milioni di euro rispetto a quanto previsto per il 2003 dalla precedente Finanziaria. Tale riduzione si ripercuote con grande varianza sugli Enti che accedono a tale finanziamento. I grandi Enti (CNR ed ENEA) si vedranno finanziati in misura presumibilmente inferiore o appena sufficiente alla copertura delle spese di personale e di struttura. Non è inoltre stato riconfermato il finanziamento in tabella D dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia (INFM), compromettendo seriamente le possibilità di sopravvivenza dell'Ente stesso nel prossimo triennio. La riduzione del Fondone non consentirà il previsto rifinanziamento del nuovo Piano Spaziale Nazionale, appena approvato. Tra le note positive, il finanziamento triennale (100 milioni di euro circa) del Fondo per gli Investimenti nella ricerca di Base (FIRB).
A corollario di ciò, si assiste alla riduzione del Fondo per l'edilizia universitaria, che generalmente era dotato di 929 milioni di euro nel triennio (circa 309 milioni l'anno), mentre per il triennio 2003-05 dispone solo di 611 milioni di euro, di cui 300 nel lontano 2005).
Infine, il blocco delle assunzioni nelle Università e negli Enti di ricerca, contenuto tra le disposizioni della Finanziaria, andrà a incidere in modo catastrofico sull'età media che sfiora ormai i 50 anni negli Enti pubblici di ricerca e i 60 nelle Università e che è uno dei problemi più rilevanti della ricerca italiana
Alla ormai drammatica scarsità delle risorse si accompagna un assetto istituzionale estremamente incerto, su cui grava, in particolare, il progetto di riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che, affidato ad una società di consulenza aziendale, è ancora ignoto alla grandissima parte del mondo della ricerca ed è ormai oggetto dei più fantasiosi esercizi di vaticinio. Principio ispiratore dovrebbe essere la riduzione del numero degli Enti attraverso l'eliminazione delle duplicazioni delle aree di competenza scientifica. Al centro del processo di ristrutturazione sta, come da tempo immemorabile, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Se fino a pochi mesi fa il CNR sembrava dover essere vittima di un processo di smembramento e privatizzazione, le più recenti bozze di riforma riattribuiscono al CNR un ruolo assolutamente centrale nel sistema degli Enti, attraverso l'accorpamento di alcuni Istituti ai Dipartimenti di nuova istituzione. Benché la razionalizzazione del sistema sia evidentemente un obiettivo condivisibile, è con qualche inquietudine che si osserva che tra gli Enti che saranno vittime del processo di razionalizzazione vi sono alcune delle esperienze più innovative e significative del sistema nazionale della ricerca.
Contestualmente, il Ministro Moratti ha presentato gli esiti del primo esercizio di valutazione del Comitato di Indirizzo e Valutazione della Ricerca (CIVR). Sembrava evidente che la presentazione di tali risultati potesse costituire un'utilissima occasione di analisi e discussione del progetto di riforma. In particolare, in molti si auguravano che le valutazioni espresse fornissero elementi di controllo ex-post su cui fondare le scelte future. I risultati, del tutto impalpabili dal punto di vista della sostanza e dell‘utilità progettuale, hanno raffreddato gli entusiasmi dei molti che avevano riposto nelle attività di valutazione le speranze di restituire efficienza al sistema scientifico. L'incisività dell'azione è peraltro testimoniata dal fatto che di sedici Enti contattati solo la metà si è premurata di restituire la documentazione richiesta. E' evidente che su queste basi molto difficilmente l'attività di valutazione può svolgere la sua fondamentale funzione di retroazione. Il overno sembra infatti procedere nel suo progetto di riforma con scarsa considerazione degli esiti dell'esercizio di valutazione (giustamente, in queste condizioni). E' però legittimo chiedersi se valga la pena continuare ad investire risorse in attività in cui, forse, non si crede fino in fondo.